Johnny Rotten

Non c’è due senza tre. E allora, subito dopo Please Kill Me e La sottile linea bianca, ecco un altro libro maledettamente r’n’r e quindi più che consigliato. Pazienza che la sua stesura risalga a quasi due decenni fa e che, quindi, una parte della storia oggi sarebbe con tutta probabilità raccontata in maniera diversa: la testimonianza rimane ugualmente molto preziosa, forse anche più preziosa perché non “addomesticata” dal tempo.

Rotten copL’autobiografia
Come per An American Band dei Ramones, l’uscita sul mercato italiano (via Arcana) di questa storica autobiografia del frontman dei Sex Pistols prima e dei Public Image Ltd poi – titolo inglese, No Irish No Blacks No Dogs – pone un interrogativo: ha senso proporre, tredici anni dopo la pubblicazione originale, un libro che racconta vicende nel frattempo andate avanti? Di norma sarebbe quasi scontato rispondere di no, ma nel caso specifico la deroga al principio è d’obbligo: nelle 350 pagine del volume, scritto con il contributo di Kent e Keith Zimmerman, la più popolare icona del punk non affronta in pratica eventi estranei alla breve saga dei Pistols (pure i PIL vi compaiono in modo incidentale), concentrandosi invece su di essa e offrire la propria versione sulla nascita della band, l’effettivo ruolo del manager Malcolm McLaren, i rapporti interni e Sid Vicious, le tante, geniali “truffe” allestite in appena due anni e spiccioli, la traumatica separazione dal resto della truppa e i conseguenti strascichi giudiziari. Il tutto con poco ordine e qualche ripetizione, una prosa frammentaria e sboccata – “punk”, insomma: come stupirsene? – ma estremamente efficace, molti flashback su un’infanzia senza dubbio difficile e giudizi senza peli sulla lingua a proposito di vari co-protagonisti di quanto accaduto nella Londra che bruciava. Azzeccatissimi, inoltre, gli interi capitoli dove la parola passa a “persone informate dei fatti” come l’amico John Gray, il compagno Paul Cook, la moglie Nora, il collega Steve Severin, persino il padre John Cristopher Lydon.
Ho scritto questo libro”, dichiara a un certo punto Johnny, “perché su di noi sono state dette tante di quelle sciocchezze che potrebbe essere interessante per qualcuno assumere la giusta prospettiva e vedere le cose per quello che erano realmente e non per quello che i sognatori di questo mondo vorrebbero farvi credere”. Al di là dei sensazionalismi e dei romanticismi, allora, “la “vera storia dei Sex Pistols”? Magari, solo “la più vera” tra quelle finora narrate, perché si sa che ciascuno tende a filtrare ciò che lo coinvolge attraverso la propria personale ottica. E sarebbe sinmpatico sapere se oggi, dopo un paio di reunion che ai tempi avremmo ritenuto impossibili e la tanta ulteriore acqua passata sotto i ponti, l’ex Marcio confermerebbe al 100 percento alcune sue asserzioni caustiche e impietose. Comunque, un gran bel leggere, e non importa che a volte la linearità lasci spazio a un affastellarsi un po’ confusionario di ricordi.
Tratto da Mucchio Extra n.27 dell’autunno 2007

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Categorie: recensioni | Tag: , | 7 commenti

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7 pensieri su “Johnny Rotten

  1. stefano

    uno spasso quest’autobiografia 🙂

  2. Connie Island Ramone

    Lydon il meglio da sempre

  3. easter

    in qualche modo mi ricorda la vicenda brian jones.
    a più riprese keith richards su di lui ha rilasciato dichiarazioni talmente ruvide che definirle imbarazzanti è poco, soprattutto se si pensa che era un ragazzo di soli 27 anni quando se n’è andato.

    di keith però, così come di johnny, non si può non apprezzare l’implacabile sincerità che non cerca abbellimenti.

  4. giannig77

    ho letto anch’io la sua biografia, per certi versi surreale. Certo, letta col senno di poi, molte cose appaiono esagerate o forzate… sembra quasi che la band fosse stata costruita a tavolino, altro che spirito punk. Paradossalmente ne esce fuori un ritratto di Rotten lontano dal folle che appariva sul palco, anzi, per certi versi è profondo e riflessivo. La parte relativa alla sua difficile infanzia è quella che mi ha colpito di più, quando affiora qua e là qualche aneddoto sui famigerati hooligans. Alcune scene raccontate sono estremamente di cattivo gusto e volgari, e non mi sentirei di citarle, però in definitiva il libro mi è piaciuto. Ne esce molto ridimensionato il mito di Sid Vicious

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