Joanna Newsom – Alan Stivell

L’arpa è uno strumento meraviglioso. Non è rock, certo, ma è il fulcro anche di dischi che, pur essendo in sostanza legati al folk, rientrano (marginalmente) in tale ambito. Ho così pensato che potesse essere una buona idea accoppiare due di questi dischi, opera di altrettanti artisti che non potrebbero essere più diversi ma che hanno in comune l’uso dell’arpa (due arpe, comunque, parecchio differenti) e il grande, grandissimo fascino. Per chi ancora non li conoscesse, potrebbero essere scoperte favolose.

Newsom copJoanna Newsom – YS (Drag City)
È antichissima, l’arpa: le sue prime “progenitrici”, scoperte in Egitto, risalgono addirittura al 4.000 a.C., e suoi modelli sono stati via via elaborati in quattro continenti. A diventare magica sotto le dita di Joanna Newsom è una moderna arpa a pedale da quarantasette corde, di quelle utilizzate per lo più nella musica classica, un metro e ottanta per circa trentacinque chili: uno strumento importante, e di sicuro assai poco “rock” nel senso convenzionale del termine, che carezza e ipnotizza e ammalia con le sue suggestioni antiche, capaci di evocare tanto riposanti immagini agresti quanto sontuosità medioeval-rinascimentali: immagini come quella, ovviamente pittorica e non fotografica, della copertina di Ys, l’album che – per una volta, azzardiamo una previsione – lancerà la ventiquattrenne di Nevada City (ma residente da tempo a San Francisco) verso traguardi che nel 2004, al tempo dell’uscita del pur promettente esordio The Milk-Eyed Mender, erano francamente impensabili.
Benissimo ha fatto, la Drag City di Chicago, a conceder fiducia a Joanna, sostenendola con un rilevante sforzo produttivo: registrazione e mixaggio di Ys sono stati infatti affidati rispettivamente a Steve Albini e Jim O’Rourke, personalità di assoluto spicco ben oltre l’area indie, mentre per gli splendidi arrangiamenti orchestrali la scelta è caduta sul veterano Van Dyke Parks, quarant’anni di carriera costellata di sodalizi di peso – Brian Wilson e Frank Zappa, per citarne due – e una stringata serie di estrose prove da solista. Solo valori aggiunti, in ogni caso, per un’opera basata soprattutto sul carattere e sull’arte pura della primattrice: una sorta di concept in cinque episodi che si fa fatica a definire “canzoni”, non per l’assenza di melodie – che ci sono, ardite e magnifiche, in quantità – ma per la lunghezza anomala, la notevole elaborazione di trame che a un ascolto disattento sembrano al contrario semplicissime, l’imponenza mai stucchevole di testi “estatici-ma-a-tratti-inquietanti” da piéce teatrale di gusto “psichedelico”, le libere evoluzioni di una voce che non ha più nulla a che spartire con quella coraggiosa, ma incerta e un po’ stridente, del vecchio disco. Una pietra miliare da qualsiasi prospettiva la si analizzi, Ys: non di quelle destinate a chissà quali riscontri commerciali o a generare infiniti tentativi di emulazione (perché una musica così è troppo “speciale” per essere copiata), ma di quelle che in qualche modo rimangono comunque scolpite nella memoria e nella storia. E per raggiungere tale obiettivo basterebbe la traccia numero quattro, che con i suoi quasi diciassette minuti è la più lunga del programma: una suite imprevedibile nei suoi complessi intarsi di corde, archi, fiati e cinguettii, che inchioda con la sua alternanza di “vuoti” e “pieni” e che, quando nel finale concede spazio pure alla seconda di voce di Bill “Smog” Callahan, si trasforma in una fantasia roots fuori da ogni canone, in grado prima di lasciare attoniti e poi di rapire. Per sempre. Li si metterebbero in eterno loop, quei 90 secondi, ma così facendo si perderebbero tante altre meraviglie: dalle giocose malinconie dei dodici minuti di Emily al matrimonio tra folk e classica di Monkey & Bear, dall’etereo minimalismo di Sawdust & Diamonds ai saliscendi strutturali e umorali di quella Cosmia che scaccia ogni eventuale residuo dubbio sul fatto che la Newsom vanti uno straordinario carisma; un articolo unico nel suo genere, anche se per inquadrarla si parlerà – e non del tutto a sproposito, a ben vedere – di una Kate Bush meno mistica, di una Björk senza tecnologia, occasionalmente di una Joni Mitchell più stralunata.
È il degno coronamento, Ys, di un percorso avviato seriamente a inizio millennio, attraverso la militanza come tastierista in band quali Golden Shoulders e The Pleased, come arpista del bizzarro progetto Nervous Cop e, in parallelo, un’attività solistica presto gratificata da esibizioni di spalla a Cat Power, Bonnie “Prince” Billy, Smog e Devendra Banhart e dalla realizzazione di due CD-R autoprodotti di incisioni amatoriali, Walnut Whales (2002) e Yarn And Glue (2003). Otto delle tredici tracce dei due ep, riregistrate in modo più professionale e affiancate ad altre quattro di composizione più recente, saranno poi recuperate nel 2004 per il debutto ufficiale targato Drag City, The Milk-Eyed Mender: brani non lunghi ma neppure brevissimi – durata media di poco superiore ai quattro minuti – costruiti solo sull’arpa, su qualche strumento a tasti (wurlitzer, piano, harpsichord) e sull’atipicità di un canto dai toni “infantili” e un po’ lamentosi, che peraltro riscuotono ampi consensi di culto e richiamano l’attenzione su Joanna, in questo agevolata pure dalla sua bellezza “acqua e sapone” non priva di un certo fascino enigmatico. Arrivano così contributi a dischi di artisti più o meno affini (Vetiver, Smog, Vashti Bunyan), l’invito ad accompagnare la gloriosa Incredible String Band in un mini-tour americano e l’apertura dei lavori di Ys, sulla spinta di un’ambizione che non è temeraria ma affonda invece le proprie radici nella consapevolezza – o, forse, in un indecifrabile istinto – di avere qualcosa di genuino e di essenziale da esprimere attraverso versi e musica: un coraggio, quello di assecondare la propria creatività, più che premiato dai risultati, in termini sia stilistico/estetici che di impatto emotivo. “Ma lascio il tuo prezioso cuore al suo tripudio di cuori preziosi”, sono le ultime parole che si odono in Ys: ma a quel punto, dopo cinquantacinque minuti di seduzione, nessun cuore potrà mai essere liberato dall’incantesimo di Joanna Newsom.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.628 del novembre 2006

Stivell copAlan Stivell – Chemins de terre (Fontana)
Non credete a quanti affermano che, nella prima metà dei ‘70, la platea rock italiana era votata quasi solo all’ascolto di progressive, hard, un po’ di glam e qualche cantautore autoctono. È falso, e benché i consensi maggiori andassero in effetti a Genesis, Yes, Jethro Tull, David Bowie, Pink Floyd e Fabrizio De André, oltre agli immarcescibili Rolling Stones, un’ampia cerchia di appassionati più curiosi andava alla ricerca di suoni altri non privi di sapori esotici, anche quando provenivano da nazioni europee. Era un mondo diverso dove tutto era più lontano e sorprendente: dalla scuola di Canterbury al jazz-rock della Mahavishnu Orchestra e dei Nucleus, dai “Corrieri Cosmici” tedeschi al folk-rock inglese che aveva come capofila Fairport Convention e Steeleye Span, chi aveva voglia di scavare un po’ sotto la superficie portava alla luce tesori preziosi da mostrare con orgoglio agli amici meno attenti. Nel 1974, quando Chemins de terre venne pubblicato da noi grazie alla Phonogram (con un anno di ritardo rispetto alla  Francia), Alan Stivell era uno di questi piccoli, grandi segreti: non lo era in patria, dove a livello di 33 giri aveva debuttato – ventenne – addirittura nel 1964 con Telenn geltiek e da allora, dopo una pausa, aveva messo in fila Reflets (1970), Renaissance de la Harpe Celtique (1972) e A L’Olympia – Live (1972); il suo momento d’oro sarebbe durato per due ulteriori dischi, E langonned (1974) ed E Dulenn/Live In Dublin (1975), mentre i sette lustri seguenti (l’ultimo lavoro è Emerald, del 2009) avrebbero visto l’uscita di una ventina di altri titoli più o meno interessanti e più o meno apprezzati dal popolo della world music, ora legati alle radici celtiche e ora protesi verso soluzioni più moderne e/o contaminate. Il mito del Nostro poggia però sulla manciata di opere del periodo 1970-1975, fra le quali il trittico Renaissance/Olympia/Chemins spicca con particolare brillantezza, con il primo (strumentale) a seguire strade più tradizionaliste, il magnifico secondo a introdurre voce e trame più ricche e il terzo a sviluppare le intuizioni del precedente in percorsi ancor più imparentati con il rock, secondo modalità analoghe a quelle sperimentate dai coevi “fratelli” d’Oltremanica.
Difficile, in quei giorni di frequenti epifanie, non rimanere pressoché soggiogati dal fascino di Alan Cochevelou: un bardo del Ventesimo Secolo, dall’aria “appropriatamente” hippy, che accarezzava le corde di un’arpa facendosi accompagnare da una band elettroacustica nella quale, oltre al basso e alla batteria, figuravano chitarre (due autentici mostri sacri: Dan Ar Bras e Gabriel Yacoub, quest’ultimo poi fondatore dei Malicorne), violino, tastiere e quant’altro, oltre a un canto – quello dello stesso leader – dai toni dolcemente ieratici. Nulla a che spartire, insomma, con le stonate cacofonie dell’Assurancetourix ideato da Goscinny e Uderzo come comprimario delle movimentate avventure del guerriero gallo Asterix, bensì musica sospesa in una dimensione atemporale, allo stesso tempo mistica e terrigna, la cui evocatività è sottolineata e amplificata dai testi in lingua bretone: non un vezzo da puristi e non solo una scelta “estetica”, ma la rivendicazione di un’antica identità culturale da salvaguardare e promuovere. Nei neppure trentanove minuti di Chamins de terre scorrono fluidi un unico episodio autografo – Brezhoneg’ raok, ballata solenne e a suo modo sanguigna – e dieci standard riarrangiati con talento, gusto e personalità attinti nei patrimoni irlandese, scozzese e celtico in genere: il più famoso, qui reso splendidamente, è She Moved Through The Fair, del quale si contano decine di riletture (dai Fairport Convention a Sinéad O’ Connor, da John Martyn a Marianne Faithfull, da Van Morrison a Mike Oldfield fino a quei Simple Minds la cui Belfast Child ne recupera la melodia), ma la bellezza è di casa anche nella quasi altrettanto celebre Susy MacGuire, eterea, nelle più vivaci Ian Morrison Reel, Can y melinydd, An dro nevez, Metig, in una Maro ma mestrez di (quasi) sola voce, nei fragili ma intensissimi incantesimi di Oidhche mhaith e An hani a garan o in quello lievemente più corposo di Kimiad. Nessun artificio, nessuna strizzata d’occhio al “mercato” (all’epoca c’era molta meno malizia), nessuna forzatura nei confronti di un approccio espressivo evidentemente nato puro, e puro destinato a rimanere nonostante gli applausi scroscianti raccolti al leggendario Olympia di Parigi e in ogni teatro di Francia: canzoni alle quali affidare la propria immaginazione affinché sia portata, in volo, oltre. Nonostante la centralità dell’arpa e la presenza di qualche spunto dal vago sapore progressivo, la giusta collocazione è nello stesso scaffale di Unhalfbricking e Below The Salt, e non in quello dove ha trovato posto Ys di Joanna Newsom.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.669 dell’aprile 2010

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Categorie: articoli | Tag: | 8 commenti

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8 pensieri su “Joanna Newsom – Alan Stivell

  1. Ho ordinato il disco di Stivell senza ascoltare nulla, subito dopo aver letto questo articolo. Arrivato il cd e fatto girare la prima volta: ho fatto bene a fidarmi, mi sta piacendo tantissimo, grazie. Joanna invece l’ascolto e amo da tanti anni, presente a entrambi i concerti romani. Non sarebbe ora di un nuovo album?

    • Incredibile che ci sia qualcuno che ancora compra i dischi a scatola chiusa! Grazie a te per la fiducia… e vedi che di Stivell ce ne sono altri meritevoli.
      Ai concerti romani di Joanna c’ero anch’io… e, sì, in effetti sarebbe ora!

  2. Andrea C.

    Non c’entra nulla con la discussione ma te lo voglio dire.
    Oggi mi suona il cellulare con una delle suonerie personalizzate. Mio figlio (11 anni) mi fa: che bella questa musica la voglio anch’io. Gli dico: quello che me l’ha fatta conoscere diceva di volerla al suo funerale, se non ricordo male. E la grande Camouflage va…

  3. Marco

    In Italia, verso la fine degli anni ’80, la genovese Black Widow Records (allora agli inizi) pubblicò un disco che fondeva metal e folk, Manowar e Alan Stivel: era l’esordio dei Crystal Phoenix, uno dei primi lavori one woman band.

    • L’omonimo del 1988, suppongo. Ma non era uscito su Videostar?

      • Marco

        Sì, però le copie andarono al macero. La Black Widow Records acquistò il master e stampò il disco. L’anno scorso, verso aprile, hanno pubblicato la ristampa con delle bonus track.

        Federico, mi fa piacere che tu li conosca.

      • Sì, infatti ne girarono poche copie. Mi pare che la ristampa fu proprio il primo disco in assoluto della Black Widow. Li ho anche citati nell’Enciclopedia del Rock Italiano del 1993, quella della quale curai tutta la parte “dal punk in poi”.

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