Diaframma

Federico Fiumani è un tipo decisamente particolare. Anzi, unico, come in qualche modo testimoniato dal percorso musicale davvero fuori dal comune avviato più di trent’anni or sono. Al di là dei risultati artistici non sempre pienamente all’altezza delle sue doti, lo ritengo uno dei maestri della canzone d’autore italiana dei suoi tempi, e considero scandaloso che sia “solo” un artista di pur ampio culto e non una figura di primissimo piano della scena nazionale. Per quanto mi riguarda, ho cercato in ogni modo di sostenerlo: due copertine del Mucchio, un libro, una monografia per Extra poi ripubblicata in un altro libro, decine di recensioni e molto altro, comprese svariate interviste. Sono particolarmente affezionato a quella  qui riproposta, realizzata subito dopo che Federico aveva appena compiuto il passo più decisivo della sua carriera cominciando a cantare i brani da lui scritti. Era il 1989 e l’EP Gennaio era ancora fresco di stampa.

Diaframma copUna nuova strada
Uno strano tipo di chansonnier, non c’e che dire. Un menestrello che per anni ha affidato ad altri la declamazione dei suoi testi, limitandosi a fornire loro un accompagnamento insolito, fatto di fraseggi di chitarra elettrica nervosi e incisivi. Un personaggio fuori dai cliché, insomma. E un cantore del sentimento capace di evocare suggestioni profonde. Sono ormai dieci anni che Federico Fiumani, leader incontrastato dell’instabile congrega Diaframma, racconta storie intrise di sofferta poesia quotidiana, collage di istantanee di vita vissuta nelle quali uno sguardo, un abbraccio, un ricordo o una lacrima diventano per incanto il perno attorno al quale far ruotare un’intera esistenza. Storie che racchiudono in poche frasi il senso di quel gioco affascinante e spesso crudele che chiamiamo vita, e storie che immortalano intense emozioni per parteciparle – dieci, cento, mille volte, tante quanto gli ascolti o le letture – a chi ama ritrovare se stesso e le proprie sensazioni nelle esperienze altrui. Una poesia, quella di Fiumani, che con il tempo si è fatta sempre più adulta, sia nei contenuti e nell’equilibrio che nelle strutture sonore e vocali che ne sono sostegno. Una poesia inizialmente velata di “dark” – vedi il mini-LP Altrove del 1983, marchiato dal canto teso di Nicola Vannini e testimonianza esauriente e matura dell’attività dei primi Diaframma – fattasi via via più luminosa. Siberia del 1984, un classico della musica italiana, vede la forma acquistare in agilità e fornisce prova del grande talento di Miro Sassolini, cantante dallo stile solenne e drammatico; 3 volte lacrime del 1986 conferisce nuovi significati al termine “canzone d’autore”, dipingendo acquerelli di più immediato impatto; quindi, nel 1988, Boxe, il disco della reazione ribelle e del recuperato entusiasmo, estremamente lirico nonostante una certa spigolosità degli intrecci armonici: questi i capitoli-chiave della vicenda della band, vicenda giunta negli ultimi tempi a una svolta decisiva.
Cresciuto come uomo e musicista, Federico Fiumani ha infatti coraggiosamente imboccato una nuova strada, decidendo di fare a meno degli “intermediari” e di cantare personalmente la propria inquieta interiorità: Gennaio, il recente dodici pollici con quattro brani, abbandona le tonalita imponenti a favore di uno stile espressivo più secco e diretto, mettendo a nudo l’essenza di un artista che può e vuole camminare con le sue gambe. E che guarda con fiducia al futuro, convinto che le sue creazioni – non sempre linari e alla portata di chiunque, è vero, ma ricche di sincerità e di spessore emotivo – possano incontrare il consenso di quanti non vogliono ignorare l’urlo dell’altra parte di loro stessi.
Per quasi un decennio hai delegato ad altri il compito di cantare i tuoi testi, e dunque di rendersi interpreti delle tue emozioni, mentre adesso lo fai in prima persona. Perché questa scelta, e perché proprio ora?
Inizialmente per una sorta di paura di espormi, di propormi più di quanto già facessi componendo e suonando la chitarra, e poi per una certa “pigrizia” a modificare una situazione comunque soddisfacente. Ho deciso di cambiare perché era giunto il momento di togliere questo velo che rischiava – come del resto aveva già fatto – di togliermi molti stimoli, impedendomi di essere fino in fondo me stesso e di esprimermi compiutamente attraverso la mia musica. È stata proprio un’esigenza interiore, quella di cantare i miei brani, e con Miro non c’è stato alcun problema: non si erano create incompatibilità né caratteriali né artistiche, e infatti non ho sostituito Miro con un altro, ma con me stesso. E lui ha capito.
Nessun attrito, dunque…
No, no, figurati. Miro si e addirittura offerto di continuare a collaborare con me sfruttando la sua esperienza di grafico. Siamo rimasti ottimi amici, come siamo sempre stati.
Visto che da cinque anni, al di là dei vari musicisti che si sono avvicendati al vostro fianco, il nome Diaframma era automaticamente associato al duo Fiumani/Sassolini, non sarebbe stato forse il caso di abbandonarlo, presentandoti come solista?
Non ci ho mai pensato, perché ormai Diaframma è un nome che mi sento addosso da un decennio, ed è mio come quello di battesimo. Tutto il mio lavoro musicale è legato al nome Diaframma, e non potrei farne a meno; anche perché, in definitiva, è una sigla dietro la quale si cela un solista, senza nulla voler togliere ai miei attuali compagni, il bassista Massimo Bandinelli e il batterista Fabio Provazza. Massimo non ha avuto finora esperienze di rilievo, ma è entrato subito nella giusta sintonia Diaframma; Fabio, invece, proviene dal jazz ed è uno strumentista esperto e assai preparato, che ha trovato nel rock nuove possibilità di esprimersi.
Facciamo un piccolo passo indietro: dopo 3 volte lacrime si pensava che avresti ottenuto il successo di massa, magari sotto l’egida di una multinazionale. Invece, hai deciso di ripartire quasi da zero, arrivando addirittura ad autoprodurti il terzo album. Insomma, i Diaframma non sono approdati a una major perché non l’hanno trovata o perché non hanno voluto nemmeno cercarla?
Semplicemente, volevamo riprendere in mano una serie di attività che prima – per nostra scelta, visto che eravamo con la IRA – avevamo affidato ad altri. Uscivamo da un rapporto che con il tempo si era deteriorato, e pur avendo un disco pressoché pronto e tanta voglia di farlo uscire avevamo timore di ricadere in certi errori. Desideravamo ritrovare noi stessi e restare del tutto autonomi, liberarci del passato e recuperare ciò che avevamo smarrito non specificamente per colpa di qualcuno. Comunque non intendo a ogni costo proseguire a farmi i dischi da solo, e se si instaurasse un buon feeling con un’etichetta discografica non avrei difficoltà a firmare un nuovo contratto, fatte salve certe condizioni.
Mi risulta che, nonostante i riscontri siano sempre stati più che buoni, ogni album dei Diaframma abbia venduto meno del suo predecessore. Quali sono, a tuo parere, i motivi?
Sì, è così. Siberia è stato pubblicato in un’epoca molto favorevole a un certo genere musicale, ed è normale che abbia venduto di più; 3 volte lacrime ha forse risentito del difficile momento della band, con le varie complicazioni di organico e i problemi a esibirsi dal vivo, mentre Boxe ha accusato qualche lacuna distributiva e promozionale, almeno rispetto a 3 volte lacrime che godeva dell’appoggio della PolyGram. In generale, comunque, sono intervenute anche questioni di management: è risaputo che più si fanno concerti e più dischi si vendono.
E ora che è indispensabile invertire il trend, come siete organizzati, anche in relazione al nuovo assetto di line-up?
Bene, o almeno spero. ll “live” è un banco di prova fondamentale, e pur essendo un po’ in apprensione perché è la prima volta che mi trovo a dover cantare e suonare credo che sarò aiutato dall’entusiasmo, dalla maggiore carica di adrenalina che ho nel sangue. C’è paura, certo, ma c’è anche emozione: la paura non deve mancare, l’aveva pure Nino Benvenuti quando a New York sconfisse Griffith e divenne campione del mondo; l’unica volta in cui disse “non ho paura” fu prima dell’incontro con Monzon, e infatti perse. Credo che sia necessario essere consapevoli del timore che si prova, per riuscire a superarlo.
Parlando del nuovo disco, qual è la tua canzone preferita, quella che ti dà le maggiori soddisfazioni?
Gennaio. Bene o male tutti i testi parlano di emozioni, di quelle che è bene vivere anche se sono pericolose perché possono condurti da qualunque parte. Però si vive per esse, per certi valori che si hanno dentro, e per me l’amore è il sentimento principale, quello che mi spinge a comporre.
Quanto i tuoi testi sono autobiografici, e quanto invece c’è, in essi di finzione poetica?
Alcuni sono completamente autobiografici, come L’amore segue i passi di un cane vagabondo‚ altri partono da spunti autobiografici e terminano in un sogno o in una fantasia, magari su come si teme o si vorrebbe che le cose finiscano.
Mi sembra di capire che il significato ultimo di Gennaio è che, in fondo, noi siamo solo giocattoli nelle mani del Destino…
È vero, ma c’è anche un’altra componente, che per giunta si lega a Voce che chiami: secondo me il Destino è una parte di noi che non conosciamo, ed è quella che ci fa in molti casi agire. Una specie di orologio biologico che ci fa anche dimenticare di fare le cose che non ci piacciono e ci ricorda quelle che ci piacciono.
La “voce” è dunque quella del Destino?
Non è il Destino, è il cosiddetto orologio biologico. È quella che abbiamo dentro ed è quella, per esempio, che mi ha spinto a cantare.
Nei tuoi brani ci sono cinismo, un po’ di rabbia e tanto desiderio di rivalsa: Federico Fiumani ha preso molti calci in faccia e quindi ha molte vendette da compiere?
È cosi. Ci vuole coraggio per ammetterlo, ma è proprio cosi e non voglio nasconderlo.
Quando vieni attaccato rispondi di istinto o cerchi prima di capire se l’attacco è stato voluto, e non è stato magari un equivoco?
Con Gennaio mi sto preparando a un combattimento, e un pugile non svela mai la sua tattica.
La copertina del disco?
Sono foto tratte dalla stessa session, e sono state scattate a Firenze, di mattina. La session si chiama Un’idea lunga un anno perché questo è il tempo di cui ho avuto bisogno per perfezionarla a livello teorico e metterla in pratica. Io sto correndo Verso Piazza della Signoria, la piazza più bella di Firenze. Credo sia molto esplicativa dei contenuti del lavoro.
Cosa vuoi dire con L’amore segue i passi di un cane vagabondo?
Attribuisco all’amore la capacità di portarci in posti che non si possono prevedere, e quindi ha i passi di un cane randagio che oggi si trova qui e domani chissà dove. Mi sembra un’immagine calzante al tipo di situazione di chi ama.
C’è molta malinconia, però…
In effetti la mia visione dei ricordi è di tipo malinconico, sono orientato verso la malinconia, anche se non sono affatto un pessimista. E questo è reso evidente dalla mia forza di volontà nel ricominciare sempre.
Tratto da Velvet n.10/11 del luglio/agosto 1989

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Categorie: interviste | Tag: | 5 commenti

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5 pensieri su “Diaframma

  1. timelyangel

    La coerenza di Fiumani e’ una gemma rara nel panorama del rock italiano.

  2. Gennaio è poi diventata una canzone cardine dei Diaframma.
    L’Ep, che io comprai alla “Galleria del disco” (sottopassaggio della stazione di Firenze), mi ricorda gli ultimi mesi del militare che stavo svolgendo alle Cascine, in aeronautica.
    Mentre scoppiavo, quindi, con una delle, circa,150 guardie che ho fatto (ero vam) 😦 a poca distanza tu intervistavi Fiumani; se come credo l’intervista è stata fatta a Firenze.

  3. giannig77

    dico la verità, ho sempre apprezzato di più i primi Diaframma, quelli con Miro alla voce, nonostante fossi ben consapevole che il vero deus ex machina era comunque sempre Federico. C’è qualcosa nella sua voce che non mi convince, non riesce a comunicarmi in pieno le proprie emozioni, o forse più semplicemente non ha questa gran bella voce da cantautore. In ogni caso la sigla Diaframma sarà sempre indice di qualità, anche se gli ultimi 5/6 album non mi sembrano fondamentali per la storia della musica italiana

    • Senza dubbio gli album con Miro sono molto caratterizzati, nel senso di “legati a un’epoca”. Poi, certo, è vero che tecnicamente la voce di Federico non vale quella di Miro, ma ciò non toglie che sia particolare e riconoscibilissima, oltre che molto espressiva. È un cantautore sui generis, ma è un “articolo unico”.

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