The Last Shadow Puppets

Di solito, i progetti paralleli mi ispirano istintiva antipatia: perché quasi sempre pretestuosi, poco significativi, derivati da capricci, buoni solo per ingolfare ulteriormente un mercato già fuori controllo. Dei Last Shadow Puppets, però, mi sono subito innamorato: come resistere a una coppia di giovanissimi folgorati dal primo Scott Walker (e da Jacques Brel, e da Burt Bacharach) e capaci di farne rivivere lo spirito in una forma moderna ma non troppo? La bellezza di quello che è tuttora il loro unico album mi spinse a recarmi a Milano per incontrarli: il risultato fu questa intervista, che ricordo con piacere.

Last Shadow fotoQuando si ha una certa età, e nel proprio curriculum figurano centinaia di interviste, non si è molto stimolati dalla prospettiva di incontrare musicisti molto giovani: ok la freschezza e l’entusiasmo, ma nella quasi totalità dei casi tali chiacchierate non offrono alcuna rivelazione ma solo sequele di banalità, spesso pure estorte con fatica. Esistono però felici anomalie, e l’istinto suggeriva che tra queste potessero rientrare i Last Shadow Puppets: perché Alex Turner, titolare della sigla assieme a Miles Kane, ha dalla sua l’esperienza accumulata nei panni di leader dei sorprendenti Arctic Monkeys, ma anche perché con The Age Of The Understatement il gruppo si è rivelato capace interprete di un sound dai marcati accenti rétro, quantomai suggestivo nei suoi – dichiarati – riferimenti al crooning che ebbe il suo momento di maggior gloria negli anni tra i ‘60 e i ‘70. Al di là di ciò, c’era comunque la curiosità di toccare con mano la consistenza di quello che ha tutte le carte in regola per diventare un fenomeno commerciale e mediatico; artistico, ci sentiamo di affermarlo, lo è già, alla luce della bellezza e dello spessore del songwriting, delle esecuzioni, degli arrangiamenti.
Sono le 14 di un grigio giovedì milanese, in un ufficio spoglio per via dell’imminenza di un trasloco. Alex e Miles dimostrano persino meno dei loro ventidue anni, e sono ancora abbastanza segnati da una notte brava ai Magazzini Generali. Cosa fare per rompere il ghiaccio e scuoterli un po’ dal torpore? Ad esempio, osservare che forse non è indice di grande professionalità darsi a prolungati bagordi la sera prima di una giornata promozionale. “Hai ragione”, replicano un po’ sorpresi, come studentelli sgridati dal preside dopo aver combinato qualche casino, “e infatti quasi sempre evitiamo di farlo”: una risposta che suscita simpatia, così come simpatici – nonostante un tot di sbadigli a stento repressi, occasionali cadute nell’afasia e qualche frase resa incomprensibile da un inglese che è eufemistico definire terrificante – saranno i circa tre quarti d’ora di colloquio a sei occhi, naturalmente incentrati sull’album. Un album che stupisce, soprattutto perché richiama alla mente musiche popolari due decenni prima della nascita dei ragazzi. “Stupore? Sì, sono d’accordo”, dice il più loquace Miles, da Hoylake, Merseyside, già alla guida dei Little Flames (tre singoli indie rock pubblicati tra il 2005 e il 2007) e in seguito fondatore dei Rascals, attesi in giugno all’esordio adulto. “Probabilmente The Age Of The Understatement è diverso da quello che la gente si sarebbe aspettato, non fosse altro perché non ha niente a che spartire con quello che suoniamo nelle nostre band. Del resto, la sua ispirazione è da ricercare nell’ascolto intensivo di tanta musica del passato… certo jazz, Jacques Brel, ma soprattutto il primo Scott Walker solista: un annetto e mezzo fa, poco prima del natale del 2006, eravamo totalmente presi dalla sua scoperta. È stata un’autentica illuminazione ed è stato allora che, magari senza razionalizzarlo, abbiamo capito che avremmo fatto un disco. Eravamo amici già da tempo e tutti quelli che ci conoscono, accorgendoci della nostra sintonia, continuavano a dirci che era inevitabile che prima o poi avremmo messo su un progetto assieme: se ciò è accaduto, e con questi risultati, la colpa – o il merito – è di Scott Walker e delle sue straordinarie canzoni. Pensi sia strano che due ventenni se ne innamorino? Beh, non lo è affatto: quanti ragazzini, non appena entrano in contatto con la musica, perdono completamente la testa per i Beatles? Il ‘nuovo’ non è solo la produzione di oggi ma tutto ciò che ognuno di noi non ha mai ascoltato prima, e scavando un po’ nel passato è facile scoprire cose formidabili, in grado di aprire gli orizzonti espressivi: il senso di dramma che avvolge la musica di Scott Walker, e che trova riscontro anche nei suoi testi, è stato un’autentica epifania“. Non usa un termine ricercato come “epifania”, il buon Miles, ma il senso è quello: rivelazione. Solo per la drammaticità, o pure per il romanticismo e la struggente malinconia? Alex taglia corto. “Non credo sia giusto scomporre, conferendo più importanza all’uno o all’altro, tre elementi che singolarmente risultano rafforzati dalla loro combinazione. Non ci siamo posti affatto il problema: quel che ci premeva maggiormente era comporre a quattro mani pezzi che rievocassero quelle atmosfere”.
Sono davvero affiatati, i due, e non capita praticamente mai che sia solo uno a soddisfare le richieste di chiarimenti sui vari temi. È come se un unico interlocutore parlasse con voci differenti, proprio come accade nei dodici brani di The Age Of The Understatement: distinguere è difficile sia nelle parti interpretate all’unisono che in quelle solistiche, vista l’azzeccatissima alchimia degli scambi di ruolo e delle sovrapposizioni al microfono. “Tutto è partito da Chamber, il primo pezzo che abbiamo inciso in maniera corale: ci abbiamo provato, siamo rimasti contenti e il resto è venuto da sé, con la massima naturalezza. In generale ci troviamo molto a nostro agio con questi brani, che abbiamo composto con un metodo diverso da quello al quale siamo abituati con le nostre rispettive band: lì ci sono esigenze diverse, c’è da tener conto del lavoro degli altri, mentre qui eravamo solo noi due, per fortuna in piena armonia di intenti e gusti. Il fatto che lo stile sia più articolato e complesso di quelli di Arctic Monkeys e Rascals non ci ha per nulla ostacolati, abbiamo iniziato a scrivere in acustico – solo chitarre, niente piano – e siamo andati avanti guidati soltanto dalla spontaneità e dall’entusiasmo per quello che via via veniva fuori. Affermarlo può sembrare la solita retorica di serie B, ma veramente è stato come scoprire un nuovo lato di noi stessi. E la collaborazione è stata insolita e stimolante anche per quanto concerne i testi, che immodestamente riteniamo posseggano una discreta profondità anche se sono per lo più incentrati su questioni sentimentali: componendo ciascuno per conto suo non ci siamo mai posti dubbi, mentre trovandoci a farlo in coppia abbiamo instaurato un continuo, appassionato confronto che ha dato ottimi frutti“.
Fissato per la prima volta su demo nell’aprile del 2007, il materiale è stato quindi elaborato per il disco, con meno fatica di quanto sarebbe lecito immaginare, e poi registrato in versione definitiva – eccetto la maestosa Separate And Ever Deadly, figlia di successive session in quel di Londra – nello scorso agosto, con l’aiuto del batterista/produttore James Ford (in consolle, tra gli altri, i per Test Icicles, i Klaxons e gli Arctic Monkeys di Favourite Worst Nightmare), negli studi francesi Black Box. “È stata un’idea di James, voleva che ci allontanassimo dalle nostre città per concentrarci quanto più possibile: per due settimane non abbiamo visto nessuno né ci siamo concessi distrazioni: solo musica, buon cibo e vino rosso. Per le questioni tecniche ci siamo affidati a lui: ci siamo solo raccomandati di cercare di evitare che il sound avesse un aspetto troppo ‘antico’, e siamo soddisfattissimi di quanto ottenuto, in termini di impatto così come di diversità dai nostri standard. È filato tutto liscio, se ci pensi due settimane sono un tempo piuttosto breve… specie per l’esordio di un gruppo mai rodato prima sul campo: di sicuro la nostra determinazione e la nostra voglia di far bene hanno contribuito in modo decisivo. Non ci sono stati intoppi nemmeno in autunno, quando si è trattato di integrare le strutture di chitarra, basso – gli strumenti ai quali ci siamo alternati noi due – e batteria: Laurence Bell, il capo della Domino, ci ha suggerito di rivolgerci a Owen Pallett, musicista canadese che opera soprattutto come Final Fantasy e che ha interagito a più livelli con molti protagonisti delle scene di Toronto e Montreal (tra i quali gli Arcade Fire, come co-autore degli arrangiamenti degli archi, NdI). Lui si è occupato interamente delle parti orchestrali che sono state eseguite dalla London Metropolitan Orchestra, un ensemble di ventidue elementi: ci ha presentato tre soluzioni per ogni episodio, e noi abbiamo scelto quelle che preferivamo. Un solo pezzo, Meeting Place,  non ci convinceva pienamente, ci pareva troppo sdolcinato, ma l’abbiamo aggiustato modificando qualcosa nella ritmica“.
A dicembre del 2007 i Last Shadow Puppets si sono così trovati in mano la scaletta definitiva: dodici tracce all’insegna di un pop imponente ma mai stucchevole, nell’insieme impreziosite da un sano eclettismo (“Puntavamo a una certa vivacità: tempi differenti, impostazioni differenti, voci differenti. Un disco monolitico sarebbe stato pesante”). E quanti non vorranno accontentarsi dei trentacinque minuti dell’album, che ovviamente è disponibile pure in vinile, potranno trarre ulteriori soddisfazioni e suggestioni dagli altri tre pezzi commercializzati nelle versioni CD e 7 pollici del singolo The Age Of The Understatement: l’autografa, frizzante Two Hearts In Two Weeks e le cover di Wondrous Place di Billy Fury (“suona benissimo, ha un ritmo incredibile”) e In The Heat Of The Morning del primissimo David Bowie (“avremmo sempre voluto ‘far nostra’ una canzone di Bowie”), molto apprezzata dal suo autore. Una festa dal mood tardo-Sixties, fatta parziale eccezione per I Don’t Like You Anymore (che a tratti, con le sue asprezze r’n’r, ricorda gli Arctic Monkeys), intensa sia quanto i toni sono pacati e avvolgenti, sia quando domina quella solennità di sapore epico che trova forse il suo zenith espressivo proprio nel brano apripista… al quale lo splendido video del francese Romain Gavras, girato in Russia tra neve, carri armati e soldati in divisa, conferisce un fascino davvero speciale. “L’idea è stata del regista: chiunque altro, ascoltando il pezzo, si sarebbe inventato una sceneggiatura melensa e/o barocca, mentre lui ha ideato questo soggetto così cool. In verità avevamo qualche dubbio sulla faccenda dei carri armati, non volevamo rischiare di trasmettere un messaggio che potesse sembrare a favore della guerra, ma ci siamo fidati e crediamo di aver fatto bene. E sai qual è la cosa più buffa? Che a vederlo pensi a una specie di kolossal costosissimo, e invece è stato tutto molto semplice e relativamente economico: non abbiamo dovuto allestire un vero set e per le riprese sono bastati appena due giorni”. E curioso è anche il fatto che la band, a poche settimane dal debutto ufficiale, non avesse ancora un nome, finché… “Ero nella stanza da letto di una mia amica”, racconta Miles, “e lei, sdraiata sul letto, proiettava sulla parete le ombre dei burattini con i quali stava giocando. Così mi è venuto in mente Shadow Puppets, molto evocativo e molto adatto a noi che in un certo senso siamo l’ombra di altri due gruppi… e abbiamo aggiunto il Last per dargli un tocco di drammaticità in più”.
Tutto lascia supporre, insomma, un domani luminoso, complice anche una Domino fortemente motivata (“Non so se avrebbero appoggiato il progetto, se io non fossi stato il leader degli Arctic Monkeys”, spiega Alex, “ma il loro interesse mi pare comunque genuino e ciò mi basta“), la spinta che sarà garantita da apparizioni televisive e concerti (“siamo in fase organizzativa: non potremo mai avere alle nostre spalle un’orchestra con tutti i crismi, ma poiché teniamo moltissimo al range di sfumature delle versioni di studio ci sforzeremo affinché dal vivo non risultino mortificate“) e anche un clima generale tutto sommato favorevole a tali operazioni filo-revivaliste, come indicano i consensi raccolti da Jarvis Cocker, Morrissey o Richard Hawley (sui quali, a richiesta, i Nostri si limitano a qualche irrilevante frase di circostanza); ci finisce così a parlare dello Scott Walker attuale (“non mi piace”, afferma senza mezzi termini Alex, “troppo concettuale”) e di un illustre estimatore dello Walker d’annata, Julian Cope, che lo “sdoganò” ai tempi della prima new wave (appreso che lo conosco, il suo quasi concittadino Miles mi chiede a bruciapelo “ma è gay?”. Al mio “no” ci tiene però a dare sfoggio di una insospettata cultura sulla scena rock di Liverpool tra i ‘70 e gli ‘80, con citazioni di Teardrop Explodes, Echo & The Bunnymen e addirittura Wah!). Il classico giochino scemo sul “cosa scegliete tra x e y” conferma poi l’intesa tra i due: Beatles meglio dei Rolling Stones, Scott Walker superiore a Jacques Brel, archi vittoriosi sulle corde, Sixties che si impongono con qualche incertezza sui Seventies; un voto per ciascuna, infine, per Jane Birkin e Brigitte Bardot, ma solo dopo che Alex ha ricordato a Miles chi sia Jane Birkin. Orripilato, evito di menzionare Serge Gainsbourg per rischiare di incorrere in altre delusioni.
E il futuro, con i dubbi che i Last Shadow Puppets potrebbero costituire un intralcio alle carriere di Arctic Monkeys e Rascals? Le idee, in tale ambito, sono chiare, e le lingue abbastanza sciolte. “Siamo convinti che non ci saranno problemi con i nostri gruppi ‘ufficiali’, anche perché i Last Shadow Puppets non ci impegneranno poi tantissimo: faremo giusto qualche data nelle prossime settimane e qualche altra a fine anno. Poi, ok, dovremo anche registrare alcune nuove B-side per il prossimo singolo, probabilmente Standing Next To Me, e saremmo felicissimi di realizzare un secondo album magari a New York, ma al momento ogni discorso è prematuro. Non vediamo The Age Of The Understatement come un episodio isolato, perché mai dovremmo? Se si ama comporre e suonare, perché non provare a spingersi oltre i propri limiti, provare nuove aree di azione e generi diversi? Far sempre la stessa cosa è noioso, e un’esperienza collaterale come questa mantiene viva la gioia e il gusto di lavorare con le band principali”. Beata gioventù, viene da pensare, tutta ardore e adrenalina: chissà se il “buon” vecchio Scott sorriderà orgoglioso delle gesta della sua progenie o se sarà tentato di ripudiarla prendendola a ceffoni.

Onora i padri: cinque album storici per chi è rimasto colpito dai Last Shadow Puppets. David Axelrod, Song Of Innocence (Capitol, 1968); Burt Bacharach – Make It Easy On Yourself (A&M, 1969); Jacques Brel – Olympia 64 (Barclay, 1965); Serge Gainsbourg – Historie de Melody Nelson (Philips, 1971); Scott Walker – Scott 2 (Philips, 1969).
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.646 del maggio 2008

Last Shadow Puppets copThe Age Of The Understatement (Domino/Self)
Chi scrive ha sempre pensato, mettendolo pure nero su bianco, che gli Arctic Monkeys fossero una band di caratura superiore – e non di poco – rispetto alle troppe ipotetiche next big thing proposte dai mezzi di informazione britannici: questo soprattutto grazie al leader Alex Turner, uno di quei (rari) artisti in grado di far la differenza sia per talento che per carisma personale. Chissà se il ventiduenne cantante, chitarrista e songwriter sia stato spinto a dar vita a questo progetto parallelo – condiviso con Miles Kane, chitarra prima nei Little Flames e poi nei neonati Rascals – dal desiderio di dimostrare al mondo di non essere l’ennesima “meteora” baciata dalla buona sorte, dalla coscienza che grazie alla sua posizione di star può permettersi qualsiasi sfizio o da una genuina (recente?) folgorazione per uno stile musicale che mai si sarebbe ritenuto in linea con la sua natura di (indie)rocker spigoloso e graffiante… ma, in fondo, non è poi così importante. Conta, invece, che l’operazione organizzata dai due sbarbatelli si riveli ricca di spunti, stimoli e qualità, efficacissima nel conferire nuova linfa alla canzone solenne e a tratti (melo)drammatica, gonfia di archi e di enfasi, cara fra i tanti a Scott Walker e Tom Jones oltre che a Jacques Brel, Serge Gainsbourg e ai giorni nostri – mutatis mutandis – Marc Almond, Morrissey, Jarvis Cocker.
Al di là di qualche momento un po’ più cattivo (ad esempio, I Don’t Like You Anymore), una rilettura del crooning (d’autore) dei Sixties, vivace seppure avvolto in una sorta di compiaciuta (?) malinconia, con tanto di liriche dedicate all’universo femminile? Esattamente. Il tutto con la scintillante produzione di James Ford (anche alla batteria), i ventidue elementi della London Metropolitan Orchestra e i due primattori davvero bravi nell’alternarsi e sovrapporsi fluidamente al microfono. Una splendida sorpresa che magari verrà equivocata e forse non durerà a lungo, ma intanto i cuori intrepidi e romantici avranno parecchio di che godere.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.645 dell’aprile 2008

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “The Last Shadow Puppets

  1. savic

    Uscirà mai il seguito? Di Alex Turner penso che sia un genietto. Tutti i dischi degli arctic monkeys ( anche l’ultimo!!), il suo solista ( in acustico) e i last shadow sono dischi bellissimi. Il Ray Davies della sua generazione? Forse il successo che hanno gli AM offusca un pò il suo indubbio talento. ( nel senso che viene visto come semplice scrittore di canzoncine pop) Beh un altro la cui immagine rovina l’alta qualità dei suoi dischi è pete doherty ( ma questa è un’altra storia, anche se mi piacerebbe sapere che ne pensi)

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