Julian Cope – Excalibur

Ogni tanto mi capita di avere idee bizzarre, di quelle che di norma non è facile mettere in pratica perché nelle riviste di musica si preferiscono le cose più convenzionali e schematiche. Per quanto riguarda l’articolo in oggetto, la trovata era stata quella di accoppiarvi senza soluzione di continuità un musicista piuttosto atipico e un fumetto supereroistico non meno stravagante, legando il tutto a frasi significative estratte dalle pagine di Lewis Carroll: un vero viaggio psichedelico che oggi mi appare ancora abbastanza “fuori di testa”, ma comunque curioso e non privo di stimoli. Chissà che effetto farà a chi lo leggerà oggi, con Julian Cope ancora in circolazione mentre Excalibur, fra svariate interruzioni, ha continuato il suo percorso fino al 2007.

Cope-ExcaliburDimensioni parallele
Superato il primo attimo di smarrimento, non sarà troppo difficile accorgersi delle assonanze che legano Julian Cope, illustre docente di psichedelia applicata dell’Università di Albione, ed Excalibur, serie a fumetti fra le più singolari e entusiasmanti della fantastica costellazione Marvel: oltre alle origini britanniche, l’imprevedibilità, l’eclettismo, l’incIinazione al paradosso, l’ironia. Soprattutto, la natura “lisergica” di moltissimi spunti e la schizofrenica ma lucida eccentricità delle sceneggiature, musicali e visive. Indagare su questa bizzarra connection ci è parso doveroso, e il Bianconiglio strappato alle pagine di Lewis Carroll si è mostrato disponibile ad accompagnarci attraverso le sorprese e i misteri della sua Wonderland.

* * *

Alice provò con un’altra domanda. “Che gente vive da queste parti?” “In quella direzione”, rispose il gatto, “abita un cappellaio, in quell’altra una lepre marzolina. Vada a far visita a chi vuole, sono matti tutti e due”.
Non è mai stato considerato completamente normale, Julian Cope, neppure ai tempi ormai lontani dell’Eric’s Club di Liverpool, delle collaborazioni con Ian McCulloch e Pete Wiley, di quei Teardrop Explodes che la storia ha di recente rivalutato dopo anni di semi-oblio. Ha sempre goduto della reputazione di “fuori di testa”, se non proprio di quella del pazzo a tutti gli effetti, e i dichiarati usi e abusi di allucinogeni che tanto hanno influito sulla sua psiche e la sua creatività non sono certo serviti a smentirla. Un evidente parallelo, insomma, con Robyn Hitchcock, altro “grande folle” del rock inglese che non ci stupiremmo davvero di veder seduto al suo stesso tavolo da thè, magari sotto una gigantografia di “papà” Syd Barrett. A causa della sua reale o presunta insanità mentale, sottolineata per di più da un accentuato egocentrismo, Cope ha incontrato parecchi problemi nel gestire carriera artistica e vita privata; lo testimoniano il licenziamento di un gran numero di collaboratori, i litigi con i responsabili delle case discografiche, i rapporti non esattamente idillici con la stampa, un matrimonio andato a male, la necessità di frequenti “ritiri strategici” nella quiete della campagna con i soli svaghi di una chitarra, una tastiera e un’imponente collezione di giocattoli. E, forse, è proprio l’amore del “crazy Julian” per il gioco, ammesso anche con la ripetuta utilizzazione nei suoi brani dei termini “toy” e “play”, a illuminarci sul carattere del Nostro e sul suo probabile approccio nei confronti del mondo: quello di “bambino” vivace e capriccioso, animato dalla irrefrenabile curiosità di scoprire ogni sfumatura di ciò che lo circonda, che non si è reso conto dei pericoli sempre maggiori ai quali – una volta abbandonata la culla Teardrop Explodes – si sarebbe potuto esporre iniziando a camminare con le proprie gambe.
Allo stesso modo Excalibur – gruppo di super-eroi mutanti partorito nel 1987 dall’estro di Chris Claremont e Alan Davis – spicca per personalità e bizzarria. Con un vecchio faro come sede e l’Inghilterra come principale teatro di azione, il team è protagonista di storie insolite, geniali nelle intuizioni narrative – impregnate di un umorismo tipicamente britannico – come nelle tavole, caratterizzate da un attentissimo lavoro sui particolari e da un’impostazione delle figure assai equilibrata nonostante i tratti spesso quasi caricaturali. Un serial pirotecnico, coloratissimo e di immediato impatto che, assieme al già mitico Spider Man di Todd McFarlane, merita di figurare tra le migliori realizzazioni della sua casa editrice. Non c’è da stupirsi, quindi, che sia stato baciato da un notevole successo di vendite. Excalibur non snobba a priori alcun riferimento e alcun possibile sviluppo: i cinque membri fondatori – Shadowcat e Nightcrawler, entrambi originariamente negli X-Men; Capitan Bretagna, la risposta inglese al più famoso Capitan America; la mutaforma Meggan; Fenice, proveniente da un futuro alternativo – vantano un’impressionante gamma di poteri che vanno dalla forza erculea al volo, dalla telepatia alla capacità di rendersi incorporei e di trasportarsi con il solo pensiero, ma contrariamente alla maggioranza dei personaggi Marvel si trovano coinvolti in situazioni dove la realtà è meno realistica e la fantasia è più fantasiosa del consueto; e dove tutto, o quasi tutto, può accadere, anche le cose più assurde. Tendenzialmente, quindi, sono molto più vicini a un Thor, a un Dr.Strange o ai Fantastici 4 “cosmici” che non all’Uomo Ragno, Devil o il Punitore, il cui scenario è più o meno quello di tutti i giorni e l’unico elemento fuori dalla norma è dato dall’esistenza di individui dotati di talenti incredibili, acquisiti in circostanze forse ancor più incredibili. Non c’è rigore pseudo-scientifico, in Excalibur, ma solo immaginazione; e un’immaginazione, consentiteci, di stampo psichedelico, stordente come le tinte “forti” delle vignette.

Santo cielo, quante cose strane succedono oggi! Che io sia stata scambiata stanotte? Vediamo un po’, era la solita Alice quella che s‘è alzata stamattina? Quasi quasi mi sembra di ricordare che mi sentivo un pochino differente. Ma se non sono la stessa, allora il problema è: chi diavolo sono?”.
La domanda devono essersela posta anche gli Excalibur incontrando i propri “doppi” – non esattamente copie conformi, ma non importa – in una delle dimensioni aliene nelle quali sono approdati per l’intervento del loro virtuale sesto elemento Widget, robot senziente in grado di aprire “porte” fra gli universi. Ed è grazie ad esso (a lui?) che Capitan Bretagna e soci hanno l’opportunità di vivere le loro più impensabili e allucinate avventure: ad esempio, la saga The Cross-Time Caper del 1989, in questi mesi in fase di pubblicazione in Italia, le cui prospettive di sbocco – come insegnano molti scrittori di fantascienza: Fritz Leiber, Fredric Brown, Philiph K. Dick fra gli altri – sono pressoché infinite.
E infiniti sono anche i volti di Julian Cope. Uno che, acidi o non acidi, deve essersi frequentemente interrogato sulla propria identità e sul proprio ruolo di uomo e musicista. Le conclusioni sono state di sicuro molteplici, vista la facilità con la quale il Nostro è passato dal pop dei Teardrop Explodes a quello di Saint Julian, dall’allegria “dance” di alcuni episodi di My Nation Underground alle cervellotiche elucubrazioni “solo per fan” di Droolian e Skellington, dall’esuberanza istintiva di World Shut Your Mouth e Fried a quella certo più matura e meditata dell’ultimo, monumentale Peggy Suicide. E il bello è che in nessuno dei suoi dischi Julian Cope ha mai voluto essere diverso da se stesso; chissà, forse per tentare di delineare le sue reali fattezze si è affidato a un campionario di specchi deformanti.

In ogni modo, sulla bottiglia non c’era scritto veleno, perciò Alice s’azzardò ad assaggiarla e trovandola molto buona in un momento la finì. Il sapore e l’odore erano infatti un misto di torta di ciliegie, crema, ananasso, tacchino arrosto, croccante e crostini caldi imburrati.
Scoppia di ironia, Excalibur. Ironia anche iconoclasta, come nel caso dello special Mojo Mayhem nel quale è sviluppato un tema di scottante attualità, quello della corsa all’indice di ascolto, del condizionamento operato dai media e dagli intrighi dei trust televisivi. Oppure ironia svuotata di proclami occulti e un po’ demenziale, della quale le otto parti della Having A Wild Weekend di Marvel Comics Presents costituisce efficacissima testimonianza: i cattivi di turno hanno lesembianze dei protagonisti dei cartoni animati della Wamer Bros (Bugs Bunny, Bip-Bip, Duffy Duck) e si chiamano, pensate un po’, Looney Tunes…
E poi c’è Julian Cope. Che scherza, è ovvio, quando con i Teardrop Explodes canta un ritomello come “ah, ah, sto annegando nel tuo amore”; quando intitola Copeulation, con un gioco di parole fin troppo sfacciato, la sua prima raccolta di video e si firma “Julian Cope di Lambeth” nella prefazione a una biografia di Syd Barrett; quando sceglie pseudonimi improbabili quali Rabbi Joseph Gordan o Droolian e si fa fotografare e riprendere, per le session di Fried, con indosso soltanto un enorme guscio di tartaruga. Un acrobata del sarcasmo che però, all’occorrenza, sa essere anche molto pungente, mettendo in mostra una coscienza politica e sociale che non si riteneva far parte delle sue prerogative.

Ché ché, bambina!”, disse la Duchessa, “ogni cosa ha una morale, purché tu la trovi”.
E siamo giunti al dunque. Alla resa dei conti. Indubbiamente, seppur mascherata con soluzioni sonore stravaganti ed espressa in modo mai del tutto esplicito, la presenza della fatidica “morale” si impone come motivo dominante di Peggy Suicide, il nuovo, doppio album-capolavoro di Julian Cope. Un disco che, senza timore di smentita, va segnalato come la sua opera più rappresentativa, la più esauriente nel fungere da manifesto di un estro visionario peraltro già sviscerato in una carriera lunga e ricca di colpi di scena. Per la prima volta Julian non si è dunque limitato a raccogliere brani di diversa ispirazione in un collage omogeneo solo per disomogeneità, ma ha indirizzato i suoi sforzi creativi verso un fine unitario; sposando strutture musicali come sempre policrome e liriche impegnate, che polemizzano con il Sistema britannico e che soprattutto lanciano un messaggio ecologista di non comune spessore poetico. Un messaggio che Cope vorrebbe davvero fosse recepito dal pubblico, visto che – fatto piuttosto raro, per la naturale ritrosia degli artisti a illustrare il signiticato delle loro canzoni – non ha esitato a “spiegare” ogni episodio, come già accaduto in My Nation Underground, con brevi ma esaustivi commenti scritti.In quest’occasione, insomma, Julian Cope ha smesso i suoi abituali panni di chansonnier ermetico e ha voluto rivelare con chiarezza, sensibilità e carisma le sue opinioni sulla grande madre Terra – Peggy Suicide, appunto – avviata all’autodistruzione, rilanciando in tal modo autorevolmente la figura che si riteneva obsoleta del concept-album; e ciò che più induce ad affermare che l’eterno fanciullo abbia finalmente raggiunto la maturità è il rifiuto, inconfutabile in Not Raving But Drowning, delle droghe allucinogene che per tanto tempo sono state sue inseparabili compagne.
Mentre Peggy Suicide è già da marzo a disposizione degli interessati, il “nuovo corso” di Excalibur non potrà essere goduto che fra qualche mese (per i lettori degli albi originali americani) o fra un paio d’anni (per quanti ne attenderanno le traduzioni nella lingua di Dante); e infatti nel numero 42 della serie USA che Alan Davis, dopo un periodo di pausa, riprenderà a occuparsi del disegno dei suoi figli prediletti, impegnandosi per di più anche come autore dei testi. Le sorprese, siamo pronti a scommetterlo, non mancheranno: Davis ha programmato di concludere alcune sottotrame rimaste in sospeso e di approfondire l’analisi della psicologia dei characters, facendo intendere che gli eventi degli ultimi anni si sono svolti in previsione di un maxi-scontro interdimensionale nel quale il supergruppo fungerà ovviamente da ago della bilancia (a favore delle forze del bene: i malvagi, si sa, finiscono sempre dalla parte degli sconfitti). Gli eroi acquisiranno piena consapevolezza della propria posizione e del proprio compito quando, dopo una serie di vicende “a solo” conseguenti a uno scioglimento, si ritroveranno assieme e confronteranno le rispettive conoscenze, componendo così il puzzle. Sulla carta, quindi, un intreccio assai avvincente, giocato come di consueto sul filo del sense of humor e della fantasia più sfrenati; un intreccio, però, non privo di risvolti concreti, come ad esempio la scelta di fare operare Excalibur in un contesto “europeo” per adeguarsi agli attuali orientamenti della politica intemazionale.

Rimase meravigliatissima accorgendosi che restava la stessa. Alice aveva ormai fatto talmente l’abitudine allo straordinario che il vedere andare le cose nel modo ordinario, le parve proprio stupido.
Un bel problema, non c’e che dire: al confronto con Julian Cope ed Excalibur, quasi ogni altro musicista o fumetto dà l’impressione di essere, se non addirittura stereotipato, quantomeno “di routine”. E allora? Allora, basterà cercare uno Widget che ci permetta di scorrere l’interminabile elenco delle dimensioni parallele: potrebbe essere divertente, magari, scoprirne una in cui Excalibur è un’acclamata band rock e Julian Cope – con il fido Sqwubbsy come spalla – una star dei comics.
Tratto da Velvet (seconda serie) n.6 del giugno 1991

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12 pensieri su “Julian Cope – Excalibur

  1. Gian Luigi Bona

    Grande Federico, mi hai convinto a comperare il libro di Alice e a riascoltare Peggy Suicide. In campo comics però voto da sempre DC anche se effettivamente Excalibir è stato un grande fumetto (almeno fino a quando è stato curato dai suoi papà Chris e Alan)

    • Io sono più un marveliano, ma non disdegno affatto la DC (la cui sigla, va detto, mi evoca brutti ricordi politici).

      • Gian Luigi Bona

        Effettivamente è imbarazzante quando mi capita di dire “mah… io preferisco la DC…” !!!!

  2. Romano

    Solo oggi con questo post ho scoperto che sei un marvel fan! Leggo marvel dall’età di 6 anni,precisamente dall’uomo ragno corno 208 dell’aprile del ’78.Ricordi qual’è stato il tuo primo fumetto marvel?

    • Lo so che sembrerà una cazzata buttata lì, ma il mio primo fumetto Marvel è stato il numero 1 dell’Uomo Ragno della Corno. Avevo dieci anni, era il 1970.
      La passione per Spider-Man mi è rimasta, continuo a comprarlo tutt’ora (in originale), anche se con le letture sono parecchio indietro…

      • Gian Luigi Bona

        Pensa che io non ho comperato L’Incredibile Devil e L’Uomo Ragno dal n.1 perchè ero arrabbiato che la Mondadori aveva chiuso Superman e Batman !!!
        Per fortuna ho ceduto con il n.8 di Devil e con il n.12 de L’Uomo Ragno

  3. Romano

    Addirittura dal n.1?l’alba dei tempi!

    • Ah, sì. Fu assolutamente casuale… non ne sapevo nulla di Marvel, conoscevo solo i personaggi della DC. Vidi che era un primo numero e allora pensai che, se fosse stato un bel fumetto, sarebbe stato figo collezionarlo dal n.1.
      Non a caso uno degli incontri più emozionanti che abbia mai avuto è stato quello con Stan Lee.

      • Romano

        Un incontro con Stan Lee? Sempre più sorprendente.Lo hai incontrato in una convention?A Lucca?Per motivi anagrafici ho cominciato qualche anno più tardi a leggere Marvel e subito prima del declino della Corno ma grazie alle ristampe giganti e alle raccolte triple (Eroi 2000,Raccolta supereroi)nel periodo ’78/’80 ho letto centinaia di albi Corno.Fra alti e bassi ancora oggi leggo Marvel.Davo per scontato che il rockettaro medio si sentisse superiore ai supereroi…mai dire mai.

      • Era venuto a Roma per presentare alla stampa una nuova linea… forse “2099”. Io allora lavoravo anche per la Marvel Italia (o era ancora la Star Comics? Comunque erano gli anni del passaggio di consegne, o poco prima o poco dopo), e quindi. Nel mio facebook c’è la foto con lui, sorrido a 32 denti. Cazzo, STAN LEE!!!!

  4. Romano

    Che incarichi ricoprivi alla Marvel?

    • Ho curato un sacco di cronologie italiane, varie rubriche sui cartoni animati dei personaggi Marvel, articoli sul mondo del collezionismo e, in generale, sul mercato del fumetto dell’epoca.

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