Le canzoni della vita (2)

Quando il Mucchio era settimanale, ci concedevamo qualche licenza: ad esempio, dedicare quasi un intero numero alle canzoni importanti per noi giornalisti, per i lettori, per alcuni ospiti. Per quanto riguarda lo staff, si trattava di compilare un elenco “secco” dei cinquanta brani preferiti, due commentati dei dieci – cinque stranieri e altrettanti italiani – cruciali per la propria vita, uno sempre commentato delle cinque delusioni, un altro (anch’esso commentato, ma più in breve) delle dieci cover favorite, oltre a un commentino sul pezzo che si sarebbe voluto aver scritto. Per ragioni di spazio, non tutto il materiale finì nella rivista: quanto segue è dunque parzialmente inedito.
Di questo “gioco” mi ero dimenticato, e una volta riscopertolo per caso non ho potuto esimermi dal recuperarlo. Un paio di note, però: non c’è da stupirsi che fra le “cinquanta” non figurino tutte le “31” qui pubblicate il 26 gennaio scorso (stilando simili liste, è normale cambiare qualcosa in base all’umore del momento), né tutte le cinque più cinque (i brani-chiave della vita non devono per forza essere fra i prediletti). C’è molto di autobiografico, nelle righe qui sotto, come esplicitamente richiesto dalle regole ai tempi fissate. Se la cosa non vi interessasse, evitate pure di leggere: non mi offenderò.
(NB. Qualcuno si domanderà “ma perché mettere ‘le 500 canzoni del rock’ nel n.498 e non nel 500?” Semplice: perché il n.500 sarebbe stato in edicola solo una settimana, mentre il 498 – numero speciale estivo – ci sarebbe rimasto per oltre un mese).

Canzoni 2 cop

Le cinquanta canzoni
Adverts – Bored Teenagers
Afterhours – Male di miele
Alley Cats – Escape From The Planet Earth
Animals – The House Of The Rising Sun
Banco del Mutuo Soccorso – R.I.P.
Tim Buckley – Phantasmagoria In Two
Buzzcocks – Ever Fallen In Love
Byrds – Eight Miles High
CCCP-Fedeli alla linea – Annarella
Clash – The Guns Of Brixton
Carmen Consoli – Contessa miseria
Damned – Sick Of Being Sick
Dead Kennedys – Holiday In Cambodia
Fabrizio De André – Il suonatore Jones
Dream Syndicate – Boston
Electric Prunes – I Had Too Much To Dream Last Night
Serge Gainsbourg – Bonnie And Clyde
Hoodoo Gurus – Be My Guru
House Of Love – Shine On
Hüsker Dü – Ice Cold Ice
Chris Isaak – Wicked Game
Jefferson Airplane – Lather
Litfiba – Eroe nel vento
Love – Andmoreagain
Metallica – The Unforgiven
Modena City Ramblers – In un giorno di pioggia
Moving Hearts – Hiroshima Nagasaki Russian Roulette
New Christs – No Next Time
Nirvana – Polly
Nuns – Suicide Child
Pavlov’s Dog – Song Dance
Pink Floyd – Arnold Layne
Pixies – Monkey Gone To Heaven
Otis Redding – (Sittin’ On) The Dock Of The Bay
R.E.M. – Losing My Religion
R.E.M. – The One I Love
Stan Ridgway – Camouflage
Rolling Stones – Lady Jane
Rolling Stones – Angie
Sisters Of Mercy – Temple Of Love
Smashing Pumpkins – Bullet With Butterfly Wings
Patti Smith – Frederick
Social Distortion – Justice For All
Bruce Springsteen – Atlantic City
Stiff Little Fingers – Alternative Ulster
Stooges – Gimme Danger
13th Floor Elevators – You’re Gonna Miss Me
Velvet Underground – Venus In Furs
Who – My Generation
X – Los Angeles

Le cinque canzoni (straniere)

The DoorsStrange Days. Dovevano essere gli ultimi ‘60 quando dalla radio – la RAI: all’epoca le emittenti private non esistevano, e almeno con l’apparecchietto regalatomi da chissà chi non si captavano le stazioni estere – uscirono le magiche note di questo pezzo, in assoluto il primo cantato in inglese che mi abbia, scusate il luogo comune, rapito il cuore. Per mesi e mesi ho avuto in testa quella ritmica ipnotica, quella melodia di tastiere e quella voce incredibile senza poterle riascoltare perché non sapevo chi ne fossero gli autori; e quando l’ho alla fine appreso grazie alle parole che mi erano rimaste impresse nella memoria (“Giorni strani ci hanno trovato / giorni strani ci hanno seguito”: per un ragazzino di nemmeno dieci anni, grazie alle poi benedette imposizioni di una mamma-despota, l’inglese lo masticavo abbastanza), e ho potuto conoscere gli altri dischi dei Doors, la mia vita non è stata più la stessa. Per questo, se capito a Parigi, faccio sempre tappa alla tomba di Jim Morrison. Per ringraziarlo.
Tim BuckleyPhantasmagoria In Two. Spero ardentemente, per voi, che tutti consideriate l’amore come una delle cose per le quali vale davvero la pena vivere; io la vedo così, e dunque mi stupisco di come le canzoni d’amore che più mi toccano siano quelle tristi. Più di ogni altra, di una spanna su The One I Love dei R.E.M., mi ha conquistato questa splendida, visionaria ballata dal secondo album di Tim Buckley: mai ascoltato nulla che sia così straordinariamente dolce e così straordinariamente disperato assieme, con il valore aggiunto di alcune frasi memorabili – our sands are shifting around: che meravigliosa metafora per un sentimento che si sta spegnendo! – e di una profondità nella quale è facilissimo annegare.
StoogesGimme Danger. Se ne “Le stelle del Mucchio”, sopra il mio nome, ho voluto mettere il volto di Iggy Pop, l’ho fatto perché lui è la mia personale icona. E Gimme Danger, che inizia con un delicato arpeggio e si conclude in un selvaggio maelstrom di distorsioni e gemiti, è il pezzo che a mio parere meglio incarna lo spirito ambiguo del più grande animale da palcoscenico di tutti i tempi. Al di là di ciò, quando ho necessità di un salutare pugno nello stomaco, mi sparo a volume folle la Gimme Danger del Raw Power originale del 1973, mentre se al pugno preferisco un calcio nelle palle affido allo stereo la versione contenuta nella ristampa del 1997, quella remixata dalla stessa Iguana. E godo, compiaciuto del mio masochismo, nel farmi fare male.
DevoSatisfaction. Tolti alcuni grandi amori giovanili (ne ricordo uno, verso il 1976, per gli Amon Düül II), oltretutto penalizzati dai problemi di reperibilità dei dischi e dallo scarso budget a disposizione, i Devo sono stati la prima band per la quale ho davvero perso la testa. A fare da freccia di Cupido è stata quest’incredibile, geniale rilettura dei Rolling Stones, nella quale l’indolenza e la lascivia di Mick Jagger lasciano il posto a stralunate frenesie cibernetiche. Quando nel 1978 li ho conosciuti grazie a un provvidenziale viaggio post-maturità in quel di Londra, la mia vita è nuovamente cambiata. E da quel colpo non mi sono più ripreso.
Stan RidgwayCamouflage. L’ho già scritto su queste stesse pagine oltre quindici anni fa, e lo ribadisco adesso (con tante scuse se la faccenda vi sembrerà un po’ macabra): quando morirò, spero il più tardi possibile, vorrei tanto che al mio funerale fosse suonata questa epica ballata “country” in chiave elettronica, opera di uno dei più straordinari e purtroppo misconosciuti interpreti degli ultimi vent’anni di rock. Suggestiva la canzone, suggestiva la storia narrata nel testo, più che mai suggestiva la voce che lo intona, fra solennità senza tempo e curiose inflessioni metalliche.

Le cinque canzoni (italiane)

Fabrizio De AndréIl testamento di Tito. Entrare in contatto con la musica di Fabrizio De André a meno di dieci anni, grazie alla mamma di un mio compagno di classe che giustamente lo venerava, è stata l’esperienza musicale più sconvolgente – in senso buono, va da sé – della mia vita. Capii solo tempo dopo, entrato nella fase ribelle dell’adolescenza, che al di là della voce e delle melodie De André mi piaceva perché aveva il coraggio di cantare concetti destabilizzanti per le logiche dell’epoca, ma in quei giorni di (teorica) spensieratezza ascoltarlo mi dava comunque forti emozioni, e quindi – non possedendo ancora il giradischi – ne frequentavo assiduamente le musicassette. Nel 1970 La buona novella, mettendo in discussione i dogmi cattolici con cui ero martellato fin dalla più tenera infanzia (asilo ed elementari dalle suore, non so se mi spiego…), segnò il mio punto di non ritorno e l’inizio del mio essere punk: e questo brano odiatissimo da mia madre, nel quale il senso dei Dieci Comandamenti è rivisto con realismo, cinismo e profondità a dir poco straordinari, è la mia personale Anarchy In The U.K..
Antonello VendittiRoma (non si discute, si ama). Prendetemi pure per i fondelli quanto vi pare, ma al cuore non si comanda. E io, pur sentendomi un perfetto cretino (come si fa, oggi, a soffrire ancora per il calcio, con tutte le porcherie che lo inquinano?) e pur ritenendo che Venditti sia ormai da almeno vent’anni credibile come una maschera regionale, sono ancora innamorato di questo singolo acquistato – nella prima edizione, che gelosamente conservo – all’inizio del 1975. Amo i colori della Roma e amo questo suo inno, che ho ascoltato e cantato in centinaia di occasioni – e ancora lo continuo ad ascoltare e cantare – allo Stadio Olimpico. Ci ho pensato a lungo, ma non ho trovato nessun altro brano che abbia fatto da colonna sonora a così tanti momenti emozionanti della mia vita, belli e brutti. Emozioni da poco, dite? Forse. Ma non biasimatemi troppo se me le voglio comunque tenere strette.
Francesco GucciniL’avvelenata. A Riccardo Bertoncelli, che è stato il mio (inconsapevole e dunque incolpevole) maestro di critica musicale, invidio due cose che purtroppo non potrò mai avere: la sua splendida penna e il fatto di essere nominato, seppur con dileggio, in questa canzone. Che non è certo la migliore del repertorio di Guccini (il mio cantautore italiano preferito alla pari con De André) ma quella che più spesso sento “mia”. Specie per quanto concerne l’ultima strofa, ma solo una volta sfumate le troppe incazzature.
CCCP-Fedeli alla lineaAnnarella. L’ultima canzone dell’ultimo album dei CCCP è una di quelle che potrebbero scorrere in eterno “repeat” senza annoiarmi, tanta è l’ipnotica, estatica meraviglia dei suoi 4’ e 24” di suoni semplicissimi e di poche parole che si sovrappongono in una litania nello stesso tempo eterea e maestosa. Che dà il senso dell’immensità.
AfterhoursMale di miele. Cinque anni fa, nella recensione di Hai paura del buio?, l’ho definita “la Smells Like Teen Spirit autoctona”, e non ho cambiato opinione. Non so se sia un brano così stratosferico, ma so che sentendolo l’adrenalina sale a mille e che incarna alla perfezione il concetto di un rock che sia davvero rock e davvero italiano. Il mio unico rimpianto, che l’album degli Afterhours non abbia venduto come Nevermind: in quel caso, conoscendo la sua generosità, Manuel mi avrebbe regalato almeno una lunga vacanza in qualche località esotica.

La canzone che avrei voluto scrivere

BeatlesLet It Be. Io una canzone l’ho scritta, ed è anche stata pubblicata su disco: ne ho composto il testo, ho dato a chi di dovere l’input per la musica che avrebbe dovuto accompagnarlo (io e gli strumenti, purtroppo, non abbiamo un gran feeling) e ne ho prodotto le registrazioni, e quindi posso legittimamente definirla mia. Si intitola Black Charmer e, pur rendendomi conto della sua assoluta marginalità, ne vado fiero. Quale avrei voluto scrivere, invece? Me ne vengono in mente migliaia. Dovendone però indicare un titolo, ne preferisco uno bello e famosissimo: non solo per il gusto di avere il mio nome scolpito nella storia, ma anche perché – sincerità innanzitutto, nonostante in questo caso abbia lo sgradevole sapore del cinismo – i suoi diritti d’autore avrebbero arricchito me e garantito la tranquillità economica almeno alle prossime tre generazioni di Guglielmi.

Le cinque delusioni

Sì, lo so, sono molto fortunato: nessuno degli eventi negativi della mia vita è legato a un brano specifico. Per riempire queste righe ho quindi dovuto scavare – affidandomi all’istinto e non alla ragion critica – nel terreno minato delle mie personali idiosincrasie, evitando però di pescare nel mare magnum della musica sfacciatamente di consumo. Non è stato facile, ma alla fine ecco cosa è venuto fuori.
ExploitedPunk’s Not Dead. A più di vent’anni di distanza, nonostante gli infiniti studi compiuti, non so ancora dire con certezza se gli Exploited – e molti altri esponenti della terza generazione del punk d’oltremanica – fossero semplici cialtroni, astuti speculatori o entrambe le cose assieme. So invece che ho faticato parecchio a digerire il loro successo, dovuto in buona parte alla retorica e alla becera rozzezza di questo primo album e soprattutto del brano che gli diede il titolo. Il punk non è morto? Almeno nel significato originario del termine, consentitemi di nutrire qualche dubbio. Soffrirei, però, nell’apprendere che il merito della sua eventuale sopravvivenza è anche in misura minima da attribuire agli Exploited, che nel 1980 avevano avuto il “buon gusto” – seppure, è auspicabile, solo per goliardia di infima lega – di incidere una canzone come Fuck The Mods.
JapanVisions Of China. Ho scritto Visions Of China, ma al suo posto ci potrebbe essere qualsiasi altro pezzo dei Japan: questo perché, e non mi vergogno ad ammetterlo, ho sempre detestato il gruppo di David Sylvian, al punto di rifiutarmi di acquistare suoi dischi anche se del “movimento” del quale erano rappresentanti di spicco – ricordate? la cosiddetta new wave – possedevo praticamente tutto. Avete presente quelle antipatie immotivate, viscerali ed eterne? Beh, la mia per i Japan non si è mai affievolita.
LitfibaMascherina. Il brano più orripilante, non a caso inserito in un album di rara bruttezza come Infinito, mai inciso dai Litfiba? Credo sia difficile negarlo: come si fa, viene da chiedersi, a concepire una canzone così kitsch, e soprattutto dotata di un ritornello così abominevole tanto nel testo quanto nella musica? Subito prima della separazione tra Ghigo e Piero, i Litfiba erano proprio arrivati alla frutta… eppure, Infinito ha venduto circa settecentomila copie, aiutato anche da questo piccolo, grande obbrobrio non a caso scelto come singolo per le radio. Odio fare discorsi di questo tipo, ma a volte il popolo è davvero bue.
PoliceDe Do Do Do De Da Da Da. Alcune canzoni commuovono. Altre fanno riflettere. Altre ancora trascinano o divertono. Questo pezzo di Sting e soci – che assieme a un altro quasi ugualmente insulso, Don’t Stand So Close To Me, rese il pessimo album Zenyatta Mondatta un campione di vendite in tutto il mondo – è invece il perfetto surrogato di una buona lavanda gastrica. Come sia potuta venir fuori subito dopo due album straordinari come Outlando’s d’amour e Reggatta de blanc rimane uno dei grandi misteri irrisolti dell’epopea rock.
Bruce SpringsteenDancing In The Dark. La canzone, in sé, è anche carina, ma patisce due gravi problemi: è firmata e interpretata da Springsteen, che fino a prima di pubblicarla era reputato un monumento vivente alla musica seria, e ha costituito il ritorno discografico del Boss – come singolo apripista di Born In The U.S.A. – dopo il travolgente viaggio nell’anima dello splendido Nebraska. Ricordo che nel 1984 l’ho odiata profondamente, leggendo nel suo ritmo ballabile e nelle sue artificiosità di produzione inequivocabili segnali di meretricio artistico. Per fortuna le cose non stavano esattamente in questo modo, ma a Bruce ho comunque tenuto il muso per un bel pezzo, in attesa del fantasma di Tom Joad.

Le dieci cover
Boohoos – Search And Destroy (Stooges)
Nick Cave – Something’s Gotten Hold Of My Heart (Gene Pitney)
Devo – Satisfaction (Rolling Stones)
Dickies – The Sound Of Silence (Simon & Garfunkel)
Died Pretty – When You Dance (Neil Young)
Mick Farren – Play With Fire (Rolling Stones)
Mark Lanegan – Carry Home (Gun Club)
Nirvana – Where Did You Sleep Last Night (Leadbelly)
R.E.M. – First We Take Manhattan (Leonard Cohen)
This Mortal Coil – Song To The Siren (Tim Buckley)

Non mi è facile spiegare perché queste dieci, ma… ok, ci provo. Allora, gli italianissimi Boohoos perché il pezzo è mitico e perché la trovata della seconda voce leggermente sfalsata è geniale. Nick Cave e Mark Lanegan per la loro straordinaria abilità nel fare propri i brani altrui. I Devo perché… è già scritto tutto da qualche altra parte qui sopra. I Dickies perché tutte le loro numerose parodie, più che cover, mi hanno sempre fatto schiantare dal ridere. Mick Farren perché non credevo che fosse possibile, per nessuno, migliorare Play With Fire. I Nirvana perché Kurt Cobain, una volta “ripulito” dal rumore, rivela l’anima di un bluesman. I This Mortal Coil per il coraggio: Song To The Siren fa tremare le gambe ad ascoltarla, figuriamoci ad interpretarla. I Died Pretty perché When You Dance non è certo la più bella canzone di Neil Young ma ascoltando la loro versione si potrebbe credere che lo sia. I R.E.M.… no, questo è troppo: per i R.E.M. che rifanno Leonard Cohen nessun perché, solo applausi a scena aperta.
In parte tratto da Il Mucchio Selvaggio n.498 del 6 agosto 2002

Annunci
Categorie: canzoni | 18 commenti

Navigazione articolo

18 pensieri su “Le canzoni della vita (2)

  1. giannig77

    beh. ottime scelte Federico, quasi nulla da eccepire, anzi, mi fa piacere che tra i 50 pezzi trovi spazio anche la stupenda ballata irlandese dei MCR e diverse cose dei Rem

  2. savic

    Bello questo gioco! Almeno una decina dei 50 pezzi della vita potrebbero far parte pure della mia. Invece, in tema di cover, oggi ho ascoltato la peggior cover di sempre, tra l’altro in un album ottimo. You’re gonna miss me rifatta dai jad wio. atroce.

    • La peggior cover di sempre è “Nothing Else Matters” rifatta da Marco Masini, non scherziamo.

      • giannig77

        mah. non che Vasco con la cover di Creep o tale Simone Tommasini con la cover di “Don’t cry” abbiano fatto meglio 🙂

      • Osservazioni puntuali, ma il testo di quella di Masini – con i mitici versi “L’iguana dei passi tuoi / il tuo inguine di viva orchidea” – sono OLTRE qualsiasi cosa. Sulla musica non si può dir nulla, è praticamente identica. 😀

  3. veronica

    Grace di Jeff Buckley 🙂

  4. veronica

    Secondo me la peggior cover ” more than words” cantata da Jovanotti, non ricordo il titolo forse qualcosa a che fare col Natale , secondo me il peggior disco di cover quello della Pausini ” io canto”:-(

  5. veronica

    Per Grace di Jeff Buckley intendevo ” uno dei migliori album in assoluto” 🙂

  6. stefano

    sono rimasto un pò sorpreso dalla stroncatura di un disco come punk’s not dead che trovo di grande impatto e che credo abbia fatto scuola, al di là del successo commerciale avuto e del personaggio wattie che capisco possa non stare simpatico 😀

    • Non so se all’epoca c’eri, ma ti assicuro che rispetto a quello che circolava ai tempi in ambito punk (specie americano), gli Exploited di “Punk’s Not Dead” erano osceni (molto meglio quelli del secondo album di studio, a mio avviso). E poi era insopportabile avere a che fare con i punk/pseudo-punk italiani che li consideravano divinità perché per loro l’unico vero punk era quello britannico. 🙂

  7. stefano

    io personalmente ai tempi del liceo non reggevo i prophilax e simili che andavano di moda. Quella si la definerei musica oscena in senso negativo

  8. Massimo

    Wow, detesti i Japan! Sinceramente non mi fanno impazzire pero’ amo molto il David Sylvian solista dal debutto “Brilliant Trees” fino al bellissimo “Secrets Of The Beehive”, dopo quest’ultimo solo noia, dischi senza melodia, sperimentazione secondo me fino a se stessa, irritante oserei dire….
    E tu del Sylvian solista che ne pensi?
    Un saluto.
    Massimo

  9. Massimo

    Volevo dire “fine” a se stessa…

  10. stefano

    ma infatti i prophilax fanno semplicemente cagare e non varrebbe nemmeno la pena parlarne o ascoltarli. Detto da uno che ama sia il punk americano di quegli anni che quello greve e spaccone alla exploited 🙂

  11. stefano

    e quindi non ho bisogno che mi assicuri un emerito cazzo e i prophilax ficcateli su per il buco del culo coglione 😀

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: