Blur

All’inizio del 1997 i Blur pubblicarono il primo album senza titolo della loro discografia: un lavoro come sempre di notevole pregio, con il quale la band britannica dimostrò per l’ennesima volta le sue capacità evolutive nell’ambito di un pop-rock articolato, mai banale, brillante. Un paio di mesi prima dell’uscita, la EMI mi portò a Londra per incontrare Damon Albarn e Alex James: questa intervista, alla quale ovviamente si accompagnò la copertina di un Mucchio da poco diventato settimanale, fu il (ricco) bottino della trasferta.

Blur Mucchio1997: Fuga dal Britpop
Londra, pomeriggio del 3 dicembre 1996. Sul divano della sua stanza d’albergo il cantante Damon Albarn si esibisce in acrobazie degne di un contorsionista, cercando senza apparente successo una posizione comoda. Alla sua destra, il bassista Alex James siede composto e pronto a intervenire, pur consapevole che in questo turbinoso susseguirsi di interviste con la stampa internazionale il suo ruolo potrà essere solo quello della “spalla”. L’opportunità dell’incontro “a sei occhi” è stata offerta dall’imminente uscita del quinto, omonimo album di studio dei Blur, atteso in febbraio alla prova del mercato: una circostanza che non sembra affatto preoccupare i due musicisti inglesi, per i quali gli aspetti commerciali continuano a mantenersi secondari rispetto alla necessità di una libera espressione artistica. Sul tavolino che ci divide, il registratore inizia a fissare su nastro i convenevoli di rito, seguiti da un’esilarante performance di Damon incentrata sulla lettura delle traduzioni italiane dei suoi testi. Sì, regalargli una copia del libro recentemente edito dalla Giunti è stata davvero una buona idea per rompere il ghiaccio.
Mi piace il tuo approccio allo scrivere: i contenuti marciano di pari passo con un’ironia decisamente amara, e nonostante le soluzioni pop molti tuoi pezzi sono avvolti da un’aura triste. Non sei una persona felice, Damon?
In verità tutti i miei testi sono un po’ tristi, ma questo non significa che io sia infelice. Dipenderà dalla malinconia che da sempre, in modo assolutamente naturale, si accompagna al pop inglese. Si sa, tutte le canzoni più belle della storia sono non molto allegre, e credo che questo sia in relazione con la capacità della musica di essere più intensa e profonda – più toccante, insomma – quando i sentimenti che rappresenta ed evoca hanno in sé qualcosa di cupo, di sconsolato.
Sono rimasto un po’ sorpreso dal nuovo album: dopo il grande successo di The Great Escape mi aspettavo qualcosa di altrettanto immediato e “commerciale”…
Sarebbe stato facile, davvero troppo facile, realizzare una fotocopia del disco precedente, ma la cosa non ci interessava. Ci siamo resi conto di essere giunti alla fine di un ciclo, e abbiamo preferito provare a inaugurarne un altro piuttosto che ribadire concetti già espressi. Riteniamo che una band debba riuscire a capire quando un filone musicale si è esaurito, e debba quindi cercarne uno nuovo prima di divenire noiosa e prevedibile.
Avete già chiara la direzione verso la quale vi muoverete da ora in avanti?
No, non ancora, ci sarà bisogno di un po’ di tempo. Però siamo sicuri che quest’album, al quale non abbiamo dato un titolo quasi a ribadirne lo spirito di secondo esordio, ci porterà da qualche parte. Non so dove, staremo a vedere.
L’attitudine pop, comunque, è rimasta: un pop bizzarro e obliquo, ancor più difficile da codificare.
Ci è sempre piaciuto sperimentare, non ci consideriamo certo un classico gruppo rock’n’roll. Non a caso queste nuove canzoni sono aperte a mille soluzioni diverse, in parte ideate direttamente da noi e in parte suggerite dai vari ospiti che in studio hanno offerto il loro contributo. Sono poco lineari, piene di angoli… probabilmente ne verrà fuori anche un album di remix.
Beetlebum, il primo singolo, è la perfetta concretizzazione di tale attitudine, e infatti ha ben poco di convenzionale.
Il ritornello è piuttosto accattivante, ma in generale non è un pezzo molto diretto. C’è qualcosa di beatlesiano, ma ci sono anche precisi riferimenti alle atmosfere di gruppi tedeschi storici quali Can e Faust.
Look Inside America, invece, sembra quasi un ballata dei Big Star di Alex Chilton.
Sì, ci sono delle affinità. Il pezzo è una specie di esorcismo della mia ossessione per gli Stati Uniti, che è stata probabilmente amplificata dai nostri insuccessi su quel mercato. Dall’altra parte dell’Atlantico siamo una cult-band, finora abbiamo venduto pochino.
È così importante conquistare l’America?
No, non più. Sarebbe per certi versi paradossale che l’impresa ci riuscisse ora, ma lo ritengo possibile.
Qual è la vostra opinione degli Stati Uniti?
Lo si voglia o no, l’America è il futuro. È una cultura fortissima, che si espande a macchia d’olio. L’Inghilterra è stata colonizzata dai discendenti dei suoi vecchi coloni, la merda è tutt’intorno a noi…
Meno che in Islanda. Ho letto che lì hai trovato una vera e propria terra promessa.
È tutto vero, in pratica faccio la spola tra Londra e Reykjavik. Ho scoperto una nuova dimensione di vita, un po’ come capita a chi si reca in India, in Australia o in certe regioni dell’Africa. La magia e la spiritualità dell’Islanda sono un patrimonio unico e prezioso, e confesso di essere terrorizzato all’ipotesi di un turismo selvaggio che ne snaturi la particolarissima realtà. Sono stato cambiato da quest’esperienza, molto al di là di quanto non faccia intendere la manciata di brani che ho composto lassù.
Perché fai il musicista?
La risposta più ovvia sarebbe “perché è il miglior lavoro che esista”, ma la questione è molto più complessa. È un qualcosa che è legato al desiderio di esprimersi, alla sensazione rassicurante data dal trovarsi nel mezzo della stesura di un brano e percepirlo come proprio. Anche alla voglia di sapere come quello che stai creando oggi, che dipende in qualche modo da ciò che hai creato ieri e l’altro ieri, diventerà quello che creerai domani.
E in questi processi creativi cosa ha più peso, l’istinto o il ragionamento?
Sostanzialmente sono bilanciati, ma entrambi derivano dal cervello. A dispetto di quanto si potrebbe magari ipotizzare, però, l’ultimo album è molto più istintivo dei suoi predecessori: approntarlo è stato abbastanza automatico, man mano che andavamo avanti ci accorgevamo subito che le idee erano quelle giuste; sempre, anche quando sulla carta potevano apparire stravaganti. Durante le session abbiamo lavorato in modo disteso, senza fossilizzarci: piuttosto che aggrapparci allo studio ci siamo lasciati trasportare dalla corrente, e i risultati hanno premiato questo nostro approccio spontaneo.
Quindi anche il distacco dal cosiddetto Britpop è stato frutto di un normale processo evolutivo.
Fino a un certo punto, nel senso che abbiamo veramente voluto prendere le distanza da un “movimento” nel quale non ci riconoscevamo più. Al di là di Parklife e una manciata di altri titoli, almeno mi sembra, le uscite discografiche hanno avuto ben poco significato. Inoltre, mi ha fatto un po’ sorridere questa beatificazione dei Beatles fondata su presupposti errati: i Beatles sono stati immensi perché erano coraggiosi, curiosi, divertenti, mai fermi sulle posizioni raggiunte. Il Britpop che ricalca i Beatles, invece, non fa che uniformarsi a un preciso cliché: un qualcosa che i quattro di Liverpool, come testimonia tutta la loro carriera, hanno sempre evitato.
Anche voi avete il vostro mito, gli XTC.
Ci piacciono moltissimo. Per un pelo abbiamo anche rischiato di essere prodotti da Andy Partridge, ma i tentativi effettuati non hanno portato a nulla di concreto. Non funzionava, insomma, e abbiamo lasciato stare. Forse Partridge non era interessato a un disco con pretese artistiche allo stesso modo in cui lo era all’inizio della sua carriera, mentre per noi l’esigenza era ed è ancora imprescindibile.
Avete mai ascoltato i Teardrop Explodes, la vecchia band di Julian Cope e del proprietario della Food, David Balfe?
Avendo a che fare con David è impossibile non averli ascoltati, non puoi avere idea di quante volte ci è stata propinata la melodia di Reward. Julian Cope ha un suo fascino, è una persona con una sua peculiare concezione del mondo: per questo molti non lo prendono sul serio.
A voi, invece, accade il contrario. Sentite mai il peso della responsabilità del successo, del sapere di poter influenzare profondamente chi vi ascolta?
Penso sia difficile lasciarsi coinvolgere dal proprio ruolo al punto di permettere che diventi qualcosa di diverso da te stesso. D’accordo, c’è chi soffre la propria condizione di “simbolo” e ne ha paura, ma non è il caso dei Blur: innanzitutto perché mi ritengo una persona responsabile, e poi perché, razionalizzando, non ritengo logico che un unico individuo debba addossarsi una responsabilità che non compete a lui solo ma a molti, molti altri come lui.
A proposito di responsabilità, come sono gli equilibri all’interno del gruppo?
In questo momento perfetti, ma non è certo stato sempre così. La vita di una band è fatta di relazioni dinamiche, di cambiamenti, di compromessi, se tutto filasse sempre liscio non ci sarebbe gusto a portarla avanti.
Un po’ come in una storia sentimentale.
Senz’altro. Quando sorgono problemi seri, o anche meno seri, si è colti dalla voglia di mandare tutto per aria e ci si esaurisce a riflettere sul senso di mantenere in piedi l’accordo, mentre quando il rapporto è soddisfacente si è sereni e determinati a proseguire con gioia. Il vantaggio di un gruppo come il nostro sta nell’assenza di complicazioni di carattere sessuale: il fatto di non dover scopare tra di noi (ridono, NdI) evita l’insorgere delle pressioni tipiche della coppia.
E le pressioni di carattere discografico? Non credo che la vostra etichetta abbia accettato con gioia un album così intelligente e diverso, e dunque lontano dai gusti delle masse.
È un loro problema. Il mio è quello di scrivere canzoni, meglio se belle, in linea con la mia indole. C’è qualcosa di più importante, nella vita di un musicista, che vendere milioni di copie.

* * *

Sembra sincero, Damon. E alternando lunghissime pause a frammenti di discorso così sussurrati da scomparire, al momento della trascrizione dell’intervista, nella tempesta di fruscio del nastro, aggiunge qualcosa di francamente poco rilevante sulla sua amicizia con Steve Malkmus dei Pavement, della partecipazione a un reading di poesia alla Royal Albert Hall, del suo ruolo di protagonista del film di Antonia Bird Face e del suo orgoglio per aver dato vita a un pezzo – Death Party, scritto circa quattro anni fa e riesumato solo adesso – che suona come una specie di omaggio agli indimenticabili Specials di Ghost Town. Dalla metà di febbraio in avanti, Blur comincerà a rivelarci se Damon Albarn e compagni avranno maggiori difficoltà a raggiungere il vasto pubblico o se la destabilizzante eccentricità di questa loro ultima prova verrà premiata da un interesse superiore alle attese. La guerra commerciale con gli Oasis è persa per sempre, questo è sicuro, ma la sconfitta non ha lasciato sul campo alcuna vittima; e i Blur, per i quali il Brit-Pop è ormai solo una lontana eco, marciano già a testa alta in una nuova era.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.242 del 28 gennaio 1997

Blur copBlur (Food/EMI)
Per i Blur, la “guerra” con gli Oasis è ormai un lontano ricordo, un’esperienza dalla quale non farsi condizionare negativamente e da riporre in qualche angolo della memoria perchè, al momento opportuno, ricordi quanto poco valore abbiano le dispute di carattere commerciale. Se davvero dev’esserci uno scontro, dovrebbe essere la morale, che si svolga sul terreno dell’ispirazione e del carisma musicale e non su quello del marketing, delle dichiarazioni a effetto e del pettegolezzo montato ad arte.
Dopo un opportuno periodo di riflessione, Damon Albarn e compagni hanno così deciso di voltare pagina e di assecondare solo il proprio estro, senza curarsi troppo di incrementare l’imponente successo del penultimo The Great Escape né di deludere quanti avrebbero voluto vederli in eterno nei panni di alfieri di un Britpop ormai avviato sulla strada del manierismo. E il loro “gran rifiuto” è stato espresso attraverso un album atipico e coraggioso, che si muove nell’ambito di una ricerca pop solo a tratti legata all’orecchiabilità e per lo più sviluppata in strutture imprevedibili, melodie oblique e arrangiamenti arditi: una concezione, quindi, vicina a quella dei maestri XTC – ai quali il gruppo è da sempre devoto – ma per molti aspetti più contorta e inquietante sia nelle elaborate trame sonore che nelle personalissime liriche. Stralunati e visionari al punto di giustificare l’uso del termine “psichedelia” (inteso come attitudine: i revival, a parte qualche riferimento beatlesiano, sono banditi), questi quindici episodi – diversi l’uno dall’altro ma ciascuno dotato di un suo inimitabile fascino – fotografano nitidamente l’attuale fase creativa di una band i cui dubbi sull’indirizzo da seguire sono giustificati dalla constatazione che ogni strada (e al crocevia di Blur, credete, se ne intrecciano parecchie) potrebbe garantire grandi soddisfazioni. Un plauso al genio, quindi, e uno all’audacia, sperando che il logico assottigliarsi delle schiere dei vecchi fan sia compensato dall’acquisto di nuovi estimatori abituati a guardare alla sostanza e a non prestarsi al triste gioco delle mode.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.243 del 4 febbraio 1997

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: , | 16 commenti

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16 pensieri su “Blur

  1. Pingback: Mansun | L'ultima Thule

  2. donald

    eheheh, esattamente quello che ho fatto io, e anch’io avendo praticamente tutto dei 4 di Colchester :D, vero, anche il pachaging splendido, elegante e curatissimo, accattato su amazon poche settimane fa 😀

  3. donald

    tra l’altro mastodontico il box “21” che hanno fatto uscire un annetto fa, a ogni album è appaiato un altro disco di b-sides che definire splendide sarebbe poco, cioè questi oltre alle canzoni degli album ufficiali avranno prodotto una cosa come 80 (80!) pezzi favolosi inediti su album, non alternate version eh, proprio 80 brani nuovi.. Nel box inoltre trovi 2 doppi album di rarità un triplo dvd, e un 7″ con il primo loro brano inciso quando ancora si chiamavano seymour, il tutto rimasterizzato a parte, non ho capito il perchè, 13 e think tank. Insomma, da leccarsi i controbaffi 😀

    • Infatti, pur avendo già tutti gli album e svariati singoli, appena l’ho trovato a un prezzo decente me lo sono accattato. Musica eccezionale e oggetto splendido, cosa desiderare di più?

  4. donald

    Uno dei gruppi più grandi e importanti degli ultimi 20 anni, un’evoluzione continua, eclettici, versatili e con un talento compositivo più unico che raro. Questo il disco che consiglio sempre quando mi chiedono da dove partire con loro, perché oltre ad essere uno dei loro vertici artistici è un album che li rappresenta in pieno. Complimenti a te (sono un grande appassionato di Mucchio Extra in particolare, che considero la migliore rivista di approfondimento musicale in circolazione). Ultima cosa, a quando qualcosa su Graham Coxon sull’ultima thule?

  5. easter

    ah, gli xtc… appena posso, domani pomeriggio, dopo il lavoro, corro a mettere sul piatto il vinile di the black sea, rimediato a poco prezzo su un banchetto.
    …e english settlement è nella mia top 100.

    federico, domanda a bruciapelo. il tuo album preferito degli xtc? quale consiglieresti come starter a un rocker alle prime armi?

  6. giannig77

    i Blur sono tra i miei gruppi preferiti in assoluto. Nel 95, all’epoca della famosa battle of the bands,avevo 18 anni, seguivo avidamente già da anni il britpop, lo shoegazer e la scena baggy… ero molto esaltato da quei toni entusiastici 🙂 insomma, Parklife secondo me è una pietra miliare del pop inglese, anche se ho continuato a seguire la loro evoluzione, notando una grande crescita dal punto di vista compositivo. Sono felicissimo della loro completa reunion e già in possesso di un biglietto per la data italiana estiva

  7. palombella verde chiaro

    Avevo 15 anni. E da qualche parte devo avere ancora conservato questo numero del Mucchio. E il libro della Giunti di cui parli all’inizio!!!

  8. nandodevitis

    “È l’orgoglio che ti blocca il cervello e te lo mette nel culo”.
    Nel mio caso fu la spocchia, un po’ cogliona, a farlo.
    All’inizio, infatti, quando il mio cuore batteva altrove, ho snobbato i Blur.
    Essì’ che “Sing” mi martellava nella testa (il modo con cui andò ad incastrasi in “Trainspotting” fu poi assolutamente perfetto), eppure li consideravo poco “rock” rispetto a gente come Nirvana, Pearl Jam, Red hot chili peppers, Smashing Pumpkins e tutta la musica con cui sono cresciuto e pasciuto in quegli anni.
    Per fortuna ho poi avuto l’illuminazione (come si fa a non capitolare davanti a “the universal”?): l’ho detto sul forum del mucchio, l’ho detto qui, ora, e mi sono autoflagellato.
    Penso possa bastare.

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