The Jesus And Mary Chain

Ho sempre amato moltissimo i Jesus And Mary Chain, una delle band più importanti degli anni ‘80 nonché influenti per i decenni a venire, anche se quando apparvero sulle scene erano in molti a considerarli derivativi. Nel 1998, e quindi molto dopo il suo periodo aureo, il gruppo scozzese diede alle stampe Munki, un buon album che doveva essere una sorta di secondo inizio: non fu affatto così, dato che a pochi mesi dall’uscita i fratelli Reid annunciarono lo scioglimento (durato fino al 2007) e che il disco rimane tuttora l’ultimo firmato dai nostri eroi. L’offerta di un incontro con Jim, per di più a Roma e in un hotel a due passi da casa mia, era troppo allettante per rinunciarvi, nonostante la nomea di personaggio litigioso che accompagnava il musicista.

JMC foto

Dal vangelo secondo Jim Reid
Quattordici anni fa, con il singolo di debutto Upside Down, i Jesus And Mary Chain inaugurarono il carnet di successi dell’allora neonata Creation Records, e nel 1985 il loro primo, straordinario album Psychocandy indicò una nuova direzione al pop con le sue ardite alchimie di melodia e rumore. Adesso, con i diciassette episodi del recente Munki, i fratelli Jim e William Reid hanno offerto un efficace riassunto di tutto ciò che sono stati, sono tuttora e si presume saranno domani: un riassunto da apprezzare per il suo valore intrinseco, e non solo per rispetto verso le tante glorie artistiche e commerciali del gruppo, cui il ritrovato marchio Creation conferisce un sapore quasi da secondo esordio. Di questo e d’altro, in una caldissima mattinata romana, si è parlato con il cantante Jim Reid, infinitamente più pacato e gentile di quanto facesse suppore la sua reputazione di “mangia-giornalisti”: proprio vero che il diavolo (ooops!) non è sempre così brutto come lo si dipinge…
Il nuovo album si apre con un brano intitolato I Love Rock’n’Roll e si chiude con un altro, I Hate Rock’n’Roll, che afferma l’opposto. Puoi spiegarci questa apparente contraddizione?
In realtà si tratta di una cosa abbastanza semplice, tipo “le due facce della medaglia”. Nella circostanza specifica si parla di r’n’r, ma il concetto è adattabile a qualsiasi argomento, come a voler affermare che nulla è davvero lineare e tutto è sempre complicato. Schematizzando al massimo, le due canzoni fotografano il rapporto conflittuale dei fratelli Reid con la loro professione: da un lato l’amore profondissimo per la musica in sé, dall’altro l’estrema avversione per il business che le fa da contorno.
Immagino che il ritorno alla Creation vada valutato come una cura per questa comprensibile insofferenza.
Senza dubbio: Alan McGee, da sempre responsabile dell’etichetta, dice che la Creation è la nostra casa spirituale. All’epoca di Upside Down la Creation esisteva solo in termini di ideali ed entusiasmo, ma la situazione finanziaria non avrebbe potuto consentirci la realizzazione di un album: non ci fossero stati questi problemi, non ce ne saremmo mai andati.
Pensi che sareste ritornati alla Creation anche se la sua posizione nel mercato non fosse stata privilegiata com’è oggi?
Quel che posso dirti è che siamo felicissimi di incidere per la Creation, e che di sicuro l’avremmo scelta anche se non fosse stata così grande e potente: Alan pubblica dischi con lo stessa, giusta mentalità che ci guida a suonare, e questo – soprattutto dopo dieci anni di Warner Bros – è davvero fondamentale per una band come Jesus And Mary Chain.
La musica è la cosa più importante della tua vita?
Indiscutibilmente. La musica è tutto, se non l’avessi avuta sarei morto. O, magari, rinchiuso in un ospedale psichiatrico.
La preparazione di Munki è stata piuttosto lunga: come mai avete avuto bisogno di così tanto tempo?
Ci sono molte ragioni: alcune di carattere pratico, come il cambio di casa discografica e la rottura con il nostro management, e altre di natura personale, dovute al disagio generato da tali contrattempi. E poi, una volta superati questi ostacoli, siamo entrati in studio con l’idea di far tutto in tre settimane, senza ovviamente riuscirci: William e io siamo dei perfezionisti, e anche se amiamo la semplicità vogliamo che le nostre canzoni rispecchino davvero noi stessi. Il fatto è che, pur essendo fratelli, abbiamo vedute diverse, e ci occorre trovare compromessi: comunque tra di noi non ci raccontiamo cazzate, e il nostro rapporto funziona proprio perché ci sforziamo di capirci e siamo onesti l’uno nei confronti dell’altro.
A proposito di comprensione: ci sono legami tra la Never Understood del nuovo album e la vostra vecchia Never Understand?
Nessun legame preciso, ma ci piaceva l’idea che la gente avrebbe notato la somiglianza e si sarebbe divertita a formulare ipotesi.
Insomma, vi piace giocare anche con le parole. Per restare in tema, il titolo Moe Tucker è da interpretare una specie di omaggio alla band che più di ogni altra vi ha influenzato, i Velvet Underground?
Diciamo di sì, anche se mia sorella Linda, che la canta, ha avuto l’idea dopo che il pezzo era stato inciso. Ci è sembrato carino dedicarla a Maureen Tucker, il cui peso nel suono dei Velvet è stato di gran lunga maggiore di quanto molti si accorgano: lei era il cuore e l’anima del gruppo, e i Velvet Underground sono stati così incredibilmente unici proprio perché ognuno di loro costituiva un ingrediente particolare e insostituibile. Mi ricordo che quando li ho scoperti, un paio di anni dopo gli Stranglers, i Buzzcocks e tutti gli altri gruppi del ‘77, sono rimasto quasi sconvolto accorgendomi che la loro musica aveva tutto che si può chiedere al rock’n’roll, compresa l’attitudine punk con dieci anni di anticipo.
Restando nel campo dei ricordi, cosa ti è rimasto impresso di particolarmente bello e brutto della lunga storia di Jesus & Mary Chain?
Non è semplice rispondere, soprattutto perché vedo tutto quello che ci è accaduto in termini di frammenti e non come un quadro in qualche modo omogeneo. Però mi ricordo la fortissima emozione provata quando, a ventidue anni, mi sono trovato a suonare per la prima volta a New York: era come un sogno, con la differenza che in quel periodo la crescita di Jesus And Mary Chain era stata talmente rapida che una cosa del genere non ero ancora neppure riuscito a sognarla. Tra i cattivi ricordi, il peggiore è di sicuro quello del mio arresto: è successo in Canada, nel 1987, per via di una rissa che ho provocato mentre ero ubriaco.
Come consideri Munki in relazione con gli altri album di Jesus & Mary Chain?
In senso qualitativo? Sono soddisfatto, e mi sembra che non sfiguri al raffronto con quelli che lo hanno preceduto. Volevamo che fosse rappresentativo dell’intera carriera della band, ma volevamo anche che aggiungesse al discorso elementi nuovi.
La critica vi considera un gruppo-chiave del rock degli ultimi quindici anni, e inoltre avete sempre goduto di ottimi riscontri commerciali. Nonostante ciò, ritieni che i Jesus & Mary Chain abbiano raccolto quello che meritavano o vi sentite ancora in credito con il destino?
Forse, per questioni di immagine pubblica, dovrei negarlo e giurare che quello che abbiamo ottenuto è il massimo, ma sarei un bugiardo. Sono consapevole che, in assoluto, i nostri risultati sono eccellenti da qualsiasi punto di vista, ma credo anche che colleghi non altrettanto dotati, o coerenti, o seri nel loro approccio globale, abbiano avuto più di noi. Però, sia chiaro, non mi sento frustrato: come dicevo prima, la cosa più importante della mia vita è la musica, e il fatto di poter proseguire a coltivare questa passione in piena libertà e con consensi anche notevoli mi è più che sufficiente.
Con il senno del poi, non ci sarebbe proprio nulla che cambieresti?
Non amo granché voltarmi indietro, preferisco vivere le cose man mano che accadono e non pormi problemi inutili del tipo “chissà cosa sarebbe accaduto se…”. Non faccio masturbazioni mentali sugli errori commessi, se non per scongiurare il rischio di ripeterli. E non perdo tempo a rimpiangere.
E al futuro guardi mai?
No. Ho i piedi ben saldi nel presente, odio il passato e il futuro non mi interessa perché è qualcosa che ancora non esiste.
Non ti sei neppure chiesto cosa accadrà quando sarai troppo vecchio, o troppo stanco, per il r’n’r? In fondo è una domanda che dovresti porti, visto che fai dischi da quindici anni.
Credo che il problema non esista, almeno finché si è convinti di ciò che si sta portando avanti e finché si hanno le idee per continuare a farlo. Nutro grandissimo rispetto per i “vecchi” rocker che sono ancora spinti da motivazioni forti, e non ho dubbi sul fatto che suonare vero rock’n’roll sia una questione di attitudine e non di età.
Che tipo di sensazione ti dà il sapere che i Jesus And Mary Chain hanno avuto un’influenza determinante sulla storia del pop, non solo inglese?
Forse il nostro ruolo non è stato così determinante, visto quello che si ascolta in giro… Scherzi a parte, ne siamo orgogliosi. Stooges, Velvet Underground, Suicide, Doors, Rolling Stones o Sex Pistols hanno cambiato la mia vita per sempre, mi hanno reso quello che sono ora, ed è molto gratificante sapere che qualcun altro possa aver ricevuto stimoli analoghi dai Jesus And Mary Chain.
Sei una persona felice?
Nel mio rapporto con la musica sono sicuro di me e mi sento a mio agio, ma felicità è una parola un po’ grossa.
Per citare un tuo vecchio pezzo, sei “felice solo quando piove”…
Altri tempi. Adesso a cantare quel tipo di cose ci pensano i Garbage.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.312 del 30 giugno 1998

JMC copMunki (Creation/Sony)
Era legittimo attenersi qualcosa, da questo sesto album (antologie escluse) dei Jesus & Mary Chain. Non qualcosa di deflagrante ed epocale come Psychocandy, che (troppi) anni orsono spalancò impreviste frontiere all’intreccio tra pop e rumore, ma almeno di significativo: a cosa sarebbero serviti, altrimenti, i lunghi mesi trascorsi a comporre, arrangiare e registrare, e che senso avrebbe avuto il ritorno a quella Creation che nel 1984 aveva lanciato la band con il singolo Upside Down? A queste due domande Munki risponde in modo sibillino solo per quanto i titoli delle canzoni di apertura e chiusura, rispettivamente I Love Rock’n’Roll e I Hate Rock’n’Roll. Per il resto, la sequenza di diciassette episodi dimostra invece in modo inequivocabile la volontà dei fratelli Reid di percorrere obliquamente la strada di un alternative-pop tanto accattivante nelle melodie quanto semplice nelle strutture e attento alla forma, dove le idee dei primi tre (e migliori) lavori – il già citato Psychocandy, il cupo e visionario Darklands, il potente Automatic – sono shakerate con ritrovate convinzione e ispirazione. E sulla spinta di un desiderio forse mai così impellente di essere fino in fondo sé stessi.
È una bella raccolta di canzoni, Munki. Magari prevedibile, visto che gli elementi che hanno reso famosi i Jesus & Mary Chain – dal feedback alla voce inquietantemente sussurrata fino al gioco della citazione – sono tutti presenti, ma indiscutibilmente bella. Non solo per i fan di sempre, ma anche per chi segue la scena inglese da due/tre anni e non ha la minima idea di cosa sia successo prima.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.307 del 26 maggio 1998

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 10 commenti

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10 pensieri su “The Jesus And Mary Chain

  1. savic

    Psychocandy è il disco degli anni 80. Esiste un pre e un post. Disco spartiacque. Disco e gruppo clamoroso.

  2. savic

    Tra l’altro, rileggendo recentemente una tua rece sul mucchio dell’epoca, ne avevi colto al volo l’importanza. Bravo. la lezione di London Calling ti era servita ah ah

  3. francesco costanzo

    grandissimi Jesus & mary chain, i fratelli Reid che geniacci e teste di cazzo unici!
    Psychocandy tra i migliori album degli 80′, un gradino sotto il bellissimi Darklands e Automatic .

  4. nandodevitis

    Bell’intervista.

    Non mi viene in mente nessun altro gruppo che con così pochi e semplici “ingredienti”, sorretti, peraltro, da una tecnica “elementare”, sia riuscito a creare una ricetta musicale di così alto livello.

    • Magari – guarda un po’ che combinazione! – i primi Velvet Underground… anche se forse loro erano volutamente “primitivi”. Insomma, mi sa che sul piano tecnico erano messi meglio (John Cale di sicuro).

      • nandodevitis

        Vero; John Cale (che, peraltro, aveva studiato musica) era tecnicamente più fornito, ma anche Sterling Morrison credo fosse più “introdotto”.
        Più o meno dello stesso livello dei JMC Lou Reed e Moe Tucker.
        Ma è proprio qui che ‘sta il bello e l’aspetto cruciale del rock. Riuscire a creare emozioni al di là della tecnica e del virtuosimo freddo e sterile.

      • Emozioni… e canzoni della stramadonna. 🙂

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