Verdena

Breve ma doverosa premessa: penso che i Verdena siano una delle cose più belle capitate al (vero) rock italiano da una quindicina d’anni a questa parte. E lo pensavo già nel lontanissimo 1999, quando recensii sul Mucchio il loro primo album e, poco dopo, li misi sulla copertina di “Fuori dal Mucchio” (ai tempi la rivista era settimanale e una volta al mese la rubrica si ampliava a un inserto di sedici pagine). Era nata una passione che con il tempo è addirittura cresciuta: queste le (inequivocabili) testimonianze di quando sbocciò.

Verdena copDei Verdena ci siamo già occupati tre numeri fa, lodando in modo esplicito i contenuti del loro CD-EP d’esordio Valvonauta: un disco che, come all’epoca annunciato, costituiva ghiotta anche se sintetica anticipazione del primo album del trio lombardo, atteso proprio in questi giorni nei negozi di tutta Italia grazie alla capillare distribuzione della BlackOut/Universal. “Verdena sono un potente scontro fra Beatles e punk primordiale. Chi non la pensa così vada a farsi fottere”: con queste parole il batterista Luca Ferrari, responsabile del progetto assieme al fratello Alberto (chitarra, voce e testi) e alla bassista Roberta Sammarelli, presenta la proposta del gruppo. Parole incontrovertibili non solo perché la rabbiosa esuberanza giovanile di cui sono intrise fa parte del mondo dell’ensemble tanto quanto i ritmi incisivi, la chitarra distorta e il canto intenso e sofferto, ma anche e soprattutto perché la formula applicata in Verdena prevede in effetti la coesistenza di aggressività, melodia e rumore in canzoni immediate ma non per questo banali, che urlano ad ogni nota purezza e disperata voglia – anzi, bisogno – di esistere. Saranno ovviamente in parecchi, e non a sproposito (specie per via di certi toni vocali esasperati), a tirare in ballo i Nirvana, ma limitarsi a tale riferimento sarebbe davvero troppo riduttivo: al di là dell’utilizzo di testi in italiano, infatti, la band sembra rimandare – alcune cadenze ipnotiche e la saturazione “avvolgente” più che spigolosa di varie chitarre sono in tal senso indicative – alla wave visionaria degli ‘80 (la stessa da cui hanno attinto, ad esempio, gli Smashing Pumpkins o i Pixies), e non mancano neppure momenti vicini agli Hüsker Dü (guarda caso, un altro power-trio che non ha mai nascosto il proprio amore per gli scarafaggi di Liverpool). Influenze involontarie, in quanto troppo “antiche” per dei ventenni? Tenteremo di scoprirlo. Qualunque sarà l’esito dell’indagine, comunque, l’energia, il talento e il fascino dei Verdena non possono essere messi in dubbio, come brillantemente sottolineato dai dodici episodi di questo debutto “adulto”, due dei quali – il vigoroso e “psichedelico” Valvonauta e il “nirvaniano” Dentro Sharon – già apparsi sul CD-EP edito a luglio. Brani dove, indipendentemente dal predominio dell’impatto fisico (Ovunque, Zoe) o dell’indole più pacata e onirica (Vera, lo strumentale Caramel Pop, Bambina in nero, Eyeliner), o dal naturale amalgama delle due filosofie in ballate scosse da improvvise esplosioni di grinta (Pixel, L’infinita gioia di H.B., Viba, Ultranoia), l’impressione primaria è quella di una potenza che nasce dal profondo dell’anima e non solo dagli amplificatori e dall’approccio alle esecuzioni. “La musica dei Verdena esprime la nostra rabbia: è per questo che le nostre canzoni sono così spontanee”, afferma Roberta. E Alberto, fornendo in tal modo anche una spiegazione alla poesia umorale e ben poco descrittiva dei testi (anch’essi, a onor del vero, abbastanza “nirvaniani”), le fa eco con un inequivocabile “Parliamo di noi stessi, di tutto e di niente. Siamo solo una band che risente del desiderio di adorare la nostra gioventù”.
Non sono assolutamente “costruiti”, i Verdena, e che siano originari di una cittadina di 15.000 abitanti (Albino, provincia di Bergamo) li rende ancor più credibili. Il loro essere genuini e incuranti delle regole del business è poi stato confermato dal fatto che, durante la conferenza stampa di un importante festival, hanno più o meno mandato a cagare Fegiz reo di aver loro rivolto una domanda stupida: per chi scrive, una gustosa ciliegina sulla già saporitissima torta di un album assolutamente da ascoltare. Senza pregiudizi, e senza lesinare con il volume.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.364 del 14 settembre 1999

Verdena fotoNonostante siano appena giunti al primo, omonimo album, i giovanissimi Verdena sono da qualche mese sulla bocca di tutti: non solo grazie alla spinta promozionale della BlackOut/Universal, ma anche per via di uno spontaneo e inarrestabile passaparola che li ha imposti come la più fresca e interessante novità del panorama rock nazionale; rock vero, sia chiaro, di quello al quale l’indole melodica non sottrae energia, asprezza e fragore. All’incontro appositamente organizzato negli uffici romani della Universal, Alberto Ferrari (voce e chitarra), Roberta Sammarelli (basso) e Luca Ferrari (batteria) mostrano il leggero disagio di chi non è abituato alle interviste e nel contempo la spavalderia di chi crede nel suo progetto. E parlano, senza farsi prendere la mano dai discorsi, di ogni argomento proposto, per nulla messi in soggezione dalla grande differenza di età con il loro interlocutore. Proprio vero che il rock’n’roll abbatte ogni barriera, comprese quelle generazionali…
Proviamo a tracciare le coordinate di base dei Verdena, magari iniziando dalla vostra storia pre-contratto.
In tre anni e mezzo abbiamo prodotto due demo-tape, venduti rispettivamente in circa dieci e circa cinquecento copie, e abbiamo suonato parecchio nel Nord Italia, specie nei dintorni di Milano, Bergamo e Brescia. Siamo riusciti anche a organizzare qualcosina fuori dalla Lombardia, qualche data in Liguria e Toscana, ma le cose non sono andate bene: ad Empoli, per esempio, avevamo davanti solo due ragazzi che per di più sono stati per tutto il tempo a sbaciucchiarsi e verso la fine sono anche andati via.
Però non vi siete persi d’animo.
No, perché dalle nostre parti i piccoli locali dove ci esibivamo erano sempre pieni.
Come vi siete accostati alla musica?
Un mio zio (a parlare è Luca, NdI) ha sempre suonato, e inoltre possiede anche una bella collezione di dischi. Mio fratello e io siamo cresciuti a stretto contatto con il rock: i Beatles, il punk di Clash, Sex Pistols e Damned, il blues, Tom Waits. Passare dalla musica ascoltata a quella eseguita è stato un passo naturale.
Che cover facevate?
All’inizio canzoni degli Stray Cats, poi dei Nirvana. Quando è arrivata Roberta, ultima di una lunga serie di bassisti, siamo passati ai Melvins, agli Sham 69 di Borstal Breakout… però scrivevamo anche pezzi nostri, prima in inglese e poi in italiano  All’inizio ci chiamavamo Verbena, con la “b”.
Avete cambiato a causa dell’omonimia con il gruppo americano?
Già, una coincidenza assurda: loro sono emersi proprio in quel periodo, con un genere vicino al nostro e oltretutto con un organico a tre comprendente anche una ragazza. Non si poteva far altro, ma poiché non ci veniva in mente nulla di valido ci siamo limitati a cambiare una lettera. Solo in seguito abbiamo appreso che Verdena è un nome di donna, seppure assai poco comune.
Anche per voi, come per tanti giovani americani, il rock ha aperto una via di fuga dal grigiore della vita di provincia?
Più che altro ci ha diversificati dai nostri coetanei, visto che a dodici/quattordici anni l’approccio alla musica è di norma molto superficiale. La musica può diventare qualcosa di importante in un secondo tempo, da ragazzini è solo un passatempo.
Come Verbena avete debuttato con Fiato adolescenziale, un brano contenuto nella compilation della Fridge Soniche Avventure III.
Sì. Faceva parte del nostro secondo demo, inciso dopo esserci messi d’accordo con Oreste della Fridge. Lui aveva assistito a una serata a Bergamo e ci aveva chiesto un pezzo per la nuova raccolta che stava organizzando.
E la BlackOut?
Non è arrivata subito. Mentre noi suonavamo in cantina e dal vivo, il nostro manager inviava demo a tutte le etichette. Abbiamo ricevuto varie offerte, ma ci siamo presi un po’ di tempo per valutarle: non volevamo accettare il primo contratto, perché per noi la cosa importante non era tanto incidere un CD quanto farlo alle nostre condizioni, senza avvilire la nostra musica. La prospettiva BlackOut ci sembrava la più interessante, ma ha tardato a concretizzarsi perché Luca Fantacone, il discografico che ci aveva contattati, voleva prima vederci “live” e non riusciva mai a farlo. Alla fine è venuto a un concerto disastroso, con mille problemi di impianto, nel quale si sentivano solo le spie di palco. Però gli siamo piaciuti, soprattutto per la nostra grinta, e qualche mese più tardi abbiamo firmato il contratto.
E ancora dopo, con l’album già pronto, sono arrivati i vostri trionfi nei festival estivi di quest’anno.
Sì. Ne siamo stati meravigliati, non ci saremmo mai aspettati un riscontro del genere. Le esperienze dei festival, comunque, sono atipiche, perché la durata delle esibizioni è molto più breve della norma: in queste occasioni abbiamo mostrato solo uno dei nostri volti, mettendo in scaletta solo i pezzi più immediati e rock e lasciando fuori quelli più strani e psichedelici. Il nostro tour, che è iniziato da pochi giorni, è un’altra cosa.
All’Heineken Festival di Imola, però, c’è stata la famosa conferenza stampa in cui avete mandato a cagare Fegiz.
Era in assoluto la nostra prima conferenza stampa, oltretutto decisa all’ultimo momento, e lui ha aperto la serie di domande chiedendoci cosa ne pensassimo della scena hip hop italiana… ma d’altronde non ci aveva neppure visti suonare… In realtà non lo abbiamo mandato a cagare: abbiamo solo detto tra di noi qualcosa tipo “ma che cazzo di domanda è questa?”. Parecchi giornalisti sono scoppiati a ridere, e l’episodio è stato poi, come dire?, “amplificato”.
Per forza, Fegiz è in assoluto il “critico musicale” meno sopportato nell’ambiente. Troppo arrogante, troppo “star”.
Infatti. Poco dopo, mentre stavamo parlando con un’altra persona, lo abbiamo sentito pronunciare frasi tipo “qui mi stanno tutti sul cazzo, li distruggo, li distruggo tutti!”. A priori, capisci?
Sì, fin troppo bene. Cosa mi dite, invece, del modo in state vivendo questo vostro momento magico?
Delle vendite del disco non ce ne accorgiamo neppure, ora come ora non è una cosa tangibile. Siamo entusiasti, invece, di quanto accade nei concerti, perché è lì che abbiamo la possibilità di far capire al pubblico ciò che davvero siamo.
Volete dire che non vi sentite correttamente rappresentati dall’album?
Ne siamo sostanzialmente soddisfatti, specie considerando la nostra incapacità di allora su come gestire il lavoro in studio. È solo che dal vivo siamo diversi, improvvisiamo parecchio e ci dilunghiamo sui brani cercando di privilegiare gli aspetti psichedelici. Ci teniamo che la dimensione live offra qualcosa di più.
Il vostro produttore era Giorgio Canali. Come vi siete trovati con lui?
Oltre a essere un professionista, Giorgio è anche molto creativo: è stato stimolante e divertente trovarci con lui ad inventare soluzioni strane, a sperimentare sulle posizioni dei microfoni e sull’uso dei vari strumenti. Il rapporto con lui ci ha senz’altro arricchiti, anche se non ci troviamo del tutto d’accordo sul risultato finale: nonostante le registrazioni interamente in analogico, ci sembra un po’ troppo pulito e un po’ troppo poco “pesante”, specie al confronto con il live. Probabilmente è stata la nostra esperienza limitata a far sentire parecchio la mano di Giorgio, e forse è anche giusto così.
Vi siete già posti problemi sulla vostra carriera: se durerà, quanto durerà, se è importante che duri?
Beh, naturalmente vorremmo che durasse, ma adesso siamo troppo presi nel vortice per preoccuparci del futuro lontano. Preferiamo pensare ai nuovi pezzi che stiamo già scrivendo e che ci sembrano piuttosto differenti da quelli finora editi: sono più lunghi, meno diretti, e gli stacchi fra i momenti di calma e quelli di furore sono più netti. Forse Verdena è un album per la gente, mentre per quanto riguarda il prossimo siamo un po’ in ansia perché forse sarà più “per noi”. Come logica di fondo, e senza che ciò sia in alcun modo forzato, ma vorremmo evitare di ripeterci facendo dischi uguali l’uno all’altro.
Il cambio di rotta riflette un mutamento di gusti?
Non proprio, è solo che di questi tempi stiamo ascoltando molta musica abbastanza fuori dagli schemi convenzionali. Cose tipo Mogwai, Pavement, Motorpsycho…
Avete già registrato qualcosa di nuovo?
Due pezzi inediti firmati da noi e una cover di Sunshine Of Your Love dei Cream. Saranno presto pubblicate come bonus tracks del secondo singolo, Viba.
Alla luce della maggiore complessità stilistica, non vi sentite in qualche modo limitati dalla formazione a tre?
Ci capita a volte, soprattutto dal vivo, anche se riusciamo lo stesso a fare un bel po’ di rumore aiutandoci con effetti a pedale. Abbiamo pensato a un quarto elemento, magari un tastierista, ma per ora continuiamo ad andare avanti in tre; vedremo il da farsi nel caso dovessimo accorgerci che siamo troppo pochi per star dietro alle nostre idee.
In giro c’è chi ritiene che siate “costruiti”: un gruppo rock vero e giovane, almeno in Italia, è un’anomalia.
Possiamo capirlo, proprio perché questa scena è piena di gente “costruita”. Noi siamo quello che sembriamo, e prendiamo posizione: non siamo come i tanti che danno un colpo al cerchio e uno alla botte, che vorrebbero essere alternativi ma poi hanno paura di alzare il livello della distorsione. Forse c’era bisogno di una band come i Verdena, almeno nell’ambito “ufficiale”: prima o poi dal panorama underground doveva emergere una realtà come la nostra, ed evidentemente ci siamo trovati nel posto giusto al momento giusto.
E l’aria di negatività e di malessere che sembra trasparire dai vostri testi? Cos’è che vi pesa?
Nulla in particolare. Ci sentiamo ragazzi tranquilli, senza grandi problemi, e abbiamo superato già da qualche anno la normale fase del disagio giovanile. Rispetto alle liriche… beh, è un dato di fatto che in italiano le parole “negative” si adattino meglio a una formula come la nostra.
Per cui il senso è esclusivamente musicale?
Le immagini possono avere un loro significato in cui si può o meno leggere qualcosa, ma non ci sono precisi messaggi né tantomeno la pretesa di realizzare letteratura o poesia: per noi conta solo che i testi suonino bene e che non ci si debba vergognare a cantarli. Comunque (sempre Alberto, NdI), li preparo con cura, partendo da una linea melodica in inglese e cercando poi le parole italiane che si adattino alle strutture.
Abbiamo completato il quadro del Verdena-pensiero, oppure ci siamo dimenticati qualcosa?
Forse solo che non siamo granché contenti di questi paragoni con i Nirvana: è vero che nella prima metà dei ‘90 li abbiamo ascoltati tantissimo, ma ora non lo facciamo più, preferiamo altre cose. Però, se tutti dicono che ne subiamo l’influenza… boh, avranno ragione loro. In ogni caso, non crediamo sia negativo avere come riferimento anche involontario un gruppo formidabile come i Nirvana.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.371 del 2 novembre 1999

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 8 commenti

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8 pensieri su “Verdena

  1. Simone Sproccati

    Quante volte ho assistito a scontri tra sostenitori e detrattori dei Verdena, i primi che li rivendicavano come band rock, i secondi etichettandoli come ragazzini rumorosi e noiosi, che “il vero rock italiano sono i King Crimson”.
    I secondi, per altro, si scopriva poi, quasi sempre, conoscevano i Verdena solo fino a “Solo un Grande Sasso” e tutt’al più al Samurai.
    Vabè.
    Io taglio la testa al toro, e rivendico che definire i Verdena “rock” sia oltremodo riduttivo nei loro confronti, e “pop” o “alternative” avrebbero lo stesso problema; credo infatti che i Verdena siano più di chiunque altro, soprattutto dopo le prove di Requiem e Wow, una realtà quanto mai a sè stante.
    Per inciso, una delle cose migliori successe alla Musica italiana degli ultimi 20 anni.

    (grazie ancora una volta per questa chicca del passato, ciao Federico!)

    • Grazie a te!
      I Verdena sono comunque un gruppo che si muove, benché in modo assai poco codificato, nell’ambito del rock: quello più vero, quello più libero. Non tanti, specie qui da noi, hanno il coraggio (e le capacità) di farlo. Tanto di cappello!

  2. giannig77

    seguo i Verdena veramente dall’inzio della loro fortunata carriera. In tv per la prima volta li vidi live all’Indipendent Day trasmesso da Tmc2, una puntata storica. mi sa nel 99, si erano esibiti prima di loro, nel pomeriggio, persino i TARM senza maschere!!! (se li misero dopo). I Verdena parevano erroneamente grunge (giovani, rabbiosi e con una certa attitudine nel canto cara a Cobain), ma ben presto si capì come, a dispetto dell’ancora giovanissima età, fossero invero estremamente preparati e competenti, cultori anche di certa musica oscura, psichedelica. Sono stati in grado, unici a mio avviso in Italia a questi livelli, a coniugare successo commerciale e qualità, progredendo di album in album. Ormai sono meno immediati, ma il plettro delle emozioni evocate, dei suoni perlustrati e degli umori presi in esame e tradotti in arrangiamenti sempre nuovi, li ha resi una band davvero epocale. Ce ne fossero…

  3. Alberto

    I Verdena hanno diverse proprietà che apprezzo moltissimo e che li rendono uno dei miei gruppi italiani preferiti di sempre. Innanzitutto sanno aspettare e farsi aspettare. Ogni volta che chiudono un tour fra un disco ed un altro sembra quasi che si siano sciolti, non si sente mai parlare di loro, il che li fa sembrare quasi un’entità soprannaturale. Hanno la capacità di cambiare rotta e stupirmi tutte le volte che ascolto un loro nuovo album, ricordo ancora di aver scaricato Requiem 2-3 giorni prima dell’uscita nei negozi, ero convinto che fosse un fake e l’ho cancellato dopo i primi 20 secondi di ascolto, vi lascio immaginare la mia faccia quando l’ho comprato. I testi. Per molti sono il loro punto debole, per me sono perfetti per la musica che fanno, li definirei visionari, punto. E poi i concerti. Sono quasi tutti sold out (ormai ho imparato ad acquistare i biglietti online per non restare fuori dai locali) e dopo le prime note è chiaro il perchè.

  4. vincenzo

    un gruppo che amo alla follia e che hanno una grande anima….il disco che amo di piu è il suicidio del samurai e mi piacerebbe sapere qual è il preferito di federico…

  5. Emanuele

    Era il 99. Avevo 17 anni, ascoltavo con un po’ di invidia l’eco del grunge che ancora arrivava ma che stava spegnendosi, poi arrivo’ Valvonauta. Una canzone non cambia la vita, sarebbe ridicolo. Ma…
    Ascolto i Verdena da ormai 14 anni, ho visto piu’ di 50 concerti in giro per l’italia, chi ci è stato sa cosa significa assistere ad una loro esibizione.
    Ho anche avuto la fortuna di conoscere direttamente Luca,Roberta,Alberto e il grande Chaki.
    Posso dire di esser cresciuto con i loro album, sempre diversi.
    La loro forza è stata questa, rinnovarsi di volta in volta. Gia’ non vedo l’ora di rivederli dal vivo e sentire il loro prossimo disco.

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