Rage Against The Machine

Sono molto affezionato a questa intervista a Tom Morello, che risale all’epoca del terzo album della band californiana, The Battle Of Los Angeles. E ne sono anche parecchio soddisfatto, al punto che quando la fanzine Cool Club mi chiese di ripubblicare una mia vecchia intervista che ritenevo particolarmente riuscita, a mo’ di esempio, diedi loro proprio questa. Che fu, incidentalmente, anche l’ultimo pezzo lungo da me firmato per Rumore.

Rage Against copIl castello dello zio Tom
Un sorridente Tom Morello esce con passo svelto dall’ascensore che lo ha condotto all’ultimo piano dell’Hotel Hilton di Roma. “Sono andato a visitare la Basilica di S.Pietro”, mi dice stringendomi cordialmente la mano e scusandosi per il leggero ritardo, “visto che qualche anno fa non mi avevano fatto entrare perché indossavo pantaloni corti”. La suite nella quale ci siamo nel frattempo accomodati è esageratamente grande e lussuosa, ma non mi pare opportuno inaugurare l’intervista con la domanda forse più logica: se non sia un po’ un controsenso, cioé, che la mente di uno dei gruppi rock più “schierati” del pianeta alloggi in un albergo così da ricchi e in un mini-appartamento che potrebbe tranquillamente ospitare tre famiglie. “Meglio partire dal nuovo album”, rifletto tra me e me estraendo dalla borsa il registratore, “e rimandare a dopo eventuali domande polemiche”. “È meglio che cominci dal nuovo album”, sembrano dirmi gli occhi furbi di Tom, “so bene cosa pensi e non hai nessuna possibilità di fregarmi”. L’atmosfera, comunque, è rilassata, anche se il mio interlocutore – per fortuna senza che ciò vada a scapito della comprensibilità delle sue risposte – parla veloce come se avesse inghiottito una confezione maxi di eccitanti.
Dalle cinque canzoni ascoltate in anteprima mi sembra che il nuovo album, pur rimanendo legato alla vostra abituale formula, presenti qualche innovazione nei suoni e nell’uso delle chitarre. È un’impressione corretta?
L’idea di base era sostanzialmente quella di realizzare il disco “definitivo” dei RATM, senza snaturare il nostro stile ma cercando anche di compiere qualche passo in avanti: non c’è stata premeditazione, ma solo un naturale processo di crescita che, per esempio, ha portato Timmy a Brad a diversificare maggiormente le loro parti di basso e batteria. Per quanto mi riguarda, il fatto di aver composto in studio di registrazione mi ha permesso di sfruttare fin dall’inizio un’ampia scelta di effetti e quindi di migliorare le possibilità espressive e creative del mio strumento; le chitarre dei RATM sono mai state così dure ed estreme e nello stesso tempo così vicine alle tradizioni rock: se ci fai caso, molti riff hanno un feeling da tardi anni ‘60, tipo Jimi Hendrix o MC5.
Le tastiere e l’elettronica sono ancora banditi, vero?
Sì, in questo continuiamo ad essere controtendenza: non è sciocca testardaggine, ma solo ferma convinzione che le opportunità sonore offerte dall’amalgama di chitarra, basso, batteria e voce non sono ancora state del tutto sperimentate. Noi non ci sentiamo affatto limitati, e per andare avanti preferiamo affidarci alla nostra immaginazione e alla nostra creatività invece di entrare in un negozio e comprare un sequencer o qualsiasi altro marchingegno.
Dietro la consolle c’è sempre Brendan O’Brien?
Questa volta Brendan si è occupato non solo della produzione ma anche del mixaggio: volevamo che tutte le fasi di realizzazione del disco fossero seguite da un’unica persona, e Brendan è eccezionale sia nella fase elaborativa che in quella strettamente tecnica. So che dirlo è una banalità, ma siamo tutti concordi nel ritenerlo il miglior album dei RATM, specie sotto il profilo della potenza.
A mio parere, sarà difficile riuscire a eguagliare la bellezza e l’importanza dell’esordio.
RATM ha indubbiamente avuto un enorme impatto e i suoi picchi sono forse inarrivabili, ma credo davvero che con questo lavoro ci siamo superati: dall’inizio alla fine non ha un solo attimo di cedimento, e l’esserci spinti in più direzioni ha conferito all’insieme una grande freschezza e un grande senso di eccitazione.
In che modo il vostro clamoroso successo ha modificato la tua vita e il tuo approccio al quotidiano?
Beh, dal punto di vista pratico ha senza dubbio cambiato parecchio, se conti che quando mi sono trasferito a Los Angeles avevo sì e no mille dollari in tasca e nessuna garanzia sul futuro: adesso ho una casa e i soldi per fare il pieno di benzina alla mia macchina, ma frequento gli stessi amici di sempre. Penso che, tra quelle che hanno venduto milioni di dischi, i Rage Against The Machine siano la band meno supponente che esista. La differenza sostanziale tra il “prima” e il “dopo” riguarda però il nostro ruolo di attivisti politici: la notorietà ci ha posto su una specie di pulpito, e dunque possiamo diffondere le nostre idee su una scala di gran lunga più vasta di quanto avremmo mai immaginato di fare.
Il parlare di concetti pesanti a così tanta gente è una grande responsabilità. Non siete mai un po’ spaventati delle possibili conseguenze delle vostre dichiarazioni?
No, assolutamente: i RATM mirano a propagandare argomenti-chiave come la solidarietà e la necessità di lottare per l’affermazione dei propri giusti diritti, e non a raccontare storie pur piacevoli di ragazze ed automobili. Uno dei nostri intenti è proprio colpire le persone per rafforzare la loro sensibilità a certi valori: non c’è da aver paura, anche se ovviamente bisogna stare attenti a ciò che si dice e a come lo si fa. È un bene che la nostra voce sia così forte da poter essere ascoltata da milioni di individui e che sia quindi in grado di denunciare più efficacemente le tantissime cazzate che di norma vengono spacciate per verità.
Non credi che nei precedenti decenni i bersagli contro cui sparare fossero più facilmente identificabili? Oggi i confini tra “bene” e “male” e tra “giusto” e “sbagliato” appaiono forse molto meno netti di un tempo.
Sì, sotto il cielo c’è grande confusione, ma gli obiettivi da colpire sono in realtà più numerosi. Se è diventato difficile metterli a fuoco, la colpa è della manipolazione dell’opinione pubblica operata dai media: questo è un punto cruciale su cui si basano molte delle aberrazioni del mondo odierno, ed è nostro dovere sensibilizzare sul problema e offrire il nostro contributo per eliminarlo.
È una domanda che avrai già sentito mille volte, ma te la rivolgo lo stesso: non è in qualche misura contraddittorio portare avanti una lotta contro il sistema e poi incidere per le multinazionali del disco che di questo sistema sono uno degli ingranaggi? Per ogni dollaro guadagnato dai RATM, almeno cinque vanno alla vostra etichetta.
Sai una cosa buffa? Tali considerazioni ci vengono sottoposte solo dai giornalisti del settore musicale, mentre gli attivisti politici – da Leonard Peltier a Mumia Abu-Jamal, dal Subcomandante Marcos alla Anti-Nazi League – approvano pienamente la nostra strategia e il nostro operato. Sinceramente, non vedo contraddizioni: vedo solo che siamo stati capaci di diffondere per i quattro angoli del globo ben otto milioni di dischi-manifesti di propaganda sovversiva e di raccogliere un milione di dollari per le cause che sosteniamo.
Vuoi dire che non siete mai stati sfiorati dal dubbio che la strada da seguire non fosse quella delle multinazionali?
No, all’inizio avevamo molte perplessità: soprattutto io, che ero reduce da un contratto grazie al quale la Geffen era riuscita ad imporre la sua visione artistica alla mia vecchia band, i Lock Up (al loro attivo l’album Something Bitchin’ This Way Comes per la Geffen, NdI). Però devo ammettere che il nostro conflitto interiore rispetto al legarsi a una major non aveva nulla a che vedere con il fatto che l’etichetta fosse, appunto, major: la prima cosa che cercavamo era il totale controllo creativo su qualsiasi aspetto della nostra carriera.
Magari adesso potreste creare un vostro marchio.
Sì, si può decidere di fondare una propria etichetta, ma in questo caso è inevitabile diventare uomini d’affari e ciò si riflette in negativo sull’attività di musicista. Tra le persone che conosco ci sono un mucchio di proprietari di label indipendenti, e quasi tutti odiano le loro aziende perché li hanno allontanati dalla musica e trasformati in businessmen. Alla fine, tra discografici major e indie non ci sono grandi diversità: la più rilevante è che questi ultimi, almeno di solito, hanno tagli di capelli più fighi.
Da dove è derivato il tuo interesse per la politica?
In America non puoi non essere in qualche modo segnato dal nascere nero: sono cresciuto in una città prevalentemente bianca, e ti assicuro che non è difficile sviluppare una coscienza politica quando hai occasione di vivere sulla tua pelle una cosa come il razzismo. Comunque i miei genitori si sono sempre impegnati in questo ambito, e andando avanti con gli studi ho voluto approfondire le mie conoscenze in materia. Ho addirittura lavorato per due anni nella segreteria di un senatore, e questo mi ha aiutato a capire dall’interno come funziona la macchina: gli Stati Uniti sono una “democrazia da libretto di assegni”, le mie mansioni consistevano nel telefonare ai ricchi per chieder loro denaro.
Pensi che gli Stati Uniti stiano andando sempre più a rotoli?
Dipende dai punti di vista: non c’è una sola America, per i ricchi le cose stanno andando sempre meglio. Il gap tra ricchi e poveri sta crescendo: tra le nazioni industrializzate, gli USA sono quella con il più alto numero di miliardari e contemporanemente la maggior quantità di gente che patisce la fame, la maggior quantità di case e il maggior numero di senzatetto. I Rage Against The Machine parlano per l’altra America, quella dei non rappresentati. La famosa libertà di scelta esiste solo nel senso che i ricchi possono scegliere tra Mercedes e Lamborghini, e i poveri in quale scatolone di cartone trascorrere la notte.
Tua madre è bianca, ma dai tuoi discorsi mi sembra che tu ti senta al 100% nero.
Nonostante sia cresciuto in una società bianca mi sono sempre ritenuto un nero, e solo verso i vent’anni ho realizzato appieno il fatto di essere per metà bianco. Però sono rimasto nero come mi sentivo da ragazzino: sai, in America non ha importanza se nella tua famiglia solo il tuo bis-bis-bisnonno aveva la pelle scura, per i tuoi coetanei sarai sempre un negro.
Nei Rage Against The Machine la musica conta più o meno della politica?
I due aspetti sono strettamente collegati: se non fosse per la musica il nostro messaggio non sarebbe così ascoltato, ma senza la spinta del messaggio le nostre canzoni non sarebbero suonate con lo stesso trasporto. Una diversità, comunque, esiste: tutti noi della band ci troviamo d’accordo, con minime ed occasionali eccezioni, sulle faccende politiche, mentre sulla musica abbiamo gusti assai differenti. Finché si tratta di decidere se partecipare o no a un concerto di beneficenza non ci sono problemi, ma quando si deve decidere quali tre accordi usare in un pezzo, sono dolori.
I RATM hanno anche un volto ludico?
Siamo un gruppo rock più o meno normale, ridiamo e ci divertiamo anche nello studio di registrazione. Persino la nostra musica non è priva di sense of humour: magari non nei testi, ma senz’altro nella mia ricerca di parti di chitarra che divertano o che catturino l’attenzione dell’ascoltatore. Probabilmente l’unico momento in cui siamo davvero seri è quando discutiamo a proposito dei pezzi.
Un tempo il rock’n’roll era spesso una cosa da disadattati e perdenti, se non addirittura da ignoranti. Credi che esso abbia ricavato qualche beneficio dalla generale crescita culturale dei musicisti?
Non saprei, ma la mia esperienza mi dice che grande rock’n’roll e cultura vanno di rado d’accordo. Quasi tutti i miei gruppi preferiti di tutti i tempi erano composti da gente per lo più ottusa. Non penso che comporre testi intelligenti e ricchi di spessore culturale sia davvero necessario per fare del buon rock’n’roll, anche se tali elementi possono certo rendere la proposta più interessante.
I RATM si sentono in qualche modo parte della gloriosa tradizione combat che si avvia con gli MC5 e arriva ai Public Enemy passando per i Clash?
Sì, senza dubbio, anche se non pensiamo che il nostro ruolo nella storia del rock sia stato determinante come il loro. Per noi essere accostati a queste band è un grande complimento, e ci sentiamo orgogliosi di proseguire il loro discorso militante.
Però i RATM hanno anche dato il “la” a una scena della quale altri – Korn e Limp Bizkit, per esempio – hanno mostrato altre sfaccettature.
Anche se noi, per quanto riguarda i contenuti dei brani, ci muoviamo su piani diversi da loro, apprezzo moltissimo il lavoro musicale portato avanti da queste due band: they rock!, e lo fanno sul serio. Mi piace il fatto che non si scusino del loro desiderio di suonare rock: all’epoca del grunge c’era questa sorta di senso di colpa per il successo ottenuto e per il proprio background hard rock, e questo sfociava in una bizzarra ricerca di una “credibilità indipendente” che strideva un po’ con le vendite di milioni di dischi. La maggior parte dei gruppi di oggi non vive questo genere di conflitti e sfoga soprattutto dal vivo la propria voglia di suonare, senza aver paura dei riff poderosi e del fare spettacolo.
Qual è la cosa migliore dell’essere nei RATM?
Non saprei stilare una classifica, ma una delle più belle è senz’altro che grazie alla band la musica è diventata il mio lavoro. Mi credi se ti dico che non ci avrei mai sperato?

* * *

Ti credo, ti credo”, gli rispondo, ringraziandolo per la lunga e illuminante chiacchierata. Nei sedici passi che separano il divano dalla porta d’ingresso della stanza ripenso all’albergo non proprio da rivoluzionari, ma mi astengo da commenti: fa parte del gioco, e in fondo la Sony non avrebbe certo destinato a fini nobili la cifra risparmiata nel caso Tom avesse chiesto di essere ospitato in una capanna invece che in un castello.
Tratto da Rumore n.94 del novembre 1999

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Categorie: interviste | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Rage Against The Machine

  1. francesco costanzo

    grande intervista per un grande gruppo!
    e poi Tom Morello che gran chitarrista inventivo.

  2. Roberto

    Me la ricordo questa intervista. Bei tempi!
    All’epoca Rumore era una gran rivista. Quei numeri mi sono stati buttati, quindi grazie per aver messo questo pezzo.

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