Canzone d’Autore italiana 1971-1977

Nessun dubbio, o almeno spero, sulla mia natura di indomito rocker, ma da sempre sono anche appassionato di canzone italiana di qualità. Nulla di strano, insomma, che anni fa abbia dedicato all’argomento una delle discografie-base di Classic Rock, cioè un elenco commentato dei primi dieci (più dieci) album imprescindibili per farsi un’idea del fenomeno trattato.

Canzone italiana 70 fotoDieci album fondamentali
Non è un discorso facile da affrontare e tantomeno da schematizzare, quello sulla famigerata Canzone d’Autore (“C” e “A” maiuscole, please) fiorita in Italia nei non meno famigerati anni ‘70: troppi nomi da citare, troppe scene da raccontare, troppi cani sciolti ai quali cercare di mettere il guinzaglio e troppi distinguo da effettuare, specie nel ristretto spazio qui disponibile. Rischiando la superficialità, ci si limiterà quindi a chiarire che nella suddetta categoria – almeno in questa sede – saranno presi in esame (quasi) solo artisti che si sono impegnati con successo nell’affermare una “nuova” figura di cantautore: nuova perché più interessata, rispetto a quella impostasi nei Sixties, all’analisi e alla denuncia sociale e politica, e di norma più diretta nell’esprimere la propria urgenza di contenuti; perché più vicina al suo pubblico, in seguito all’utilizzo di canali promozionali – concerti, festival “popolari” e stampa specializzata – alternativi al classico monopolio della RAI (le radio e le TV private, ricordiamolo, arrivarono a metà decennio); perché, in generale, animata dal desiderio di aprire altri orizzonti – seguendo l’esempio ideale di capiscuola come Tenco, Ciampi, Endrigo, De André, Della Mea, Jannacci, Gaber – a una musica per troppo tempo succube dei cliché melodici di scuola sanremese.
È ovvio che, in una situazione così dinamica, convivessero realtà molto diverse. Ed è altrettanto ovvio che, al momento di stendere una lista di album-chiave (uno per ogni nome: doloroso ma inevitabile), sia stato necessario fissare criteri precisi. Si è così optato per una selezione di titoli che dal 1971 (Non al denaro non all’amore né al cielo di De André) arriva al 1977 di Gaetano e Finardi, prendendo naturalmente in considerazione solo l’area “impegnata” nell’accezione di cui sopra: e ciò spiega assenze che taluni potrebbero ritenere scandalose come quelle di Paolo Conte, del primo Ivano Fossati, di Ivan Graziani, di Angelo Branduardi, di Massimo Bubola, dell’irriverente Renato Zero, di Lucio Dalla, di Claudio Baglioni.
LUCIO BATTISTIIl mio canto libero (Numero Uno, 1972). Non un cantautore “vero”, dato che i suoi testi erano allora firmati da Mogol, Lucio Battisti è però stato – a dispetto dei formidabili successi di cassetta e complice anche il suo carattere di antidivo – uno dei simboli dell’altra canzone dei ‘70. In modo particolare con i suoi primi album concepiti non come raccolte di singoli, tra i quali spicca questo surreale pastiche filo-hippy e filo-psichedelico (in senso molto lato) che ha in Gente per bene e gente per male addirittura un abbozzo di denuncia sociale; e in La luce dell’Est, Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi e Il mio canto libero tre indiscutibili pietre miliari.
EDOARDO BENNATOIo che non sono l’imperatore (Ricordi 1975). C’è l’amore per Dylan, vampate blues e una decisa indole rock’n’roll, nei brani del napoletano Edoardo Bennato. E soprattutto tanta sfrontata ironia nello scagliarsi contro ingiustizie e luoghi comuni, oltre a una vivacità creativa ben sottolineata da un approccio canoro istrionico e beffardo. Io che non sono l’imperatore è il terzo atto di una carriera che per l’intero arco dei ‘70 si manterrà, nonostante i grandi consensi commerciali, pressoché ineccepibile per qualità e coerenza. Difficile scegliere tra Feste di piazza, Signor censore, l’esilarante Io per te Margherita, la title track e la caustica Affacciati Affacciati, incisa dal vivo in uno dei tantissimi concerti-happening e dedicata al Papa.
FABRIZIO DE ANDRÉNon al denaro non all’amore né al cielo (Produttori Associati 1971). Mediano di una splendida trilogia di concept comprendente anche La buona novella (ispirato ai Vangeli Apocrifi) e Storia di un impiegato (omaggio disilluso al Sogno infranto del ‘68), il quinto album di De André mette in fila nove poesie di Edgar Lee Masters tratte dall’Antologia di Spoon River e opportunamente adattate/attualizzate. Un’operazione di respiro letterario, realizzata con i contributi di Giuseppe Bentivoglio (testi) e Nicola Piovani (musiche), ma anche una straordinaria testimonianza di sensibilità e carisma. Di base c’è forse più Masters che De André, ma è la voce del genovese – immensa – a infondere nuova vita alle intuizioni dell’americano. Immortale, con l’intensissima Il suonatore Jones a far vibrare come nessun’altra le corde del cuore.
FRANCESCO DE GREGORIFrancesco De Gregori (RCA 1974). Più maturo del pur valido Alice non lo sa che lo ha preceduto e meno elaborato del fortunatissimo Rimmel che lo seguirà, il secondo album di De Gregori (comunemente noto come L’agnello, per via dell’immagine di copertina) è un capolavoro di poesia ermetica e stralunata, legata alle tradizioni dylaniane e vestita di melodie essenziali ma efficacissime. D’accordo, spesso si fa fatica a interpretare le liriche: ma Niente da capire, Dolce amore del Bahia, Giorno di pioggia e soprattutto la stupenda Cercando un altro Egitto, semplici e nel contempo ricercate, si ergono come monumenti.
EUGENIO FINARDIDiesel (Cramps 1977). Amava il rock’n’roll e il jazz, il milanese Eugenio Finardi. E nel ‘77, dopo due album più che promettenti (il secondo, Sugo, contiene classici come La radio e Musica ribelle) divenne un idolo della giovane Sinistra militante. Alle sue fortune contribuì in modo decisivo Diesel, raccolta di canzoni estrose ed elaborate sul piano musicale e brillantemente in bilico, nei testi, tra personale e socio-politico; e Scimmia, nonostante la sua morale un po’ troppo semplicistica, è probabilmente il più bel pezzo sulla droga mai scritto in Italia.
GIORGIO GABERIo se fossi Dio (F1 Team/Panarecord 1980). Benché uscita oltre l’anno fissato come limite per la nostra carrellata, questa suite di quattordici minuti (impressa sull’unico lato di un mini-lp autoprodotto: a quanto pare, nessuno aveva il fegato di pubblicarla) sintetizza alla perfezione il Gaber dei ‘70, che liberando la sua voce su trame sonore morbidamente ipnotiche inanella le più feroci invettive contro la classe politica italiana che abbiano mai conosciuto la gloria del vinile. Autentica arte del dissenso, condita di sarcasmo, per il leader di una generazione che all’epoca non aveva ancora perso… ma che, prevedendo la sconfitta, si incazzava. Di brutto.
RINO GAETANOAida (It/RCA 1977). Una magnifica anomalia, Rino Gaetano. Fuori da ogni corrente, da ogni scuola e da ogni cliché, e dunque paragonabile solo a se stesso, il pungente cantautore romano è riuscito abilmente a conquistare i favori del grande pubblico con una miscela di brioso pop-rock e testi assai più acuti e profondi di quanto non apparissero al primo ascolto, cantati con voce non melodiosa ma a suo modo carismatica. Uscito tra l’analogo Mio fratello è figlio unico e il più frizzante Nuntereggae più, il quarto album di Gaetano – purtroppo scomparso in un incidente stradale quatro anni dopo – è una miniera di sorprese, forse non tutte eclatanti ma sempre vive e vere. Sugli scudi l’amara title track, che a parte un paio di frasi obsolete potrebbe essere stata scritta oggi.
FRANCESCO GUCCINIRadici (EMI 1972). Archiviata l’iniziale fase folk-beat, Francesco Guccini raggiunge la maturità espressiva con un quarto album emblematico già dal titolo e dalle foto di copertina, dove la durata degli episodi si allunga, le atmosfere assumono toni elegiaci e i testi si fanno più articolati nel raccontare storie diverse nei temi ma legate dal filo conduttore della memoria. Sette classici del repertorio del cantautore emiliano, dominati da una malinconia visionaria ora sommessa (Incontro, Il vecchio e il bambino, Piccola città, Radici, Canzone della bambina portoghese) e ora accesa di solennità, come in Canzone dei dodici mesi e nell’inno filo-anarchico La locomotiva.
CLAUDIO LOLLIHo visto anche degli zingari felici (EMI 1976). Dopo tre dischi di cupezza cosmica, il bolognese Claudio Lolli rende più ricco e brillante l’apparato strumentale e più saldi i suoi rapporti con la canzone politica; dal rinnovamento scaturisce un album di raffinata eleganza, nel complesso più lieve dei suoi predecessori nonostante i testi si occupino per lo più di morti e di stragi. Troppo “colto” per diventare di massa, Ho visto anche degli zingari felici è un’istantanea rabbiosamente lucida di un periodo cruciale per la Sinistra e quindi per la nostra società, racchiusa in sette brani profondamente poetici ma non retorici: Piazza bella piazza, La morte della mosca e la splendida title track, liricamente sospesi tra crudezza e grazia, i più memorabili.
ANTONELLO VENDITTILe cose della vita (RCA 1973). Dimenticate il Venditti degli ultimi vent’anni, populista e prevedibile, e accantonate anche quello pur ottimo di opere quali Quando verrà Natale e Lilly. Accostatevi invece ai primi due album interamente suoi (dopo il Theorius Campus diviso a metà con De Gregori, figlio dei giorni gloriosi del Folkstudio di Trastevere), L’orso bruno e questo Le cose della vita, per scoprire un artista che armato solo di piano, voce sgraziata e fiera romanità affronta in modo crudemente evocativo temi scomodi e assortiti disagi sociali, esistenziali e sentimentali. Quasi tre decenni dopo tutto sembra parecchio naïf, ma Mio padre ha un buco in gola e Brucia Roma riescono ancora a ferire. Provare per credere.

Gli altri dieci
ALBERTO CAMERINICenerentola e il pane quotidiano (Cramps 1977). Rock eclettico e senza vincoli di forma, dove la protesta si fa visione.
JURI CAMISASCALa finestra dentro (Bla Bla 1974). Alienazione e delirio in un album privo di termini di paragone. Battiato in cabina di regia.
IVAN CATTANEOPrimo secondo frutta (Ivan compreso) (Ultima Spiaggia 1977). Dada-rock all’insegna dell’ambiguità e della provocazione.
ALFREDO COHENCome barchette dentro un tram (It 1977). Originalissime canzoni di orgoglio gay. Produce e arrangia Battiato, Fernanda Pivano firma la presentazione in copertina.
GIORGIO LO CASCIOIl poeta urbano (Divergo 1976). Figlio “minore” del Folkstudio di Roma. Poco vivace ma altamente evocativo.
GIANFRANCO MANFREDIZombie di tutto il mondo unitevi (Ultima Spiaggia 1977). Militanza e (straripante) ironia. Immancabili almeno Dagli appennini alle bande, Ultimo mohicano e Ogino Knaus.
MAURO PELOSIAl mercato degli uomini piccoli (Polydor 1973). Disagio e inquietudine. Tra i segreti meglio riposti della canzone d’autore italiana dei ‘70.
PAOLO PIETRANGELIKarlmarxstrasse (I dischi del Sole 1974). Un felice esempio di canzone politica dall’autore della celeberrima Contessa.
ALAN SORRENTIAria (Harvest/EMI 1972). Tra folk, psichedelia e ardite sperimentazioni. Inoltre, Vorrei incontrarti è una delle più suggestive ballate del “pop” autoctono dei ‘70.
ROBERTO VECCHIONIIpertensione (Philips 1975). Parabola, di quattro anni prima, contiene Luci a S. Siro, ma questo è il Vecchioni più scomodo e coraggioso.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.463 del 20 novembre 2001

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Categorie: discografie base | Tag: | 21 commenti

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21 pensieri su “Canzone d’Autore italiana 1971-1977

  1. Alessandro Sgritta

    forse volevi dire che ciò “non spiega” assenze che taluni potrebbero ritenere scandalose, se il criterio è quello di prendere in considerazione solo l’area “impegnata” allora non si spiega la presenza di Battisti, “il più disimpegnato di tutti” (per sua stessa ammissione), se poi i criteri sono quelli della bellezza musicale è un altro discorso…;-)
    poi mi dovresti spiegare perché 1 disco come “Come è profondo il mare” di Lucio Dalla del ’77 che contiene frasi come “E’ chiaro che il pensiero dà fastidio, anche se chi pensa è muto come un pesce, anzi è un pesce e come pesce è difficile da bloccare perchè lo protegge il mare… certo chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche, il pensiero come l’oceano non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare…” sarebbe meno impegnata de “Il mio canto libero”, oltre il fatto che si tratta di 1 disco splendido anche musicalmente, con i testi per la prima volta scritti da Dalla, da cantautore vero…;-)
    lo stesso discorso si potrebbe fare per dischi come “Zerofobia” anch’esso del ’77 e brani come “Manichini” che non sono affatto “disimpegnati”, poi come sempre ognuno sceglie anche in base al suo gusto musicale, ma il criterio della canzone “impegnata” non regge a mio avviso in questo caso come discriminante, anche il primo De Gregori (che io adoro) non è certo più “impegnato” di loro…

    • Benché non cantautore nel senso classico del termine, credo che Battisti sia stato un modello troppo importante, nei primi anni ’70, per lasciarlo fuori (e poi “Il mio canto libero” è un disco a suo modo “impegnato”). Quella di inserirlo non è stata una scelta facile, ma la rifarei tale e quale.

    • Scusa, non avevo visto la seconda parte e pensavo fosse lo stesso commento postato su facebook.
      Credo che il fatto di avere vissuto quell’epoca mi abbia influenzato, nel senso che ai tempi nessuno avrebbe mai collocato Renato Zero nella canzone d’autore, mentre sul ruolo di Lucio Dalla regnava parecchia confusione.

      • Alessandro Sgritta

        sì stavo per scrivere la seconda parte anche su FB ma dopo il tuo consiglio ho preferito scrivere tutto qui, sì credo che il fatto di avere vissuto quegli anni “attivamente” (e non solo da bambino come me 😉 ti abbia influenzato, Dalla e Zero sono sicuramente due cantautori poco ortodossi e poco allineati (almeno in apparenza) alla figura del classico cantautore impegnato che vestiva con l’eskimo e cantava alle feste dell’Unità, però a questo punto mi stupisce ancora di più la presenza di Battisti che all’epoca era considerato quasi un “fascista” (sbagliando perché era disimpegnato e basta), anche se sulla bellezza dei suoi dischi non si discute…;-)

      • È sempre “colpa” dell’esserci stato. Nel 1972/1973 TUTTI noi ragazzi che ascoltavamo rock (in senso molto lato) e cantautori avevamo una copia de “Il mio canto libero” e collocavamo quel Battisti nella stessa casella di De André, dei Pink Floyd, dei Rolling Stones, dei Popol Vuh.

  2. Perchè “solo” fino al 1977?
    Non sarebbe stato più “naturale” considerare tutto il decennio?

    • Si rischiava di ampliare troppo il discorso, inserendo artisti imprescindibili come – ad esempio – Faust’O a danno di altri più in linea con il discorso “canzone d’autore (primi) anni ’70”.

  3. Joe Zarlingo

    Avrei fatto uno strappo e ci avrei inserito un Loy & Altomare

    • In effetti “Chiaro” ci sarebbe potuto stare. Ogni volta che si compilano queste liste è inevitabile che qualcosa resti fuori. Sono stati “fregati” dal fatto di essere due. 🙂

  4. Gian Luigi Bona

    Grande lavoro Federico, ottime scelte.

  5. timelyangel

    Federico, mi sembrano ottime scelte, l’unica cosa che mi lascia un po’ perplesso e’ il mancato inserimento di Franco Battiato (i lavori sperimentali dei primi ’70 sono notevoli) considerata anche ad esempio la presenza nella lista di Alan Sorrenti…

    • Nessun disco di Battiato fino al 1977 aveva alcunché di cantautorale. Il primo Alan Sorrenti, benché proprio “al limite” (e infatti l’ho messo negli altri dieci), rientra nel discorso, non fosse altro per quella meraviglia che è “Vorrei incontrarti”.

  6. La canzone d’autore italiana, ha avuto una stagione importante riuscendo ad interfacciarsi con vari ambiti, politico, sociale, culturale.
    Ma, escluso pochi casi, è invecchiata male.
    E non mi riferisico a chi dall’iniziale originalità degli esordi (vedi Camerini, Cattaneo, Sorrenti) ha poi imboccato strade più omologate e commerciali, ma a “grandi nomi” che, pur appartenendo alla storia del cantautorato, già nella seconda metà degli ’80 vivevano di rendita.
    Per dire, un concerto di Vecchioni, Bennato, Venditti, non lo vedrei manco se mi pagassero.
    E ci metto dentro anche De Gregori, che con quel canto simil-scoglionato alla Dylan è irritante come pochi.
    Senza nulla togliere, ovviamente, a tante loro canzoni che hanno segnato un’epoca.

  7. ottime scelte,vorrei dire qualcosa su venditti:in effetti ”cose della vita” e’ grandioso ,penso che gli anni 70′ fino agli inizi degli 80′,questo artista ha dato il meglio di se stesso musicalmente!!! poi dopo ahi ahi ahi!!! bisogna riscoprire assolutamente venditti dei primi tempi,molti pensano che canzoni come ”ricordati di me”,oppure ”in questo mondo di ladri”sia il miglior venditti”….!

    • Quando nomino Venditti, molti mi guardano come se stessi bestemmiando in chiesa. E io lì puntualmente a spiegare che, diciamo fino a “Cuore”, l’Antonello era un grande, e che i primissimi album (fino a “Lilly”) sono più o meno capolavori.

  8. Luca

    l’esclusione di Dalla è forse il fatto meno spiegabile.Dopo un connubio con Roversi Dalla diventa canta-autore nell ’77 con “com’è profondo il mare”però da anni cantava tematiche cantautorali,da piazza grande a anidride solforosa,4/3/1943,itaca…tornando all’album del’77 credo fosse collocato perfettamente tanto da essere un tuttuno(sia dalla sia molte canzoni dell’LP col Movimento’77 specie a Bologna.canzoni di quel disco come”il cucciolo Alfredo”,”quale allegria” e l’omonima siano spaccati di quell’anno efficaci come pochi.Vecchioni ci sta benissimo ma se mettiamo la malinconica angoscia piccoloborghese:-) di “Messina”o”Luci a san Siro”o anche “polvere stelle”(così spesso si ragionava)la solitudine metropolitana del cucciolo Alfredo dovrebbe entrare di diritto nel”limbo…ps.per quanto riguarda il primo Venditti,fino a buona domenica e qualcosa oltre(cuore?!?!!! quello di De Amicis spero!) era davero in gamba.e il nostro Bertoli?

    • Quella lista ha un “limite”, chiamiamola così: l’ho compilata come se fossi stato nel 1977 e non venticinque anni dopo, con “quella testa lì”. La facessi con la testa di oggi Dalla ci starebbe al 100%, ma ricordo distintamente che all’epoca Dalla non rientrava granché nel novero dei cantanti/autori “alternativi” come Guccini, De Gregori, Venditti, Lolli (e anche, molto paradossalmente, Battisti, benché popolarissimo e accusato di simpatie destrorse). Per ragioni analoghe non c’è neppure Bertoli, anche se il suo caso è molto differente.
      Senza dubbio la lista è viziata da queste premesse. E anche un po’ dalla voglia di inserire almeno fra “gli altri 10” qualche minore che pochi ricordano come Lo Cascio, Cohen, Pelosi, Manfredi, Camisasca.

      • Tore1960

        Sulla lista non nulla da dire, in quanto molti album neanche li conosco e certi autori, neppure. Però posso dire con assoluta certezza (fino a prova del contrario) che il giudizio su molti autori l’ha dato il tempo. E’ una semplice constatazione il fatto che molti siano stati dimenticati. Non conoscendo appunto molti di essi non posso dire se tale oblio sia meritato o meno però viene il sospetto che sia stato anche causato dal fatto che l”impegno’ è importante solo per chi è impegnato. E quindi una parte di colpa forse c’è l’ha il disimpegno delle ultime generazioni. Però da parte di molti dimenticati, può essere stato un limite essersi legati esclusivamente ai testi impegnati e a una moda postsessantottina dedita 24 ore al giorno alla masturbazione ideologica. Con il passare degli anni è rimasta la musica pura e semplice e i contenuti senza tempo e infatti qualcuno degli ‘impegnati’ l’ha fatto franca perché aveva evidentemente qualche carta in più da giocare da questo punto di vista. Presumo, perché considerati gli ascolti dei teenager attuali, di questo passo finiranno per vincere i Gianni Morandi di “Non sono degno di te” o i Massimo Ranieri di “Rose rosse”.

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  10. Anonimo

    nn cè lino riganò?

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