New Bomb Turks


Benché la loro notorietà sia rimasta poco più che di culto, i New Bomb Turks sono stati una delle più grandiose punk band degli anni ‘90. Dall’epoca di questo articolo/intervista la loro attività si è parecchio rallentata (hanno realizzato solo un altro vero album, nel 2002), ma pazienza: la musica che hanno prodotto in passato c’è ancora, e non è certo di quelle che invecchiano.

New Bomb Turks fotoTen years in garageland
Come Offspring e Green Day sono stati gli alfieri del punk melodico anni ‘90, quello strettamente legato alle tradizioni californiane del decennio precedente e baciato da rilevanti consensi commerciali, così gli assai meno noti New Bomb Turks sono legittimati a tenere alte le insegne del punk più crudo e selvaggio che, pur non disdegnando velocità e compattezza di scuola hardcore e sporadiche aperture “pop” (nell’accezione più ampia del termine), affonda le sue radici nel leggendario ‘77 e – sul piano attitudinale, ma in parte anche stilistico – nei giorni ancor più lontani della Detroit di Stooges e Mc5 e addirittura dell’originario garage. In occasione del decimo compleanno della band, festeggiato con lo splendido Nightmare Scenario, non abbiamo potuto esimerci dal ricostruire la carriera di questi meravigliosi perdenti e dallo scambiare quattro chiacchiere con il dinamico frontman Eric Davidson.

1. Innanzitutto, la storia. I New Bomb Turks nascono a Columbus, Ohio, nel 1990, con un organico a quattro comprendente Eric Davidson (voce), Jim Weber (chitarra), Matt Reber (basso) e Bill Randt (batteria), subito rodato con devastanti session in sala prove e con qualche concerto davanti a poche decine di spettatori: per loro il rock’n’roll è divertimento, trasgressione e opportunità di rimorchiare ragazze, come è giusto che sia quando si hanno vent’anni e si vive in una pur grande città della provincia americana. All’epoca, Nevermind dei Nirvana non ha visto la luce e il cosiddetto movimento grunge – ammesso che una cosa con questo nome sia mai esistita – è ancora confinato in quel di Seattle, qualche migliaio di chilometri a Ovest. Così, invece di prendere come punto di riferimento l’hardcore o il metal, il gruppo inizia a scavare nel passato alla ricerca del genuino spirito punk; i suoi sforzi sono premiati dall’approdo a una formula sporca, torrida, abrasiva e libera dai vincoli del politically correct, che dichiara senza possibilità di equivoco la propria devozione a Damned, Ramones e Saints ma anche a vecchie glorie dell’Ohio quali Dead Boys e Pagans.
Per il debutto discografico, l’ensemble divide con i concittadini e amici Gaunt (due brani per ciscuno) i solchi di un’ormai storico 7”EP edito nei primi mesi del 1991 dalla Datapanik. Da lì in avanti, con boom produttivo nel 1993, la sua discografia si arricchirà di un numero incredibile di 45 giri ed EP usciti per varie etichette (tra cui Get Hip, Sympathy For The Record Industry, Empty, Engine, Demolition Derby e Bag Of Hammers) più una quantità altrettanto rilevante di contributi a compilation: e tale mole di incisioni, per di più di reperibilità problematica (almeno fino al 1995, quando buona parte di esse sarà raccolta nell’antologia con inediti della Crypt Pissing Out The Poison) costituirà il sogno/incubo delle sempre più folte schiere di fan che, specie in Europa, si stringono attorno al quartetto grazie anche a una sequenza di adrenalinici tour (che, seppure con poche date, fanno regolarmente tappa in Italia).
Pissing Out The Poison funge da suggello alla prima fase di attività dei New Bomb Turks, svolta sotto l’egida dell’allora popolarissima Crypt di Amburgo e fotografata in modo più che esauriente da Destroy-Oh-Boy (1993), brillantemente grezzo e istintivo, e dal più duro e compatto Information Highway Revisited (1994): due album, lo si affermi senza remore, di eccezionale livello, vere pietre miliari del punk’n’roll anni ‘90. Il secondo lustro di carriera è invece inaugurato, con molto stupore e qualche (ingiustificato) sospetto, dalla firma del contratto con la Epitaph, un accordo tuttora in essere che a oggi – non contando le inevitabili, pur pregevoli minutaglie – si è concretizzato in tre lavori: il più curato e un po’ incompreso Scared Straight (1996), dai marcati accenti rollingstonesiani; lo strepitoso At Rope’s End (1998), inciso per 5/13 in Svezia, che convince appieno con il suo perfetto equilibrio di rabbia e radici; l’ultimo, non meno valido Nightmare Scenario (2000), dove l’indole ruvida e spontanea degli esordi è sostenuta dall’ulteriore maturità compositiva e dall’accresciuta perizia tecnica dei musicisti. Il  disco ha tra l’altro ratificato l’unico cambio di line-up verificatosi nella band dal giorno della sua aggregazione: Sam Brown, batterista dei soliti Gaunt, è infatti subentrato a Bill Randt.
Difficile prevedere, alla luce degli anni che passano, per quanto tempo il gruppo potrà ancora confermare gli attuali, elevatissimi standard di energia ed entusiasmo, o prevedere gli eventuali sviluppi creativi di un suono per sua stessa natura “compresso” all’interno di strutture stilistiche relativamente rigide: quel che è innegabile, in ogni caso, è che la scena contemporanea di indirizzo punk deve ai New Bomb Turks molto più di quanto facciano pensare le cifre di vendita (abbastanza ridotte) dei loro dischi. Davidson e compagni non avranno “reinventato” il punk-rock come affermano alcuni dei loro più convinti estimatori, ma di sicuro hanno rivestito un ruolo fondamentale nel mantenerne accesa la fiamma; e nel consentirle di giungere fino a noi pura e calda, resistendo ai venti burrascosi ma effimeri di questo o quel trend e agli eventuali tentativi di soffocamento di un mercato avido e fagocitatore. A loro, per la nostra soddisfazione di appassionati del miglior r’n’r, non possiamo che augurare almeno altri dieci anni di garageland.

2. In sintesi, l’incontro. Dall’altro capo del filo telefonico, Eric Davidson parla a raffica, dimostrando una volta in più che la frenesia messa in mostra nei dischi e sui palchi non è una posa ma solo la logica espressione di una sana esuberanza caratteriale. Stargli al passo non è facile, ma alla fine il registratore raccoglierà una bella serie di testimonianze di un rock’n’roll lifestyle forse poco mitico – almeno per chi crede nella tipica iconografia dell’eccesso – ma senza dubbio assai più vero e salutare.
Vivete ancora a Columbus, una città dove non manca nulla ma che è anche lontana dai centri del music-business. Come mai non vi siete mossi altrove in cerca di migliori opportunità di carriera?
Qui la vita costa molto poco e non si subiscono pressioni di alcun genere. Posti come New York o la California vanno bene per chi mira a raggiungere il successo su vasta scala, a stringere contatti ad alto livello, ad ottenere una certa esposizione sui media, ma di solito i gruppi che si trasferiscono da un posto piccolo a uno troppo grande si separano sì e no dopo un anno, perchè tutto costa in modo eccessivo e vista la quantità di band in giro non è neppure facile trovare ingaggi dal vivo. Inoltre, Columbus ci offre la possibilità di mantenere lavori part-time da svolgere quando non siamo impegnati. E poi siamo a sole due ore di macchina da Cleveland, dove stanno le nostre famiglie.
Avete ancora occupazioni normali?
Sì. Matt è impiegato in una libreria, Jim in un negozio di dischi, io collaboro da free-lance a un paio di giornali locali e Sam, il nuovo batterista, lavora in una pizzeria.
Lo fate perché non volete puntare tutto sui New Bomb Turks o perché vi servono soldi per sbarcare il lunario?
Beh, le bollette e il cibo vanno pur pagati, e comunque è bene avere qualcosa a cui pensare nei tempi morti lasciati dalla musica. C’è anche da dire che le royalties sulle vendite dei dischi non sono granché e che per guadagnare in modo accettabile dovremmo andare in tour per otto o nove mesi all’anno: non ci riuscirei mai, se lo avessi fatto fino a oggi sarei probabilmente morto. Da un lato siamo realisti: sappiamo che con il nostro sound non potremo mai vendere milioni di copie e quindi ci preoccupiamo di avere altre risorse; dall’altro, non vorremmo che le nostre scelte artistiche potessero essere condizionate da urgenze di tipo pratico.
Anche gli Offspring, quando uscì Smash, mi dissero che la loro non era musica da classifica e pochi mesi dopo avevano venduto più di dieci milioni di copie.
Sì, però prima di Smash gli Offspring andavano già bene. Se i New Bomb Turks riuscissero a piazzare duecentomila esemplari di ogni loro album nessuno di noi avrebbe necessità di un altro lavoro, specie continuando a vivere a Columbus. Con le trenta o quarantamila copie dei nostri standard, invece, non c’è molto da scialare.
Perché avete registrato Nightmare Scenario a Detroit?
È una città dove ci piace suonare e dove abbiamo anche parecchi fan scatenati, tra cui il proprietario dello studio dove abbiamo inciso. Abbiamo avuto modo di ascoltare e apprezzare alcuni dei dischi registrati da lui – uno su tutti, quello dei Dirtys – e così la soluzione ci è sembrata logica. Anche perché lo studio è decisamente poco costoso.
Si finisce sempre a parlare di soldi: siete proprio così squattrinati?
No, ma avere del denaro a disposizione non significa che sia giusto sprecarlo. In realtà abbiamo affittato i Ghetto Recorders perché Jim Diamond è davvero una persona in gamba, perché il suo studio è ottimo e perché ci andava di trascorrere qualche giorno a Detroit.
A quanto pare ci avete visto giusto, perché Nightmare Scenario è un album eccellente. Come spirito, ma anche come stile, mi dà l’idea di essere più vicino al vostro esordio che non agli ultimi due lavori per la Epitaph.
Sì, la penso come te. Però non si è trattato di una decisione presa a tavolino, ci siamo limitati a entrare in studio e a comportarci nel modo più spontaneo. Abbiamo agito così anche in passato, e non è un caso che i nostri dischi siano piuttosto diversi tra loro: Scared Straight, ad esempio, è forse stato “raffinato” un po’ troppo, mentre per quanto riguarda quest’ultimo abbiamo solo pulito un minimo il suono in sede di masterizzazione. Sempre in Scared Straight avevamo voluto arricchire la nostra formula-base con altri strumenti come l’organo e i fiati, mentre in questa circostanza ci è sembrato inutile aggiungere alcunché: i pezzi sono stati composti con la massima naturalezza durante l’estate scorsa, un paio di mesi dopo il cambio di batterista, e mentre li provavamo è parso subito evidente che non avevano bisogno di nient’altro.
Bill Randt era nel gruppo fin dall’inizio. Quali sono i motivi di questo avvicendamento?
Sostanzialmente Bill era un po’ stanco, o almeno questa è l’impressione che abbiamo avuto nel marzo 1999 durante il tour in Australia. Magari non lo avrebbe mai ammesso, ma i suoi rapporti con la musica e con ciò che essa comporta non erano più “sentiti” come prima. Aggiungi che lui ha anche un diploma superiore ai nostri, che gli permette di insegnare o comunque di lavorare a buoni livelli… insomma, è andata così. Sam Brown è nostro amico da tempo, e dato che i Gaunt sono praticamente fermi offrirgli il posto è stato quasi inevitabile. Il nostro contratto con la Epitaph prevedeva un terzo disco e ci sarebbe dispiaciuto non onorarlo.
All’inizio i Gaunt erano eccezionali come voi e per un certo periodo i vostri percorsi sono anche stati paralleli. Poi loro hanno perso smalto e quando hanno firmato con la Warner Bros erano praticamente finiti. Secondo te, cosa è accaduto?Conosco da tantissimo Jerry Wick, il loro cantante, chitarrista e compositore, e posso dirti che è stato sempre molto appassionato sia di punk che di pop. Credo che quando i Gaunt hanno ottenuto il contratto major lui abbia voluto tentare di giocare la carta delle canzoni pop per suscitare un po’ di curiosità o qualcosa del genere. Sapeva che quella aveva buone probabilità di essere la sua unica occasione e ha provato a sfruttarla. Purtroppo per lui, non gli è andata bene.
Mi hai detto che Nightmare Scenario ha chiuso l’accordo con la Epitaph. Sai già cosa accadrà dopo?
Vedremo, ma sono quasi convinto che ce ne offriranno un altro. Penso che loro abbiano operato benissimo, specie considerando che noi non abbiamo un management che si occupi di promuoverci e che non siamo certo un gruppo di quelli che catturano l’attenzione: non siamo come i Nashville Pussy, che al di là dei loro meriti finiscono sulle pagine di Rolling Stone perché hanno in organico due ragazze una delle quali sputa fiamme dalla bocca. La Epitaph stanzia budget soddisfacenti, non ci impone nulla in termini musicali, pubblica i nostri dischi nei tempi fissati, vanta una buona distribuzione e ci organizza le interviste. In parole povere non abbiamo nulla da recriminare, anzi.
Insomma, meglio di come andava con la Crypt.
Sì, ma questo non ha nulla a che vedere con il nostro passaggio alla Epitaph. La Crypt era gestita solo da Tim Warren e sua moglie ed era in cattive acque: non è casuale che abbiano smesso di occuparsi di band contemporanee e realizzino solo ristampe di materiale d’epoca. Fra l’altro, furono proprio loro a suggerirci di contattare la Epitaph.
Questo, però, non fu sufficiente per zittire quanti vi accusarono di esservi “venduti”.
Oh, beh, si trattò di una storia veramente stupida e seccante: come si poteva pensare che avremmo potuto rivoluzionare il nostro stile in senso commerciale solo perché avevamo cambiato etichetta? I nostri fan che credevano una cosa del genere dovevano essere davvero sciocchi, e in ogni caso dovevano avere una bassissima considerazione di noi. Per di più Scared Straight era stato inciso prima della firma del contratto ed era costato meno dei due precedenti lavori per la Crypt.
La scena punk internazionale produce così tanti dischi che ormai è diventato impossibile per chiunque essere veramente informati su tutto ciò che accade al suo interno. Tu come la vedi, anche in prospettiva?
Penso che sia lo specchio fedele del mondo attuale, nel quale c’è troppo di tutto: troppa gente, troppe macchine, e quindi anche troppe etichette. Secondo me Internet peggiorerà ulteriormente la situazione, perché un sacco di band pessime potranno diffondere con facilità la loro pessima musica. Io ritengo che molti dei gruppi in circolazione non dovrebbero neppure registrare, figuriamoci vendere in tutto il mondo attraverso la Rete! Però può anche darsi che l’offerta eccessiva porterà a una crisi di rigetto, e magari gli appassionati cominceranno a fidarsi solo dei gruppi dei quali hanno avuto la possibilità di toccare con mano la consistenza… magari quelli cittadini… però, alla fine, troppi musicisti sono sempre preferibili a troppi barboni o troppi tossici.
Comunque anche voi avete alimentato il malcostume: è vero che la qualità era sempre ottima, ma nel 1993 avete dato alle stampe una buona decina di dischi di vario formato.
Sì, ma è stato ben sette anni fa, quando il circuito era meno esteso e per un gruppo come il nostro un qualsiasi disco poteva essere utile per farsi conoscere. Poi, viste le enormi difficoltà di distribuzione, quel mercato è diventato una faccenda solo per collezionisti e feticisti del vinile e la cosa ha smesso di interessarci: pubblichiamo ancora qualche singolo per i nostri fan, ma preferiamo concentrarci sugli album.
A proposito di singoli: che senso voleva avere Berühren Meiner Affe, il cd-single in chiave elettronica che avete realizzato un paio di anni fa per la Overcoat Recordings?
È l’etichetta di un nostro amico di Chicago che da anni ci chiedeva un disco. Così ci è sembrato divertente “trattare” alcune nostre outtake in modo da trasformarle in brani in stile Touch&Go, e racchiuderle in una confezione dalla grafica piuttosto “aliena”. È stato un scherzetto innocente, ma anche una risposta ironica alla assoluta prevedibilità di tanto punk-rock.
E come vedi, per concludere, i prossimi dieci anni di New Bomb Turks?
Posso risponderti dicendo che, quando siamo partiti ritenevamo che avremmo suonato sì e no un paio d’anni e magari pubblicare qualche singolo, per poi mollare tutto, trovare una professione “seria” e accasarci con qualche ragazza della nostra città. Invece siamo ancora qui e siamo entusiasti di quello che facciamo. Ci divertiamo, i nostri dischi raccolgono consensi e i nostri concerti rendono felici noi e il pubblico. Finché continuerà così, non ci porremo certo problemi sul futuro.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.400 del 6 giugno 2000

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Categorie: articoli, interviste | Tag: , | 6 commenti

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6 pensieri su “New Bomb Turks

  1. Visionary

    Gruppo devastante, nel senso più positivo del termine. Li ho conosciuti un po’ tardi: una sera mentre selezionavo i CD del suo negozio, il mio “pusher” di fiducia dell’epoca mise su Scared Straight: li ho amati da subito! Band davvero enorme, una tra le più ingiustamente sottovalutate. Grazie per averli recuperati Federico, ed essendo questo il mio primo messaggio, complimenti per il blog 🙂

  2. savic

    Cazzarola, vendevano 40 mila copie! Oggi sarebbero dei re. L’ultima generazione ( quella Crypt/Rip Off) veramente punk. Due anni fa Eric Davidson è venuto in Italia a presentare il suo libro. Mi sono ritrovato a sfidarlo a calciobalilla. io sono una pippa, lui inguardabile.

    • Come cambiano i tempi, eh? 40.000 copie all’epoca erano appena sufficienti per un contratto, oggi sarebbero nei Top 10 USA.
      La sua venuta in Italia me la sono persa. Comunque erano davvero una grande band.

  3. Mauro

    ah ma che hai tirato fuori Federico.grazie mille!finalmente qualcuno si ricorda dei New Bomb Turks….conosciuti al tempo acquistando il vinile di pissing out the poison allo zabriskie point di milano.da lì solo amore

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