Afterhours + Mercury Rev

Una delle mie interviste più singolari è stata quella del 15 aprile 2002, a Manuel Agnelli degli Afterhours e Jonathan Donahue dei Mercury Rev. Sì, assieme. Quel giorno, i due gruppi concludevano un mini-tour di quattro date (Marghera, Bologna, Milano e Roma) sponsorizzato dal Mucchio, e fu quindi logico farsi raccontare un po’ di impressioni. Naturalmente, il giornale – all’epoca settimanale – dedicò al piccolo evento la copertina: la foto dell’allegra combriccola italoamericana fu scattata proprio in quell’occasione.

Afterhours-Mercury Rev fotoIncontri e convergenze
Il camerino del Palacisalfa è angusto e ha davvero poco di confortevole, ma, del resto, quel che conta è la compagnia: nella circostanza, a destra un pacato Manuel Agnelli che deve forse ancora smaltire l’adrenalina del concerto milanese di due giorni prima (al Leoncavallo erano addirittura in settemila), a sinistra un Jonathan Donahue che per l’intero colloquio fornirà eloquenti attestati di esuberanza verbale sottolineando quasi ogni frase con una gestualità da attore consumato, e al centro il Sony TCM-500V che da alcuni anni assolve il compito di fissare fedelmente su nastro le conversazioni del sottoscritto con musicisti di ogni genere. L’obiettivo, dichiarato agli interlocutori ma non per questo destinato automaticamente a essere raggiunto, è quello di una chiacchierata a ruota libera che metta a nudo affinità e divergenze – con tutti gli annessi e connessi – tra Afterhours e Mercury Rev, e se possibile sveli qualche retroscena di questo strano (mini)tour italo-americano. All’inizio dello spettacolo mancano ancora un paio d’ore, il servizio di catering ha già fatto il suo dovere, i due cantanti/chitarristi sembrano sufficientemente lucidi: si può cominciare, allora? Il registratore strizza gli occhietti rossi a mo’ di cenno d’intesa: il dado è tratto. La speranza è che da questa bizzarra situazione venga fuori qualcosa di interessante.
Mi piacerebbe sapere qualcosa sulla vostra attitudine dal vivo, su ciò che secondo voi un concerto, rispetto ai dischi, deve dare al pubblico: è solo questione di energia, o c’è anche altro?
(Jonathan) Quella può essere costruita: basta salire sul palco in calzoncini e saltare su e giù come un forsennato, ed ecco l’energia. Credo che essa vada combinata con altri elementi sostanzialmente legati al concetto di onestà: quando qualcuno va ad assistere all’esibizione di un artista di qualsiasi tipo lo fa per cercare in lui una parte di se stesso, creando così la connessione, la comunicazione. Ritengo dunque che la principale responsabilità di chi propone uno show sia essere onesto, evitando ogni genere di falsità. Il nostro approccio, e il mio in particolare, è molto vulnerabile: io canto note molto alte che possono facilmente “spezzarsi” e diventare clamorose stecche, ma cerco di fare del mio meglio; e noi sei siamo esseri umani con tutti i loro limiti, non supereroi.
Riuscireste a sembrare quello che non siete?
(J) Sì, ma non ci interessa. E poi penso che la gente lo percepirebbe subito come artificiale e pretenzioso. Il pubblico non è stupido: anche se la radio non gli dà molte opzioni valide, sono convinto che gran parte di esso sappia riconoscere qualcosa di genuino quando la ascolta. La mia voce non è perfetta come quella di Whitney Houston e non so certo suonare la chitarra come Jeff Beck, ma mi sforzo. Ovviamente c’è un mio lato maschile che crea sintonia con i ragazzi e uno femminile che, in maniera diversa, tocca le ragazze. Nelle serate giuste si possono incontrare a metà strada.
Questo mini-tour assieme agli Afterhours ti ha in qualche modo costretto a comportamenti particolari?
(J) Loro cantano in italiano e quindi qui in Italia tutti li comprendono alla perfezione, cogliendo ogni parola, ogni inflessione, ogni minimo cambiamento. Questo non succede con me, o almeno non completamente, e quindi noi dobbiamo impegnarci ancor più del solito a creare emozioni per raggiungere persone che magari non hanno mai sentito il nome Mercury Rev: il nostro livello di espressività deve essere superiore rispetto agli Stati Uniti o alla Gran Bretagna, sarebbe lo stesso per qualsiasi gruppo che andasse a suonare in un posto dove nessuno capisce la sua lingua. Si cerca di superare l’ostacolo con la musica, ma la musica è composta per il 50% dai testi.
(Manuel) Pensi che l’audience degli Afterhours sia stata ricettiva nei vostri confronti?
(J) La mia impressione è che il vostro pubblico abbia una mente molto aperta verso la musica. Abbiamo aperto i concerti di molte altre band e mi è capitato di avere a che fare con gente che protestava, urlava e lanciava bottiglie, o semplicemente faceva finta che non esistessimo, ma in queste sere ho riscontrato la volontà dei ragazzi di accostarsi a noi. Va da sé che questo ci ha messi in una predisposizione d’animo migliore di quando le nostre performance sono condizionate dalla necessità di evitare le bottiglie.
Prima che intraprendeste quest’avventura assieme, conoscevi già gli Afterhours?
(J) Sapevo che erano uno dei più importanti gruppi rock italiani e che suonavano in posti molto grandi. I club che ospitano noi, invece, hanno quasi sempre dimensioni di poco superiori a quelle della mia camera da letto.
E che impressione ti hanno fatto, la prima volta che li hai ascoltati?
(J) Beh, normalmente non seguiamo i concerti delle band alle quali facciamo da spalla, preferiamo andare in giro, ritornare in albergo o rilassarci nell’autobus. Questa è stata la prima occasione in cui tutti e sei siamo rimasti a vedere e sentire quel che accadeva.
Quindi possiamo affermare che questo mini-tour è stato in qualche misura speciale?
(J) Naturalmente. Anche perché è bello unire assieme musiche differenti l’una dall’altra e tra loro complementari. Io adoro i Velvet Underground, ma se i Velvet fossero l’unico gruppo al mondo, il mondo sarebbe un posto mortalmente noioso: è fondamentale che esistano i Velvet Underground, i Limp Bizkit, Jennifer Lopez e noi, in modo da creare un più ampio spettro di colori che comunque dà maggior luce. Suona molto “scientifico”, ma è proprio così.
Cosa ti ha colpito di più degli Afterhours?
(J) Mi piace molto la capacità di Manuel di mantenere sotto controllo il pubblico, nel senso buono. È una dote naturale, di quelle che non si imparano e non si possono insegnare: la gente segue ogni sua mossa, e persino nell’intervallo tra i brani è attentissima a non perdere qualcosa. Quest’uomo (e il modo in cui pronuncia “this man” ha qualcosa di molto teatrale, NDI) gode del massimo rispetto da parte della gente, e si tratta di un rispetto sicuramente guadagnato con anni e anni di lavoro e di coerenza.
Sotto il profilo stilistico-musicale, trovi affinità tra i discorsi delle vostre due band?
(J) Di sicuro la passione. E poi il fatto che non è rock convenzionale: ci sono il violino, le tastiere, giochi di effetti. Le canzoni possono anche nascere semplicemente, con una chitarra o un pianoforte, ma è la passione per la musica che permette di dar loro una veste singolare, al di là del classico assolo di chitarra o batteria. Non ne ho incontrate poi tante, di persone così.
Credi che gli Afterhours potrebbero trovare riscontri all’estero?
(J) Il problema della lingua è molto pesante, forse insormontabile. Ci vuole un gran coraggio (in realtà dice “balls”, ma non potendo rendere su carta la divertita ironia con la quale pronuncia la parola, la traduco più liberamente per evitare accuse di fallocrazia, NdI) a suonare rock in modo così singolare e cantare in italiano, poiché sul piano commerciale la scelta più conveniente sarebbe puntare sull’inglese.
E se Manuel decidesse di compiere il grande passo?
(J) Non so. Dal mio punto di vista, dipenderebbe dalla sua onestà nel cantare in una lingua non sua. Io potrei anche imparare a cantare in italiano, ma rimarrei ugualmente credibile?
Eppure ci sono alcuni artisti che, rimanendo fedeli alla loro lingua, hanno ottenuto notorietà internazionale.
(J) Oh, sì… ad esempio gli Sugarcubes, nonostante nessuno li capisse perché i testi erano in islandese. Il punto non è tanto la gente, che in effetti potrebbe anche apprezzare, quanto il business: quale etichetta sarebbe mai disposta a sobbarcarsi incombenze onerosissime per spingere una band che ha l’handicap di cantare in italiano?
(M) Comunque per me il problema non si pone, non mi lancerei in una simile impresa. Non ci trasferiremmo mai a New York o Londra, dove saremmo solo uno dei tanti gruppi rock’n’roll: preferiamo essere qualcosa di rilevante qui e non contare nulla a livello mondiale, anche perché nonostante tutto sono molto legato alla scena italiana e sono orgoglioso di come gli Afterhours abbiano contribuito alla sua crescita.
(J) Ho una curiosità. Essere un musicista rock negli Stati Uniti non è come in Gran Bretagna, dove sfondare – magari per un limitato lasso di tempo – è più semplice e dove c’è più accondiscendenza e stima nei confronti di chi suona. Da noi, per fare musica a livello sotterraneo, bisogna essere disperati: girano pochi soldi, i club fanno schifo, non c’è possibilità di essere trasmessi alla radio… ci vogliono fortissime motivazioni interiori. È così anche in Italia, Manuel?
(M) Sì, direi di sì, anche se sicuramente anni fa il quadro era molto più tragico e l’idea di una band “alternativa” che realizzasse qualcosa di concreto sembrava pura follia. Ho formato il mio primo gruppo quando avevo diciassette anni e ho raggiunto una posizione accettabile solo ora che ne ho trentasei, e se ho resistito per così tanto è stato solo perché la musica era per me un bisogno primario.
(J) E i tuoi genitori come la prendevano?
(M) Sono stato fortunato, perché mio padre e mia madre capivano quanto la cosa fosse per me essenziale e non cercavano di spingermi a cercare un lavoro “serio”: Non ho mai subito pressioni oltre a quelle che mi sono imposto da solo per migliorarmi.
Non è la prima volta che i Mercury Rev vengono in Italia: che opinione ti sei fatto del nostro rock?
(J) La mia esperienza è troppo limitata per poter esprimere un giudizio. Basando la mia valutazione sui demo che mi sono stati consegnati dopo i concerti dovrei credere che l’underground è molto orientato verso la psichedelia, ma immagino che ciò dipenda dal fatto di aver ricevuto cd-r e nastri solo da gruppi che sono o si sentono vicini a noi. Magari le vostre cantine sono piene di potenziali Phil Collins.
Speriamo di no. A proposito di psichedelia, è innegabile che essa sia presente tanto nel DNA degli Afterhours quanto in quello dei Mercury Rev: in materia, quali sono le vostre affinità e quali le vostre divergenze?
(M) Noi siamo più dark, più ossessivi. Loro sono più onirici. Loro sembrano puntare alla trascendenza, a qualcosa che è fuori, mentre noi miriamo più a scavare all’interno, anche morbosamente: gli Afterhours sono più come… chiusi in una gabbia.
(J) Sono d’accordo sulla trascendenza. Però, per noi, il termine ha un significato più ampio rispetto a quello che intendono tutti i giornalisti che nelle recensioni ci etichettano come psichedelici: non è solo una faccenda di suoni e di colori, bensì di assai più profondo che coinvolge i sensi nella loro totalità. Personalmente, però, ritengo che quando si iniziano a fare troppe riflessioni sulla musica, si vada contro la musica stessa, che dovrebbe essere solo sentimento ed emozione.
Come mai non avete provato a fare qualche brano assieme, per questo tour?
(M) L’idea c’era, ma è mancato il tempo per mettere a punto qualcosa che avesse un senso. Ci siamo appena conosciuti, ora come ora qualsiasi cosa sarebbe stata fatta “per lo spettacolo” e sarebbe quindi stata in attrito con l’onestà della quale parlavamo prima. Forse la prossima volta, purché ci sia spontaneità.
(J) Perché mai avremmo dovuto rischiare di rovinare la magia di una serata con una collaborazione frettolosa e tutt’altro che significativa? Per noi sul palco poteva anche essere divertente, ma lo sarebbe stato altrettanto per chi ci stava davanti? Onestamente, credo di no.
Jonathan, cosa ti ha maggiormente sorpreso di queste date in Italia?
(J) Le reazioni degli spettatori. Suonavamo in posti anche molto grandi per ragazzi che non ci conoscevano, non capivano cosa cantavo e potevano anche rimanere sconcertati dalla nostra realtà di gruppo rock non proprio convenzionale, eppure avvertivamo il loro rispetto e, a volte, il loro coinvolgimento… e nessuno ci tirava bottiglie! E quelle settemila persone a Milano…
Ma Milano è un caso a parte: è la città degli Afterhours.
(J) A Milano, noi da soli, richiamiamo sì e no settecento spettatori. E nel backstage, l’altro ieri, c’era forse più gente di quanta ne abiti nel posto dove vivo io.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.485 del 7 maggio 2002

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Categorie: interviste | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Afterhours + Mercury Rev

  1. savic

    Gli Sugarcubes cantavano in islandese?????
    Mercery Rev nun gliela fò. Avrò preso e rivenduto 3 volte deserter song. Sugli afterhours, beh hai paura del buio è il capolavoro indie italiano. Poi hanno vissuto di rendita. Di solito si dice, ah quel gruppo se fosse inglese sarebbe famoso, beh gli afterhours sono il caso contrario. Sono famosi in Italia solo perchè sono italiani. Arroganti e boriosi, da 20 anni sopravvalutati. ( tranne piccole iene). Mi sta sulle palle agnelli, però gli riconosco un talento fuori dal comune. Ma la sua arroganza me lo strozza.

    • Lo so, lo so… ma Jonathan ha detto proprio così. Dici che è il caso di inserire una precisazione?
      Sugli Afterhours e su Manuel non sono d’accordo nemmeno un po’, ma il mondo è bello perché è vario.

    • Ci sta che Deserter’s Songs non convinca completamente;
      come ci sta che gli Afterhours ti appaiano arroganti e boriosi.
      Non ci sta invece che tu ritenga abbiano campato di rendita.
      Se così fosse un album come “Padania” non avrebbe mai visto la luce.
      Perché (ed è un fatto oggettivo) è strutturato proprio al di fuori della logica di sfruttare una formula riuscita.

  2. savic

    Lo so che sugli afterhours ho una posizione un pò cosi. Ho assistito al famoso concerto quando agnelli ha tirato un pugno in faccia ad uno spettatore. Me lo ha squalificato al 100%, ho un pò di risentimento sul personaggio.

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