Rover

Nei prossimi giorni (28/2 Milano, 1/3 Torino, 2/3 Roma) sarà per la prima volta in tour dalle nostre parti Timothée Régnier, trentatreenne francese che ha voluto chiamarsi come un’arcinota casa automobilistica britannica e che, curiosamente, scrive in inglese invece che nella sua lingua madre. Il suo omonimo, splendido esordio figura tra i miei album preferiti del 2012 e questo è ciò che, pochi mesi fa, ho firmato su di lui.

Mise en page 1Rover (Cinq7/Audioglobe)
Ha adottato come nom de plume Rover, ed è comprensibile rimanere un po’ straniti apprendendo – era stato il primo sospetto, ma ovviamente lo si era ritenuto troppo bislacco per essere vero – che è stato scelto a mo’ di omaggio alla celebre casa automobilistica britannica. A rendere il tutto più surreale è che il musicista in questione, pur componendo testi in inglese e pur possedendo fattezze che potrebbero farlo scambiare per un suddito della Regina (più Vittoria che Elisabetta, però), è originario della Francia: all’anagrafe si chiama Timothée Régnier e ha alle spalle un’atipica storia personale che comprende la crescita a New York (dove ha studiato allo stesso liceo di qualcuno degli Strokes), esperienze di attore e la lunga militanza nei New Government, gruppo franco-libanese di rock alternativo. Questa prima prova in proprio, che sul mercato transalpino circola già da febbraio e che ora viene diffusa su scala interazionale, è il frutto di un lavoro certosino effettuato in perfetta solitudine (o quasi: in cabina di regia c’erano il produttore Samy Osta e il sound engineer Guillaume Jaoul) occupandosi di composizione e arrangiamento: undici brani, ispirati da un soggiorno a Berlino e perfezionati durante un buen retiro in Bretagna, che vivono di toni sommessi ma a loro modo maestosi, di armosfere non esattamente solari ma nemmeno cupe, di malinconie che non sconfinano nel dramma, di architetture strumentali lievemente ipnotiche dove l’elettrico si lega all’acustico e all’elettronico, di un canto confidenziale senz’altro duttile e parecchio espressivo che passa dal baritonale al falsetto attraverso tutte le declinazioni intermedie.
Rover ha citato fra i suoi ascolti giovanili Brian Wilson, David Bowie e Beatles, ma ha anche dichiarato ammirazione per la “new new wave” degli Interpol: frequentazioni che senz’altro echeggiano nei solchi – sì, per noi è musica “da vinile”, e non solo perché l’incisione è rigorosamente analogica – di un album di intensità e spessore nient’affatto comuni, che si inserisce magnificamente nel quadro del “nuovo” (virgolette d’obbligo) cantautorato che parte dalle tradizioni classiche del genere ma azzarda con successo ibridazioni con tendenze più moderne. C’è senza dubbio molto Bowie, in Rover, ma anche Scott Walker. Ci sono da qualche parte Jacques Brel e Alain Bashung, e pure Divine Comedy e Tindersticks. C’è un Antony meno effeminato e se vogliamo ci sono pure Morrissey, Jarvis Cocker, Nick Cave, John Grant, Marc Almond e chissà quanti altri seguaci del crooning più o meno accentuato. E a tratti, cosa che potrà essere notata solo da noi italiani, emergono persino palesi vicinanze (non volontarie, va da sé: questione di influenze comuni) con il primo Faust’O. Tutto è però plasmato, amalgamato, intrecciato e interpretato in tre quarti d’ora di canzoni strepitose, che richiamano – appunto – quelle di mille altri artisti ma che non mancano mai di evocare profonde suggestioni di dolente romanticismo velate da costante inquietudine esistenziale e avvolte in un’aura di decadenza spessa ma non opprimente.
Muovendosi con magico senso della misura fra minimalismo e massimalismo pop-rock, insomma, Rover ha estratto dal cilindro uno splendore di disco, che già alla seconda traccia – Queen Of The Fools, una ballata agrodolce dal testo a dir poco caustico – rivela capacità di commuovere e pieno diritto a raccogliere consensi e applausi a scena aperta. Si sente, che questi pezzi arrivano dal cuore e non sono – per quanto confezionati con gran cura – semplici esercizi di stile, e si capisce di avere a che fare con un autentico poeta dello storytelling, per nulla reticente a mettere a nudo e condividere i propri tormenti interiori oltre che elegantissimo ed efficacissimo nel trovare e accostare i suoni e le parole giuste per toccare le corde dell’animo degli spiriti in sintonia con lui. Un poeta dandy e forse bohemien, evidentemente scottato dall’amore, che chissà come ha scoperto il segreto per sposare struggimento ed estasi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.700, novembre 2012

Rover fotoCara amica nostalgia
Facile, limitandosi all’ascolto del suo omonimo album d’esordio, pensare a Rover come a un tipo taciturno, un po’ cupo, magari anche tormentato. A sorpresa, invece, l’artista francese è un simpaticissimo chiacchierone, entusiasta di essere intervistato e di approfondire ogni particolare di quella che per lui è, al momento, una magnifica avventura… facendo però trasparire, con parole e atteggiamenti, una sensibilità e una timidezza in contrasto con l’imponenza del suo aspetto fisico. Imponenza rivelata quando si alza dalla sedia di uno degli studi di Radio Popolare Milano, dove ha appena registrato un breve set acustico, per presentarsi. “Oh, tanti succhi di frutta”, risponde ridendo alla domanda “ma che ti hanno dato da mangiare, da piccolo?” che gli giunge, mentre ci stringiamo la mano, da un’abbondante ventina di centimetri in basso. Dopo tre quarti d’ora di fittissima conversazione, Timothée Regnier in arte Rover non sarà più, almeno per noi, un “oggetto misterioso”.
Nonostante le esperienze che hai finora accumulato, questo è il primo album davvero tuo. Cosa significa, per te, sotto il profilo emotivo e della soddisfazione?
Sul piano privato è qualcosa che va oltre la musica: realizzare un disco da soli è molto appagante. Non è una questione di ego, lavorare in questo modo ti aiuta a capire cosa ti piace, quello che sei in grado di fare. Trovarti in mano, a trentadue anni, un album che è tuo e solo tuo dà una sensazione stupenda: vuol dire che tutto ciò che hai creato non è svanito nell’aria ma è stato catturato in un’opera che, qualsiasi cosa accada, rimarrà. Per me è importante, anche perché non ho completato gli studi, ho interrotto la militanza nel gruppo che avevo prima e le mie relazioni sentimentali si sono concluse. Finalmente ho portato a termine qualcosa.
Alle spalle avevi un percorso abbastanza lungo come chitarrista dei New Government. Cosa ti ha insegnato, quella storia?
In quel periodo ho cominciato a vedere la musica come uno stile di vita e una professione: suonare nella band mi ha reso musicista e orgoglioso di esserlo. Ho imparato molto, a livello artistico e di dinamiche umane, di scontri di ego, di competizione… ma anche di come si lavora in studio, di come si sta sul palco interpretando un ruolo e rapportandosi al pubblico. Semplicemente, senza i New Government non sarei ciò che sono oggi.
E oggi Timothée Régnier è diventato Rover. So che lo pseudonimo deriva da una passione infantile per le auto inglesi, ma mi chiedo perché assumere un’altra identità.
È una scelta un po’ seria e un po’ ludica, un non volersi dichiarare fino in fondo. Se mi espongo troppo, posso sempre far cadere la responsabilità sul mio alter ego. Anticipando la tua prossima domanda (era facile ma ci ha azzeccato, NdI), è un po’ come cantare in inglese: al di là del fatto che sono cresciuto a New York, esprimendosi con una lingua diversa dalla propria ci si sente più liberi. Per esempio, io trovo difficile dire “je t’aime”, mentre un “I love you” mi dà molti meno patemi psicologici. Poi, certo, mi piace l’estetica dell’inglese, mi piace inventare parole nuove come Aqualast, il titolo del primo pezzo di Rover. Amo le canzoni in francese, ma mi trovo più a mio agio con l’inglese.
E in Francia, dove siete “lievemente” sciovinisti, come l’hanno presa?
Più o meno nell’ultima decina d’anni le cose sono un po’ cambiate: Air, Phoenix o Daft Punk hanno riscontri internazionali cantando in inglese e da noi nessuno si sogna di biasimarli.
Hai citato solo gruppi, mentre tu sei uno chansonnier. Fra l’altro, la tua musica sarebbe perfetta con il francese.
Infatti temevo un po’ l’accoglienza che avrei potuto ricevere: per l’uso dell’inglese, per il nome d’arte, per la mia faccia in copertina. Credevo che sarei stato accusato di pretenziosità, e invece nessuno ha criticato questi aspetti. Forse sono stato bravo a spiegare con sincerità perché scrivo in inglese e perché mi trovo meglio con quella lingua.
Hai trascorso molto tempo fuori dalla Francia. Mi chiedo quanto i legami affettivi e culturali con la tua patria siano rimasti saldi.
Sono fiero di essere francese e me ne rendo conto ancora di più quando vado all’estero. È vero che in media siamo arroganti e mai soddisfatti, ma quando salgo sulla macchina e faccio un giro nei dintorni di Parigi, fermandomi in qualche paesino, provo un autentico trasporto sentimentale e colgo tanti aspetti preziosi del vivere lì. A dirla tutta, mi sento un cittadino europeo, e trovo fantastico quello che è stato fatto: moneta unica, niente frontiere e nazioni che cooperano nel cercare linee comuni nonostante le loro storiche rivalità.
Sul mercato francese Rover è stato bene accolto, e ora provi a espandere il consenso. Rispetto a questo, che sensazioni avverti?
È come un sogno che si realizza. Mi sembra splendido avere l’opportunità di viaggiare portando in giro la mia musica e incontrare persone che mi chiedono di parlarne. Quando ho iniziato a lavorare su queste canzoni le concepivo in modo molto intimo, erano “per me” e non volevo dividerle con nessuno: per mesi ho avuto con loro una relazione privata, ne suonavo i provini nella casa in Bretagna dove mi ero rinchiuso, completamente da solo, per tre o quattro mesi. L’essenza del mio progetto era fare quello che volevo, senza provare a sedurre nessuno eccetto me stesso. Ora è frastornante, in senso positivo, che la mia musica sia piaciuta e che mi trovi a Milano per “raccontarla” a un giornalista italiano.
Il processo di songwriting e arrangiamento è stato molto duro?
Quello in Bretagna è stato il più bel periodo della mia vita. Trovarmi in compagnia solo della mia musica e farmene nutrire in ogni senso, dopo una fase di grande depressione, ha dato un significato e una direzione al mio stare al mondo. Ripensandoci, realizzo che si è trattato di un lavoro lungo e complicato, ma mentre lo portavo avanti non ne avvertivo affatto il peso: è stato una continua, meravigliosa scoperta. In quella casa sarei anche potuto rimanere anni, finché non mi fossi sentito pronto a uscirne: del resto, non mi aspettava nessuno. Non è maniacalità, però: apprezzo le imperfezioni, nella musica così come nelle persone… fa parte del loro carattere, del loro essere differenti le une dalle altre.
Da dove cominci a comporre?
Dalla melodia, ma sapendo già quale sarà il tema del testo e a chi sarà rivolto. Le parole vengono fuori dopo, spesso fluiscono naturalmente. La musica è più universale, in termini di comunicazione. I testi contano, ma una buona melodia può anche non averne bisogno: la melodia è sufficiente a raccontare già tutto quello che le parole spiegano magari in maniera più circostanziata.
Qual è il segreto per scrivere una grande canzone?
Bella domanda! Per come la vedo io, la cosa fondamentale è essere onesti: mai barare, mai forzarti per impressionare chi ascolterà. Sto ricevendo ottimi feedback, tanti mi hanno scritto che i brani di Rover hanno reso più belle le loro giornate ed è meraviglioso… è lo stesso che accadeva a me mentre andavo all’università con in cuffia Pet Sounds o Sgt. Pepper’s. La musica ha la straordinaria capacità di migliorare la vita della gente, e amo l’idea che alla base debba esserci sincerità e non calcolo. Certo non sono il più bravo musicista del mondo, ma ritengo che mi piazzerei bene in un’eventuale classifica dei più onesti.
Nei tuoi pezzi si avvertono un’infinità di echi di tanti artisti. Cosa pensi di aggiungere alla tradizione alla quale fai riferimento?
Avrei il desiderio di camminare, alla mia maniera, sulla strada tracciata da David Bowie, Bob Dylan, John Lennon o Serge Gainsbourg. Non mi azzardo a paragonarmi a loro, ma continuo a stupirmi di come si siano più volte reinventati. Con Rover volevo scattare una fotografia di quello che sono in questo momento della mia vita, non preoccupandomi di mascherare le mie influenze ma facendole passare attraverso un filtro emotivo che è mio e solo mio.
Il tuo album è un curioso, affascinante compromesso fra minimalismo e massimalismo: sembra scarno, ma a ben vedere è pieno di suoni.
Avevo davvero voglia di sperimentare registrando, inserendo tutto quello che mi passava per la mente, soddisfacendo ogni mia curiosità, giocando con strumenti che non ho mai posseduto per scoprire cosa accadeva. Non facevo altro che arrangiare e riarrangiare e aggiungere, finché il produttore mi ha detto “basta, non occorre altro, è ok così”… però, lo ammetto, anche dopo che il master era appena stato spedito per la stampa ho telefonato allo studio per chiedere se fossi ancora in tempo per apportare ulteriori modifiche. In tutto ho registrato una ventina di pezzi e se fosse dipeso da me Rover sarebbe stato doppio, ma saggiamente mi è stato suggerito di selezionare fino a giungere a una scaletta di undici pezzi più una ghost track. Sul piano creativo non ho voluto frenarmi, l’alchimia fra suoni acustici, elettrici ed elettronici si è sviluppata spontaneamente in studio. Lo so che ci sono alcune chitarre “alla Bowie”, ma non volevo copiare un modello: il mio obiettivo è creare qualcosa che faccia avvertire gli stessi brividi che ho provato io quando ho ascoltato una composizione classica – adoro Mozart e Bach – o una canzone rock o pop, quando ho letto un libro di Marcel Pagnol, quando ho ammirato un quadro di Vincent Van Gogh. Ho questo modo primitivo, naïf, di rapportarmi a ogni forma d’arte, percependone la grandezza con il cuore: l’intelletto non c’entra, è una questione di sensibilità.
Penso che la tua voce, così duttile e ricca di sfumature, sia uno degli elementi-cardine della tua espressività.
Sta cambiando, me ne sono accorto quando ero in campagna… mi sono accorto di saper cantare cose che non avrei mai immaginato. Essere solo, senza che nessuno potesse sentirmi, mi ha liberato, permettendomi di scoprire opzioni per me nuove: per esempio, ho provato a imitare il suono di un organo e mi sono accorto che ci riuscivo… e così tante altre cose. Posso dire di aver trovato uno strumento che non sapevo di possedere, con il quale mi piace tantissimo spingermi oltre quelli che credevo fossero i miei limiti.
Nella tua musica riscontro soprattutto malinconia, cupezza, romanticismo e decadenza. C’è altro che magari è rimasto escluso dall’elenco?
Sono d’accordo, ma menzionerei anche la nostalgia. Molti la considerano una brutta parola, ma sbagliano: può essere bellissimo trovarsi a evocare il profumo di una certa situazione o altre emozioni legate ai sensi, dal freddo di una roccia sulla quale ti eri seduto al sapore di un primo bacio, dalla vista di uno spettacolo naturale alla pioggia che ti batte sul viso. A volte mi piace ritornare in posti dove ho vissuto qualcosa di molto intenso, pur sapendo che non potrò riviverlo, solo per ricordarlo meglio. Nostalgia e malinconia fanno parte di me e le amo tantissimo, più della felicità che è passeggera e può dissolversi in un attimo: sono le mie amiche, mi accompagnano e mi aiutano a scrivere le mie canzoni. Se le si accettano senza provare a combatterle, daranno mille soddisfazioni.
Rover sembra quasi l’esorcismo di un amore perduto, magari per la “queen of the fools” del secondo pezzo.
Oh, è proprio così. Il disco tratta quasi solo di amore impossibile, di distanze nell’amore, di storie – non necessariamente d’amore, però – che non hanno funzionato nonostante le loro potenzialità. Tutto strettamente autobiografico, comunque. Strano, in Francia nessuno mi ha fatto questa domanda.
Stilisticamente è un album difficile da collocare: non è legato ad alcun filone e ricorda tante epoche diverse. Senza tempo, insomma.
Oh, mi fai un grandissimo complimento. Quando compongo un pezzo sospendo appunto il tempo e pure lo spazio, immedesimandomi in un bambino di otto anni: dimentico le bollette da pagare, l’essere un adulto che pesa più di cento chili, le persone che dovrei incontrare. Nessuna preoccupazione, e abbandono totale: una cosa che, oltre all’amore, credo possa essere data solo dalla musica. Comunque non mi piacerebbe affatto se qualcuno dicesse che un mio disco sembra essere stato realizzato nel 1967 o in qualsiasi altro periodo specifico, non sono uno di quelli che vogliono suonare come se vivessero esattamente fra il 1966 e il 1971 perché sono in fissa con i Love o gli Zombies. Preferisco seguire un flusso istintivo, senza pormi barriere, anche se mi sento vicino a un concetto generico di “classicità.
Hai già scritto qualcosa di nuovo?
Io scrivo sempre, non potrei farne a meno, e cerco sempre di annotare spunti e idee. Ho pure un’infinità di demo, i miei archivi diventeranno tipo quelli di Frank Zappa! Non ho ancora idee molto chiare su come il prossimo album potrebbe venir fuori, ma ho il sospetto che sarà più rock. Comunque adesso non mi va tanto di pensarci, anche se per certi versi avrebbe senso: ho un presente troppo bello da godermi, e vorrei farlo fino in fondo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.701, dicembre 2012

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Rover

  1. Gian Luigi Bona

    Una delle migliori scoperte dell’anno appena finito.

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