Adverts

È uno dei miei album punk preferiti di sempre, l’esordio degli Adverts. E in termini strettamente è forse – provando a spostare il discorso dal soggettivo all’oggettivo – il miglior 33 giri del primo punk britannico. Propagandarlo è, per me, una specie di missione, cosa che mi ha piacevolmente costretto a scriverne infinite volte. Rispetto a questo articolo, c’è da segnalare che la successiva ristampa commercializzata della Fire (2011) contiene, oltre all’intera scaletta del LP originale, sei estratti da 45 giri (la maggior parte, però, sono “solo” versioni differenti di pezzi dell’album) e sei brani dal vivo, per un totale di venticinque tracce. Se sia ama il punk, non possederlo è un peccato mortale. Davvero.

Adverts copCrossing The Red Sea
With The Adverts (Bright)
Chiedendo a un qualsiasi aficionado del rock i nomi dei migliori gruppi del primo punk inglese, le risposte ruoterebbero inevitabilmente attorno alla sacra trimurti Sex Pistols/Clash/Damned. Se l’interlocutore dovesse pronunciare la parola “Adverts”, significherebbe aver avuto la fortuna di imbattersi in un vero esperto: uno, cioè, che la leggendaria stagione compresa tra la fine del ‘76 e la fine del ‘78 non si è limitato a conoscerla a grandi linee, ma ha invece voluto scavare a fondo sotto la sua superficie alla ricerca delle gemme più nascoste e preziose. Ma che gli Adverts siano noti solo a pochi è comunque, a ben vedere, del tutto normale: nel cielo stellato della nostra musica, come un meteorite al contatto con l’atmosfera, sono esplosi appena per un istante, e sempre come un meteorite si sono disintegrati lasciando a ricordo della loro esistenza solo qualche (incandescente) frammento.
Di tali frammenti il più importante è senza dubbio Crossing The Red Sea, che il cantante Tim “T.V.” Smith, il chitarrista Howard “Pickup” Boak, l’affascinante bassista (e perfetta pin-up punk) Gaye “Advert” Black e il batterista Laurie “Lorry Driver” Muscat pubblicarono nel febbraio 1978 per la Bright Records. Come da consolidata regola del periodo, l’album giunse dopo una serie di 45 giri, nel caso in questione tutti di grande bellezza: One Chord Wonders (Stiff), Gary Gilmore’s Eyes (Anchor) e Safety In Numbers (Anchor) uscirono nel 1977, così come il contributo con una Bored Teenagers dal vivo alla raccolta The Roxy London WC2 della Harvest (documento della breve ma concitata avventura del celebre Roxy Club londinese), mentre No Time To Be 21 (Bright) anticipò l’esordio adulto di un paio di settimane. Con l’unica, dolorosa esclusione di Quickstep, retro del 7 pollici inaugurale, quattordici dei quindici episodi in origine apparsi nei cinque vinili di cui sopra sono raccolti nella prima stampa in compact di Crossing The Red Sea, edita nel 1990 dalla Link (la più recente, marchiata Anagram, esclude chissà perchè We Who Wait): brani straordinari dove l’irruenza e la ruvidezza del punk settantasettino sposano un gusto per la melodia analogo a quello dei migliori “colleghi” californiani, e dove i testi – come da copione, in bilico tra ribellione e nichilismo – sconfinano brillantemente nella poesia di strada. Si pensi a Bored Teenagers e No Time To Be 21, che fin dai titoli dichiarano il loro carisma di inni giovanili, ma anche a One Chord Wonders, New Church, Drowning Men, Great British Mistake, Safety In Numbers e On The Roof, fino alla Gary Gilmore’s Eyes – il solo vero successo dell’ensemble: arrivò fino al n.18 della classifica UK – che racconta la singolare esperienza, ispirata a un fatto di cronaca, di un uomo al quale vengono trapiantate le cornee di un assassino giustiziato sulla sedia elettrica. E che dire delle musiche? Cariche di energia e nel contempo articolate, tese e nel contempo ombrosamente avvolgenti, a dar vita a un suono al 100% punk molto diverso da quello di ogni altra band d’oltremanica e d’oltreoceano: inconfondibile, addirittura, proprio come la voce calda e vibrante di passione del trascinatore T.V. Smith e il look aggressivo della sua compagna di vita Gaye Advert. Impossibile non collocarlo tra le cinque pietre miliari del ‘77 britannico, assieme a quei Never Mind The Bollocks, The Clash, Damned Damned Damned e Another Music In A Different Kitchen (quest’ultimo dei Buzzcocks) che non riescono peraltro a eguagliarlo in quanto a intensità, ispirazione e capacità di colpire sul piano emotivo oltre che fisico. Eppure, nell’opinione di quasi tutti, gli Adverts sono ingiustamente confusi nella folta schiera degli “eroi per un giorno”, tra i tanti che, incapaci di inventare un proprio stile, si sono limitati – anche se con impegno e sincero entusiasmo – a sfruttare le altrui scie.
Pur non avendo raccolto grandi consensi commerciali, Crossing The Red Sea procurò alla formazione un contratto con la RCA, concretizzatosi nel 1979 in un pessimo secondo album (Cast Of Thousands) bocciato da critica e pubblico così come i tre singoli che gli fecero da corollario: colpa della vena inaridita, degli arrangiamenti troppo levigati, dei tempi ormai cambiati e dello scioglimento consumato proprio mentre il disco arrivava nei negozi. Nei vent’anni seguenti, tra una tappa e l’altra della frammentaria e anonima attività solistica del frontman, T.V. Smith e compagni sono stati celebrati da vari postumi dei quali almeno due di grande interesse: Live At The Roxy Club (Receiver 1990), con un intero show del ‘77, e The Wonders Don’t Care (New Millennium 1997), con tutte le sessions radiofoniche incise per la BBC. Reperti per cultori e collezionisti, seppur eccellenti sotto il profilo sonoro, che comunque non aggiungono nulla di sostanziale a una vicenda esauritasi – come tante altre della stessa epoca – in un lampo di furia giovanile e in una dozzina di (grandi) canzoni: non c’è da stupirsi se, da bravi adolescenti annoiati, gli Adverts abbiano preferito bruciare in fretta piuttosto che spegnersi lentamente; bene per tutti che, prima di farlo, siano riusciti a scolpire il loro nome nella Storia con questo irrinunciabile capolavoro.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.414 del 17 ottobre 2000

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Categorie: articoli | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Adverts

  1. Il mio disco preferito del punk inglese tutto. Non ho la ristampa del 2011 ma, in compenso, ho, oltre al disco con la scaletta originale, l'”Anthology” della Devils Own Jukebox. In pratica contiene l’intero primo album, tutti i lati b, alcuni brani di “Cast Of Thousands” e, come bonus cd, il loro “Live At The Roxy”. Inarrivabili. Loro pezzo preferito di sempre “The Great British Mistake”.

    • Beh, direi che sei a posto.
      “The Great British Mistake” è, in effetti, uno dei migliori, ma lì in mezzo non c’è nulla di meno che eccezionale.
      Io vado matto per “Bored Teenagers”.

  2. Mi sono catapultato dal mio spacciatore di vinili dove oltre a “Crossing The Red Sea With The Adverts” ho trovato l’ LP della italiana Get Back “The Adverts, Singles Compilation”. A me sembra che i singoli ci siano tutti (compreso Quick Step), ne vale la pena per 15 euro piuttosto che sbattermi per trovare il cd della Link?

    • La cosa migliore è recuperare la ristampa del 2011 che segnalo all’inizio (nel testo in corsivo), dove c’è tutto l’indispensabile. La raccolta dei singoli ha in più una manciata di pezzi del periodo del secondo album (alcuni anche buonini, ma prescindibili), ma la ristampa dell’album con le varie bonus track è un capolavoro epocale. E ti dovrebbe costare anche meno di 15 euro.

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