PJ Harvey

Il mio “disco dell’anno” del 2007? White Chalk di PJ Harvey, artista che è un eufemismo definire camaleontica. Oltre cinque anni dopo continuo a essere affascinato dalla sua personalità atipica – non solo al confronto con il resto della produzione della musicista inglese – e dalle sue suggestioni senza tempo. All’epoca dell’uscita volli approfondire il tema con un’intervista, la mia prima (e finora ultima) con la magnifica Polly Jean.

PJ Harvey fotoLa pianista sull’oceano
La notizia del ritorno alla campagna della sua infanzia, le immagini di alcuni testi, le foto promozionali che – complice anche il bianco/nero o il virato seppia – la trasfigurano in una bisnonna Harvey e le atmosfere bucolico-noir evocate dai brani sembravano non lasciar dubbi sul fatto che White Chalk fosse stato concepito nella quiete forse anche un po’ sinistra della contea del Dorset, tra prati e pioggia e bianche scogliere flagellate dalle onde e dal vento: il Dorset dove pensavamo saremmo stati costretti a raggiungere Polly Jean per questa intervista, non esattamente entusiasti della prospettiva di una faticosissima “tre giorni” di aereo-treno-corriera/auto per raggiungere Abbotsbury, l’antico villaggio dove la trentasettenne artista britannica ha da poco (ri)eletto residenza. Non ci siamo quindi rammaricati più di tanto quando dalla Universal ci hanno comunicato che, a causa di assortiti problemi di carattere logistico, si sarebbe dovuto ripiegare su una chiacchierata al telefono, più fredda e poco eccitante ma certo più comoda. Ce l’avevamo comunque scolpito nella mente, il Dorset, come fonte di ispirazione primaria dell’ultimo album, e pertanto la risposta all’inevitabile domanda d’apertura ci ha leggermente spiazzati. Una cosa che si è poi ripetuta altre volte in una mezz’ora di chiacchierata fitta ma distesa, nella quale PJ si è rivelata simpatica e propensa al dialogo.
Si può affermare che la natura, le radici e il ritrovato rapporto con Abbotsbury abbiano esercitato un qualche tipo di influenza sulla stesura delle nuove composizioni?
È difficile dire in che misura tutto ciò abbia pesato sui miei processi creativi: mi sono accorta che ci penso molto di più quando sono lontana da qui, mentre quando mi trovo a casa la mia immaginazione tende a vagare altrove. Alla fine non credo che ci siano relazioni dirette tra il Dorset e White Chalk, e non solo perché una parte dell’album è stata scritta quando ero fuori dall’Inghilterra: il disco è il prodotto di una serie di esperienze che ho attraversato nella vita, non è per forza legato ai luoghi che più mi sono vicini, fisicamente o affettivamente.
Quindi c’entrano maggiormente i tuoi cambiamenti personali, le perdite che hai subito…
Qualsiasi cosa può contribuire. Possono essere i libri che ho letto, i film che ho visto, le conversazioni che ho avuto, l’osservare le vite dei miei amici, le notizie che sento in giro.
Insomma, non sai bene quel che succede nel cervello e nel cuore quando componi musica: è tutto un grande mix, anche un po’ confuso.
Proprio così. È molto strano cercare di descrivere il processo, nemmeno io riesco a comprenderlo bene. Dedico parecchio tempo a ciò che definisco “researching”: studio, leggo, ascolto, cerco, mi esercito. È utile, ma non appena ci si accorge che la canzone sta per iniziare a venir fuori, bisogna accantonare ogni razionalità e lasciarsi trasportare, cogliere l’attimo. Non sono sicura di cosa accada quando questa specie di flash all’improvviso si accende e passo alla fase della scrittura: tutto ciò che so è che la preparazione conta molto, ma so anche che quando è l‘ora di concretizzare – e lo si sente, quando è l’ora – non ci si deve più preoccupare di quel che c’è stato a monte e c’è solo da essere lì, in quel secondo preciso, ad assecondare l’istinto.
È la volubilità del tuo istinto a far sì che ogni tuo album sia diverso dal precedente, o si tratta di una sfida consapevole a mostrare un’altra faccia di te stessa?
Voglio sempre sfidarmi e sono molto interessata alle sperimentazioni, a trovare nuovi modi di esprimermi, a cambiarmi. Ne ho bisogno, non potrei mai sentirmi stimolata semplicemente ripetendo le stesse cose: ho una precisa necessità di non fermarmi, di continuare ad andare avanti. Direi quindi che le mie trasformazioni dipendono dalla coincidenza tra il mio desiderio di rinnovarmi e la mia volontà di confrontarmi con me stessa. Ci sono già troppi colleghi che, per pigrizia o convenienza, replicano in continuazione gli stessi cliché, ma adottando questo comportamento è come negarsi la vita. Sono abbastanza disillusa della maniera in cui va il mondo, non solo in ambito musicale ma anche artistico e politico, e se posso dare un contributo anche minimo al miglioramento della situazione, se posso nel mio piccolo oppormi al malcostume dilagante, ci provo. Tento di fare del mio meglio, anche se mi rendo conto che i miei sforzi possono produrre risultati relativi.
White Chalk sembra una confessione intima, non ha nulla a che spartire con il r’n’r/lo-fi fi Uh Huh Her o il pop di Stories From The City, Stories From The Sea. Provando a razionalizzare, che genere di urgenza emotiva ha dietro?
Non ho mai pensato all’idea di confessarmi attraverso le canzoni, credo invece che i miei dischi siano in realtà semplice espressione umana: la mia espressione dell’essere umano, trasportata su un piano più generale e non necessariamente confinata al personale. La direzione di quest’album, ammesso che sia possibile identificarne una, è probabilmente più… non so bene come spiegarlo, potevo sentire i suoni nella mia testa e potevo percepire in anticipo le parole che volevo creare. È un mondo senza tempo, non specificamente di quest’epoca, del futuro o del passato: magari un mondo differente, un altro piano dell’esistenza. Per quanto riguarda me, è un mondo che inizia a evolversi e so che voglio muovermici dentro, occupandone uno spazio con storie riguardanti sentimenti umani.
L’album appare piuttosto omogeneo, con i cambiamenti dati da piccoli ma importanti sfumature di strumenti e voce. Ritieni che, per essere davvero apprezzato, abbia bisogno di un ascolto più attento della norma, se non addirittura di una totale immersione?
Personalmente non la vedo così… però una cosa bella della musica è che ciascuno vi si rapporta in maniera diversa. Trovo senza dubbio che White Chalk sia… inusuale, ma per me è un disco che si può ascoltare mentre si fanno altre cose, pure il bagno o la doccia. Is This Desire?, invece, richiede concentrazione assoluta, bisogna sedersi e dedicarcisi senza distrazioni. Non escludo, tuttavia, che questa sia solo la mia opinione, e che altri ne abbiano una differente.
Però, per molti versi, il tuo lavoro più somigliante a White Chalk – nell’indole, non nello stile – è proprio Is This Desire?… no?
Sì, sono d’accordo. E pure To Bring You My Love. Questi tre dischi sono i più pienamente realizzati, quelli dove sono stata in grado di articolare veramente quello che potevo fare, tutto ciò che volevo fare. Sono lavori piuttosto diversi ma altrettanto forti, proprio per questo motivo.
Prima parlavi di canzoni senza tempo, un concetto in piena sintonia con le ballate folkie, ma avvolte in suggestioni noir, di White Chalk. Sono state scritte da te, ma sembra quasi di ascoltare dei traditional.
È il più grande complimento che mi si possa rivolgere, perché non penso che esista un songwriting migliore di quello tradizionale, iniziato prima che noi nascessimo… un songwriting che riesce a descrivere benissimo il mondo odierno benché lo abbia preceduto di decenni. Come compositrice, aspirerei a sviluppare un messaggio emozionale e “politico” di spessore, all’altezza di quello delle ballate folk. Ho ascoltato moltissimo folk, originario di ogni parte del globo, e ci ho sempre trovato una profondità e una universalità che esulano dalle contingenze geografiche e temporali: Irlanda, Scozia, Inghilterra, Nordamerica… la sostanza è la stessa.
Tutto giusto, ma non è un risultato facile da ottenere al giorno d’oggi.
Nessuno ha detto che lo sia. Ma se si riesce ad adattare quello spirito con il linguaggio espressivo moderno, le canzoni possono essere persino più potenti.
White Chalk è costruito sul pianoforte. Non ti spaventava l’idea di accostarti da autodidatta a uno strumento così difficile e nobile?
Provavo un certo nervosismo nel mostrare che i brani erano stati scritti al piano: non sono una brava pianista, non potrebbe essere altrimenti, e sotto un certo profilo la faccenda era piuttosto imbarazzante. Qui in Inghilterra è frequente prendere lezioni di pianoforte da piccoli, e dunque ci sono parecchie persone che lo suonano bene; io, invece, non l’avevo mai fatto prima d’ora, e mi sentivo agitata. Ho però superato il problema: in fondo le capacità tecniche contano assai meno dell’emozione, ed è a quella che puntavo. Scrivere al piano è stato meraviglioso, sono stata logicamente costretta a suonare in modo molto elementare e ho così ottenuto brani puri, senza mediazioni… quasi infantili, se vogliamo, ed è un bene: la produzione di sentimenti, sensazioni ed emozioni è un fatto naturale, istintivo. Invecchiando si diventa più esperti, più riflessivi, più intellettuali, ma io credo che, almeno sotto certi aspetti, i bambini disegnino, ballino, cantino, suonino meglio degli adulti proprio in virtù della loro spontaneità priva di mediazioni. White Chalk è la semplicità davanti all’emozione, nient’altro.
Un’altra grande novità è nella voce, delicata e “fragile” come mai era stata prima: ti sei applicata molto per cambiare il tuo stile canoro, o eri consapevole di possedere queste doti e ti sei limitata a esternarle?
Sapevo di poter cantare così. Per me è assolutamente naturale, ma è un approccio che non avevo mai adottato. Sono convinta che prima non avessi il coraggio di permettermelo. Per certi versi, la mia voce del passato era come una protezione applicata inconsciamente, come un filtro con questa mia particolare indole all’interpretazione. Adesso ho voluto, o forse dovrei dire potuto, liberarmi.
Mi chiedevo se l’ordine delle canzoni abbia un significato recondito, se l’album abbia un percorso in qualche misura catartico.
No, nulla di tutto ciò. Ho provato molte sequenze differenti, ma dato che nessuna mi convinceva completamente, ho affidato il compito a Flood, e lui lo ha fatto brillantemente. Il percorso c’è, ma è solo nella maniera in cui i pezzi si succedono: emotivo, non concettuale.
Ecco, Flood, ma potremmo anche citare John Parish ed Eric Drew Feldman. Lavorare con lo stesso team di persone è il tuo trucco per sentirti a casa in ogni contesto?
Esattamente. Per ottenere il risultato più soddisfacente, ho bisogno di avere vicino persone delle quali posso fidarmi. Ogni disco è un viaggio del cuore nel quale è fondamentale essere aperti al flusso creativo, e pertanto voglio sentire di trovarmi con persone in grado di viaggiare con me, persone che amo e che amano me. C’è poi un altro aspetto, quelli con i quali sei assieme da molto tempo ti capiscono al volo, l’intesa è quasi automatica. Loro sono amici e professionisti, persone sincere e capaci che possono aiutarmi a realizzare meglio le mie idee.
La confezione di White Chalk è minimalista, senza booklet e con le note ridotte all’osso, fa pensare a un album in vinile di dimensioni ridotte: è stata una tua scelta?
L’artwork è sempre una mia scelta. Ho optato per questa soluzione perché non c’era un vero bisogno di aggiungere alcunché alle canzoni. Non ci sono neppure i testi, perché queste parole sono nate per essere cantate assieme alla mia musica, e leggerle su carta altererebbe la connessione diretta tra il mio cuore e quelli di chi le ascolta. È tutto genuino, immediato, come una tela vuota sulla quale poter dipingere il proprio mondo.
Nelle foto sembri una ragazza di cent’anni fa, quasi una figlia dell’Età Vittoriana. Sono state ideate prima o dopo il disco?
Dopo. Le canzoni, la musica, dicono da sole tutto quello che occorre, e quindi una volta in più ho puntato sulla semplicità. Inizialmente non pensavo affatto ad apparire in copertina, preferivo un’immagine neutra: non volevo aggiungere altre coordinate espressive. Il disco è naïf, in bianco e nero.
Pensi che potrebbero esserci difficoltà a presentare le nuove canzoni dal vivo assieme al vecchio repertorio?
Ho già fatto cinque o sei concerti, e tutto è andato al meglio, anche con il materiale precedente. Ora suono da sola, con vari strumenti: piano, arpa, chitarra, drum machine, tastiere. Eseguo Man Size alla chitarra elettrica e poi White Chalk al piano e con l’armonica. Funzionano bene assieme, in maniera brillante e stimolante per me. Mi sto divertendo.
In generale, ti interessa come la gente – stampa, colleghi, fan – valuta il tuo lavoro?
Mentre compongo non penso mai al risultato finale, cerco di essere fedele a me stessa e alle canzoni che via via prendono forma: dunque, non mi pongo assolutamente il problema di come quello che sto costruendo sarà recepito e accolto. In seguito, quando il disco è in circolazione, ci tengo a conoscere le reazioni, ma solo in quel momento. Mi piace, è una continua sorpresa, e dalle visioni della gente si impara sempre qualche cosa. Mentirei se dicessi di non curarmene, ma è una cosa che accade in un secondo tempo: se mi facessi condizionare da ciò che il pubblico e l’ambiente potrebbero pensare, probabilmente non riuscirei a scrivere.
A proposito di ambiente: come vedi il mercato attuale, con tutti i suoi continui cambiamenti? La notizia del giorno, per esempio, è l’anomalia discografica organizzata dai Radiohead del tuo amico Thom Yorke.
È banale dirlo, ma ci sono cose buone e cattive, valide e disastrose. Temo che le capacità di intervento dei singoli individui siano piuttosto limitate. È bello che, in generale, la musica possa arrivare a più gente, che la comunicazione sia alta e che chi inizia a suonare possa trovare il modo di farsi conoscere anche senza un’etichetta alle spalle. Di contro, le compagnie discografiche sono in conflitto, e pubblicare certa musica a livello major è più difficile di un tempo. È un mondo molto diverso da com’era anche solo pochi anni fa, e molto confuso. I musicisti devono affrontare questi cambiamenti, e ciascuno prova a farlo alla sua maniera. Alla base, però, la cosa più importante è che continuino a fare musica.

* * * * *

Ch-ch-ch-changes!
È stato uno stupore relativo, quello provato al primo ascolto di White Chalk: una sorpresa, senza dubbio, magari anche più inaspettata delle altre organizzate da PJ, ma la propensione al cambiamento dell’artista – che non ha però nulla a che spartire con l’incoerenza – è ormai troppo assodata per lasciare a bocca aperta. Limitandosi alle tappe principali, tutto comincia nel 1993 con Rid Of Me, prodotto da Steve Albini, ben più compatto e rumoroso rispetto allo scheletrico esordio Dry. Ricercato ma sanguigno è poi To Bring You My Love (1995), cui fa seguito – dopo la parentesi bluesy di Dance Hall At Louse Point (1996), firmato con John Parish – la deviazione in chiave elettronica di Is This Desire? (1998). Ancora due anni, e Stories From The City, Stories From The Sea sterza verso corpose piacevolezze tra rock’n’roll e pop, così come Uh Huh Her (2004) si orienta verso una sorta di lo-fi autarchico (la Harvey suona tutto, con l’eccezione della batteria) e il recentissimo White Chalk si appoggia su un avvolgente, intrigante approccio pianistico. Una serie di mutamenti sottolineati da copertine e scatti promozionali – da sempre opera di Maria Mochnacz – in tema con le musiche e soprattutto con i diversi mood: la nudità di Dry, l’inquietudine grunge di Rid Of Me, la torbida eleganza di To Bring You My Love, la semplicità apparentemente dimessa di Dance Hall, la surrealtà di Is This Desire?, la coolness di Stories From The City, le polaroid di Uh Huh Her, l’antichizzazione di White Chalk… che è uscito da pochissimo e non ci ha affatto stancati, ma già non stiamo più nella pelle nell’attesa della prossima rivoluzione.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.640 del novembre 2007

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Categorie: interviste | Tag: | 7 commenti

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7 pensieri su “PJ Harvey

  1. savic

    Pj harvey è una mia passione sfrenata. Mai due dischi uguali, e con un livello di ispirazione pazzesco.
    Un’artista che si è sempre messa in gioco ( e sono 20 anni), con dischi talvolta spiazzanti, quando poteva adegiarsi e fare semplicemente pj harvey… Non esiste un disco meno che buono, con almeno un paio di capolavori assoluti ( Dry e Stories from the sea).
    White Chalk è il disco più difficile, l’ho ascoltato spesso appena uscito, ma sono anni che non mi viene più voglia di ascoltarlo. Forse Desire è il disco che mi piace meno, anche se contiene Eloise.
    Sono curioso di vedere cosa tirerà fuori dopo Let England Shake ( altro disco difficile).
    Molto buono il primo con John parish, il secondo, del 2010 mi sembra inferiore e non di poco.

    • Anch’io sono sempre curioso di qualsiasi cosa faccia, e di rado mi ha deluso. Sono contento che tu apprezzi il sottovalutato “Stories…”, il suo disco pop: è uno dei miei preferiti.

  2. cosimo

    Leggendo l’intervista sull’ultimo numero di Mucchio Selvaggio a Thom Yorke, mi è venuta in mente proprio Pj Harvey (grande amica, non a caso, del leader dei Radiohead). Rari casi di grandi musicisti e al tempo stesso persone che hanno tanto da dire, mai banali e che intervistarle deve essere un qualcosa di unico.
    Su Pj Harvey che altro aggiungere? I suoi dischi sono e continuano ad essere tutti eccellenti. Ed è ancora oggi tutt’altro pianeta rispetto a colleghe e colleghi ben più osannati e acclamati senza motivo alcuno.

  3. savic

    Oltre che l’artista che più mi piace negli ultimi 20 anni, l’ho sempre trovata pure una bomba sexy!! tu l’hai mai incontrata faccia a faccia? lo so, è una domanda un pò sbavosa eh eh

    • Ci ho chiacchierato un po’ nel 1999, a un concerto di Jon Spencer, a Roma. Mi sono girato e, carramba che sorpresa!, ce l’avevo a fianco. Capisco il tuo discorso, sì. Ci sta.

  4. giannig77

    grandissima cantautrice, stupenda interprete. Riesce a filtrare le emozioni come poche altre. C’è sempre sospeso quel senso di sofferenza.

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