The Clash

Il mio rapporto con i Clash è sempre stato un po’ conflittuale, anche se adoro quasi tutti i loro dischi e nel 1980 e nel 1981 ho anche affrontato trasferte – impegnative, per i tempi – per assistere ai loro storici concerti a Bologna e Firenze (li ho poi rivisti nel 1984 a Roma, senza Mick Jones). Ne ho scritto spesso e anche in occasione dell’uscita dell’ottima “deluxe edition”  di London Calling… che ora, per chi fosse interessato, si trova facilmente a meno di 15 euro.

Clash copLondon Calling (25th Anniversary Edition)
Non ho difficoltà ad ammetterlo dato che anch’io, come tutti, ho qualche scheletro nell’armadio: all’epoca del suo arrivo nei negozi, nel dicembre del 1979, non fui granché colpito da London Calling; anzi, anche perché illuso dallo straordinario singolo che lo precedette di pochi giorni (la title track, un irresistibile concentrato di epicità e furore), ne fui persino deluso, e provai pure irritazione per i giudizi a mio avviso troppo entusiastici di alcuni colleghi della carta stampata, categoria notoriamente propensa – allora come oggi – al facile superlativo. Non ebbi modo di recensirlo, ma in un articolo panoramico su vari artisti che combinavano il rock con il reggae non seppi trattenermi dallo scrivere una frase della quale vado certo assai poco orgoglioso: “illogico che vi sia chi definisca un lp valido – ma nulla più – come questo una delle massime espressioni rock degli ultimi vent’anni o altre assurdità del genere”. OK, una bella coglionata, ma alle orecchie di un diciannovenne che si nutriva soprattutto di trasgressioni sonore – e al quale i Clash avevano già rifilato un bel boccone amaro con il precedente Give ‘em Enough Rope – Joe, Mick, Paul e Topper non potevano non apparire come traditori della causa punk. Ma come, bofonchiavano scandalizzati i romantici idealisti, mentre la scena britannica ci offre meraviglie come Inflammable Material degli Stiff Little Fingers, The Crack dei Ruts, Y del Pop Group o Unknown Pleasures dei Joy Division, i riconosciuti padri del rinnovamento musicale del ‘76/’77 si dedicano al recupero in chiave semi-filologica (o, comunque, “ossequiosa”) del rhyhtm’n’blues, del pop dei ‘60 e del rockabilly? Non c’è più religione! Al rogo! Al rogo! Tipico dei giovani, guardare il dito e non la luna. E fortuna, almeno per quanto riguarda la capacità di raziocinio, che giovani non si resta in eterno.
Sono ormai almeno due decenni che, vinto l’imbarazzo per la mia antica cecità e unitomi alla maggioranza plaudente, considero il terzo album dei Clash – ai tempi un doppio 33 giri venduto al prezzo di un LP singolo – per ciò che in effetti è, vale a dire un autentico monumento di quella che con un pizzico di partigineria definiamo la nostra musica: un disco che trascende le classificazioni per imporsi come opera a sé, zibaldone policromo eppure concettualmente omogeneo di tutto ciò che dagli albori a quei giorni poteva essere etichettato come rock’n’roll. Forse davvero, a dispetto della cerenza di originalità assoluta (ma la personalità c’è, eccome), il perfetto “bignami” da sottoporre a eventuali extraterrestri interessati a inquadrare quella forma di divertimento rumorosa, poetica, adrenalinica e ribelle praticata con chitarra, basso e batteria. Dalla “chiamata alle armi” dell’iniziale London Calling alle fantasie soul della Train In Vain – già ghost track nella vecchia stampa in vinile – che chiude le ostilità, passando per lo ska di Rudie Can’t Fail e Wrong ‘Em Boyo (cover dei Rulers), il reggae di The Guns Of Brixton, Lover’s Rock e Revolution Rock, lo swing di Jimmy Jazz, il rock latino di Spanish Bombs, il rockabilly della Brand New Cadillac di Vince Taylor, il beat di I’m Not Down, il punk (mai “puro”, comunque) di Hateful, Clampdown, Koka Kola, Four Horsemen e Death Or Glory, il pop di Lost In The Supermarket e le pirotecnie rock con fiati di The Right Profile e The Card Cheat, la scaletta è un continuo susseguirsi di colpi di scena all’insegna di un eccezionale eclettismo compositivo e interpretativo e di una genuina, irrefrenabile emotività.
Venticinque anni dopo la prima uscita, London Calling è stato adesso celebrato e festeggiato con una ricca edizione speciale, impreziosita da una lussuosa confezione multi-digipak e un libretto di trentadue pagine colmo di note (nel quale, però sono curiosamente assenti i testi delle canzoni): ne fanno parte un CD con i diciannove episodi del doppio LP del 1979 (sensibilmente migliorati nella qualità del suono), un secondo compact con i “Vanilla Tapes” (i demo del disco: ventuno pezzi tra i quali cinque inediti) e un DVD con il documentario di Don Letts The Last Testament (il “making of” dell’album), ulteriori riprese amatoriali in bianco/nero effettuate nel corso delle session di registrazione e i videoclip di London Calling, Train In Vain e Clampdown. Ed è proprio il dvd il vero valore aggiunto di questa 25th Anniversary Edition, con le sue testimonianze storiche e le sue immagini non luminose ma illuminanti di quotidiana rockitudine; oltre a rimanere tecnicamente deficitari nonostante il prodigioso restauro, i mitizzati “Vanilla Tapes” rimangono infatti solo una curiosità, visto anche come le tanto sbandierate outtake non offrano certo chissà quali rivelazioni, sebbene la cover in chiave giamaicana di The Man In Me di Bob Dylan, l’altro reggae Where You Gonna Go (Soweto) e le più energiche Lonesome Me e Heart & Mind vantino qualche spunto degno di nota (privo di interesse, invece, lo strumentale Walking The Slidewalk). Si tratta, in ogni caso, di un’operazione discografica realizzata con estrema cura, impeccabile nell’ampliare notevolmente il quadro dei retroscena di quello che tutti (o quasi: i bastian contrari non mancano mai) annoverano tra le pietre miliari del rock di sempre e tutto sommato invitante nel prezzo (attorno ai trenta euro, ma guardandosi attorno si può risparmiare un 10/15 percento). Chi ancora possiede solo il sacro vinile e attendeva da chissà quanto l’occasione di approfondire, saprà bene il da farsi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.596 del 19 ottobre 2004

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Categorie: recensioni | Tag: | 9 commenti

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9 pensieri su “The Clash

  1. paolo stradi

    Anch’io Federico, anch’io…Anch’io all’epoca lo giudicai in modo simile al tuo. Però non ho cambiato idea. Credo sia davvero un fatto generazionale. Non c’è nulla da fare. Sono del ’57 e da adolescente dominava il prog, dappertutto. Quello che ascolti in quei anni mitici ti segna per sempre. Ovvio che poi ascoltiamo, e apprezziamo, tutto. Ma i suoni che caratterizzano un dato periodo ti rimangono dentro, anche oltre alla loro effettiva qualità. Io, ad esempio, quando ascolto l’assolo di chitarra di Steve Hackett in Firth Of Fifth ancora adesso mi commuovo, letteralmente.

    • Anch’io mi sono vissuto bene il prog e i cantautori italiani e poi quelli americani… e anche altre cose, prima di essere folgorato, a diciott’anni, da punk e new wave. Però nel caso di “London Calling” non fu tanto un problema musicale quanto, piuttosto, “concettuale”: per come la vedevo io, i Clash stavano tradendo un ideale. Ero giovane, mi giustifico così.

  2. London Calling è un grandissimo album, ovvio, ma ancora oggi penso che la title track sia di un altro pianeta.

  3. savic

    Beh Federico, recensione dell’epoca lungimirante ah ah ma capita. a 16 anni mi stavano sulle palle i JMC solo per le interviste, poi ascoltando in un negozio Darklands mi sono reso conto della cazzata. London Calling mi ha cambiato la vita, letteralmente. Quando, a 12 anni, te lo registrano su cassetta, beh la tua vita cambia. Disco clamoroso, dall’inizio alla fine, musicalmente e come attitudine, non avevano paraocchi, erano a 360 gradi in un periodo ottuso e difficile. Che tutt’ora, in sede di varie battles sul forum, ci sia gente che ne dica peste e corna, lo ritengo un segno di ignoranza preoccupante.

  4. Pingback: La merda dei Clash | L'ultima Thule

  5. Il Medievista

    Proprio stamattina avevo rintracciato il mitico numero 28 de “Il Mucchio Selvaggio” che avevo comprato quando avevo una cosa come 13 anni! Ho trovato le tue considerazioni su London Caling e te le volevo rispedire sul sito. Poi ho trovato questo divertente atto di umiltà e te l’ho risparmiato… I Clash facevano dischi belli, a me hanno cambiato la vita già da pre adolescente (quindi in effetti l’hanno semmai indirizzata). Non credo che la bella musica si possa recintare in un genere: dovrebbe essere apprezzata e amata, nient’altro.
    Corrado

    • Essendomi già autoflagellato, infierire sarebbe stato impietoso. 🙂
      Posso solo aggiungere che a comprendere l’errore ci misi poco, visto che di lì a un anno scrissi bene di “Sandinista!”.

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