Roky Erickson

Tre anni fa, l’inaspettato ritorno del frontman dei 13th Floor Elevators – in sodalizio con gli Okkervil River e con la produzione del loro leader Will Sheff – mi offrì l’occasione per un pezzo articolato comprendente un profilo del musicista americano legato a una recensione dell’album True Love Cast Out All Evil, un’intervista (con sorpresa) allo stesso Sheff e un’introduzione all’opera discografica di Erickson. Visto che da allora non è accaduto praticamente nulla, rimane oltretutto attualissimo.

Erickson fotoResurrezione
Sembra brutto pensarlo e lo è ancor di più metterlo nero su bianco, ma fino a pochi anni fa non era così assurdo ritenere che, dovendo occuparsi di Roger Kynard Erickson detto Roky, lo si sarebbe fatto per stenderne il necrologio. Naturalmente appassionato e figlio di autentico dispiacere, con qualche piccola, inevitabile concessione alla retorica: ad esempio, evocando l’immagine del barbuto musicista che ascende al cielo intonando la sua canzone più famosa, You’re Gonna Miss Me, fra cori di angioletti mutanti e nuvole dalle tinte acidule. Ci sarebbe mancato, Roky. Eccome. Anche se, nell’immaginario collettivo, è (era!) ormai da tempo una specie di Syd Barrett meno desaparecido, e se quello che fino a ieri era il suo ultimo, vero (più o meno) album – All That May Do My Rhyme: soprattutto brani già noti, benché in altra veste – vanta una copertina dall’estetica parecchio iettatoria, sulla quale sarebbe appropriata la dicitura “riposa in pace”. È invece un evento tanto lieto quanto inatteso ad aver portato su queste e altre pagine l’oggi quasi sessantatreenne frontman dei 13th Floor Elevators, band di Austin, Texas unanimemente annoverata tra le più leggendarie della psichedelia: sigla suggestiva che fa riferimento a un luogo che “non c’è” (nei vecchi edifici americani, per scaramanzia, al dodicesimo piano seguiva il quattordicesimo) e forse alla marijuana (la “m” è la lettera numero tredici dell’alfabeto), carriera breve – dal 1965 al 1968 – documentata da tre lp di studio e un live posticcio, un songbook di straordinaria bellezza in cui spiccano Reverberation, la Fire Engine che i Television eseguivano spesso in concerto, la Roller Coaster  e la Slip Inside This House riesumate rispettivamente dagli Spacemen 3 di Sound Of Confusion e dai Primal Scream di Screamadelica, fino logicamente a You’re Gonna Miss Me, unica traccia scritta in solitudine da Erickson in un repertorio altrimenti contraddistinto (anche) dalle firme dei soci in affari Tommy Hall e Stacy Sutherland. Il nostro eroe l’aveva infatti composta per il suo gruppo del liceo, gli Spades, come testimoniato dal 45 giri del 1965 che costituisce il sogno proibito di ogni collezionista (attualmente, se passa di mano, lo fa per cifre mai inferiori ai mille dollari): un episodio già incisivo nella sua più acerba prima versione, che nel remake degli Elevators acquisisce il carisma del definitivo inno garage-punk-blues. Graffiante come la carta vetrata, inquietante come un sabba e travolgente come un uragano, apre il capolavoro The Psychedelic Sounds Of The 13th Floor Elevators raccontando – con parole semplici e sofferta enfasi – il triste epilogo di una relazione sentimentale: “come puoi dire che ti mancherà il mio amore / quando non ne hai mai avuto bisogno / Ti sveglierai stupita / di trovarti tutta sola / Ma cosa mi fermerà, baby? / Non sto tornando a casa”… e, poi, giù di “oh yeah”, armonica, chitarra abrasiva ed electric jug, il curioso non-strumento inventato da Hall che personalizzava ancor più l’alchimia sonora degli Ascensori. Due minuti e mezzo che, da soli, sarebbero stati sufficienti per scolpire il nome dell’ensemble negli annales del r’n’r… là dove, appunto, si trova. Indelebile.
L’amore, sebbene di un altro genere, ritorna nel titolo del nuovo album, True Love Cast Out All Evil, dove il guru texano è accompagnato dai suoi più giovani conterranei (d’adozione) Okkervil River e prodotto dal loro leader Will Sheff: una mezza sorpresa, dato che nell’ultimo lustro si erano rincorse voci insistenti a proposito di una collaborazione con un suo vecchio amico e da sempre affezionato estimatore, Billy Gibbons degli ZZ Top. Edito negli Stati Uniti dal marchio-principe delle “riesumazioni illustri”, la Anti, e in Europa dalla Chemikal Underground, contiene dodici brani in parte già apparsi in alcuni dei numerosi LP e CD semi-autorizzati che rendono la produzione solistica di Erickson frastagliata e confusa: è il caso di John Lawman, presente in Gremlins Have Pictures (Pink Dust, 1986) in un’interpretazione dal vivo con gli Explosives risalente al 1980, o della title track, che si ricorda in scarna veste unplugged in Reverend Of Karmic Youth (Skyclad, 1990). Il dato fondamentale, però, è che esso sia il primo disco “organico” dell’ex 13th Floor Elevators da All That May Do My Rhyme del 1995, prodotto in studio da Speedy Sparks (Texas Tornados) e commercializzato dalla Trance Syndicate di King Coffey (Butthole Surfers). Il (tanto, troppo) male da spazzar via con l’amore è ovviamente quello che ha segnato il percorso umano dell’artista da quando, nel 1968, iniziò a manifestare problemi mentali – impietosa la diagnosi: schizofrenia paranoide – e subì il primo ricovero in ospedale psichiatrico: un devastante calvario scandito da detenzioni, elettroshock, cure a base di droghe (in aggiunta a quelle che Roky e compagni, protesi verso l’ampliamento delle percezioni come tutti i musicisti rock della seconda metà dei Sixties, avevano assunto in dosi massicce: marijuana e LSD, come da consolidato copione) e quotidianità borderline protrattosi fra alti e bassi fino al 2001, quando suo fratello minore Sumner riuscì a ottenerne la custodia legale e ad avviarlo a un pur parziale recupero. Che oggi Roky Erickson sia vivo, e per di più in grado di cantare e di esibirsi, è un miracolo o quasi; e nonostante la completa lucidità sia destinata a rimanere un’utopia, questo ritorno in pista – raggiunto gradualmente attraverso apparizioni pubbliche e alcune decine di concerti fra Stati Uniti ed Europa – ha il sapore del riscatto, reso ancor più dolce da varie piccole conquiste come la concessione della patente, l’acquisto di un’auto, l’essersi recato per la prima volta alle urne per votare, l’accreditamento di royalties – non era mai accaduto, in precedenza: della sua condizione si erano approfittati in parecchi – per la sua musica. E a chi ritiene tali gioie esagerate, va ricordato come si stia pur sempre parlando di un uomo che, nel 1982, si era rivolto a un notaio affinché certificasse che un alieno – proveniente da Marte, per essere precisi – si era impadronito del suo corpo.
Sono stati a lungo un’ossessione, gli extraterrestri, per Roger Kynard, così come tutto il resto dell’immaginario horror da b-movie: lo prova il ricco corpus di canzoni composte negli anni 70 e approdate al vinile in qualche 45 giri di precaria diffusione e, più avanti, in album quali The Evil One e Don’t Slander Me. Dalla Red Temple Prayer (Two-Headed Dog) che inaugurò la serie nel 1975, per proseguire con I Think Of Demons, Night Of The Vampire, I Walked With A Zombie, Don’t Shake Me Lucifer, Creature With The Atom Brain, Stand For The Fire Demon, If You Have Ghosts, Burn The Flames, è tutto un fiorire di situazioni conturbanti, la cui forza espressiva è amplificata da trame rock grintose e avvolgenti nei loro toni cupi e visionari. Incubi? No, solo il consapevole esorcismo, tramite efficaci allegorie, di esperienze reali ben più terrificanti: perché lui, Roky, ha davvero camminato con i morti viventi, diviso i giorni con i (suoi) fantasmi, ricevuto scosse dal Diavolo.
Parallelamente a quello posseduto è però esistito un altro Erickson, più pacato e contemplativo. Se ne trova traccia, oltre che nei testi rimasti (per ora?) senza sostegno sonoro, in svariati brani fissati su nastro con mezzi tecnici di fortuna negli anni 70 e 80, pesantemente influenzati da quella Bibbia con la quale il Nostro aveva intrattenuto rapporti assai stretti durante la sua permanenza alla Rusk Maximum Security Prison For The Criminally Insane, studiandola al punto di conseguire la licenza di Reverendo. Ed è proprio da questo “serbatoio” di una sessantina di pezzi che Will Sheff ha attinto i dodici di True Love Cast Out All Evil, tutti incisi appositamente con le sole eccezioni dei due che aprono e chiudono l’album: Devotional Number One e God Is Everywhere suonano come episodi a sé, sorta di field recordings appena arricchiti a posteriori di qualche cesello – cui la patina di antichità, la fragilità e le imperfezioni conferiscono un fascino speciale, dipingendo scenari che starebbero a meraviglia nella celebre collezione di Harry Smith. L’umore del disco è dolcemente malinconico, assecondato da trame strumentali di scuola folk-rock che spesso – la spigolosa John Lawman, che avrebbe fatto la sua figura in The Evil One, e le più morbide Goodbye Sweet Dreams, Be And Bring Me Home, Bring Back The Past e Think Of As One – deviano verso soluzioni più energiche e incisive; ci sono blues, country e tocchi di gospel, con arrangiamenti talvolta spogli ma per lo più all’insegna di quella misurata ricercatezza che degli Okkervil River è il marchio di fabbrica. E Roky? Lui, davanti al microfono, senza dubbio c’è: la sua voce lievemente nasale è convinta e carica di aggraziata passionalità mentre lascia fluire, non facendosi però sopraffare dai brutti ricordi, storie di sofferenze patite sulla propria pelle nelle quali i drammi delle terapie e della disperata solitudine si intrecciano con accenni alle droghe, alla libertà, a Dio. A ben vedere, un mood in sintonia con il volto della fotografia di copertina, con tutti i suoi chiaroscuri, lo sguardo stanco ma non spento, i segni del tempo e delle vicissitudini… anche se il bianco/nero non rende perfettamente giustizia a tre quarti d’ora di musica alla quale certo non difettano i colori. Non sgargianti e stordenti come quelli dei 13th Floor Elevators, dato che True Love Cast Out All Evil è molto più legato a sonorità in fondo “tradizionali”, ma comunque vividi e avvolgenti.
Solo un aspetto, di questo comeback, offre il fianco a riflessioni non del tutto positive: che la scrittura delle “nuove” canzoni risalga in realtà a quasi quarant’anni orsono, e che non ci siano quindi garanzie sull’attuale ispirazione di Erickson. Ma l’archivio dei pezzi ancora inediti, o proposti in forma “primitiva”, è vastissimo, e se Roky e Will (o chi per lui) vorranno rimetterci mano, di sicuro porteranno alla luce parecchie altre preziose nuggets. Anzi, “pepite”, per coloro che non avessero dimestichezza con la terminologia utilizzata dai cultori di quel garage e di quella psichedelia dei quali il nostro eroe (risorto) rimane un monumento.

All You Need Is Love. Difficile, per iscritto, rendere l’idea della surrealtà della situazione vissuta quando nella chiacchierata telefonica concordata con Will Sheff si è inserito del tutto a sorpresa anche Roky Erickson, che si trovava altrove negli USA. Surreale perché le domande erano state concepite per il leader degli Okkervil River, e rivolgendole (con gli adattamenti del caso) a Roky le risposte – quasi sempre chiuse da un “do you know what I mean?“ – erano sensate ma lapidarie, piuttosto “urlate” e per di più avvolte in una strana (e straniante) eco. Nessuno stupore, insomma, che dopo circa un quarto d’ora lo stesso Sheff abbia simpaticamente chiesto al “guru” se volesse riposarsi un po’ e che, una volta salutatolo, si sia fatto sfuggire qualcosa di simile a un sospiro di sollievo. Ecco dunque un conciso riassunto di quanto dichiarato da Will a proposito di True Love Cast Out All Evil, una specie di “dietro le quinte” della sua realizzazione.
Un giornalista di Austin, fan sia di Roky Erickson che degli Okkervil River, aveva pensato che potesse essere una buona idea organizzarci un concerto assieme. È successo nel 2008 e poi l’anno seguente, e dato che la cosa ha funzionato, il management di Roky mi ha chiesto se potessi essere interessato a produrre un suo nuovo album. Ovviamente l’ipotesi mi entusiasmava, ad Austin i 13th Floor Elevators sono un mito e il loro contributo all’evoluzione del rock in Texas – e non solo – è stato fondamentale, ma prima di accettare l’incarico ho voluto ascoltare bene le canzoni disponibili… e sono rimasto molto colpito dalla loro qualità, dalla loro intensità, dalla verità che emanavano. Mi sono quindi occupato della selezione dei brani contenuti nei demo, scegliendo quelli che più mi colpivano ma cercando anche di dare ‘un senso’ all’insieme. Mi piaceva soprattutto l’idea di far emergere le qualità di scrittura autobiografica di Roky in modo più chiaro di quanto accada nei pezzi del ‘periodo horror’, dove ogni discorso è filtrato attraverso metafore. Non mi sono curato del fatto che alcuni pezzi fossero stati già pubblicati, perché si tratta di edizioni non sempre autorizzate e comunque frammentarie, mentre in questo caso il materiale è stato trattato organicamente e in quello che almeno a me pare il miglior modo possibile. La scaletta tende al folk-rock e nel complesso è meno grintoso rispetto alla produzione degli anni 80, ma quel lato di Roky era già stato documentato; quest’altro volto era stato invece trascurato, e mi sembrava giusto privilegiarlo. Ho avvertito una certa responsabilità, perché volevo davvero far risaltare la  personalità di Roky e la sua profonda ispirazione artistica. Non si trattava di tirar fuori un album più o meno credibile che servisse come scusa per un tour o per presentare a un nuovo pubblico un personaggio in parte dimenticato, ma ci tenevo a realizzare un lavoro che stesse bene in piedi da sé e che non sfigurasse fra gli altri di Roky. Lui, oltre a essere stato felice di ritrovare dopo tanto tempo le sue canzoni, non ha incontrato difficoltà a immedesimarsi in esse: anche se appartengono a un’epoca drammatica della sua vita, le ha affrontate in modo partecipe ma sereno, come con qualcosa che fa parte di lui ma appartiene al passato. La vita di Roky è stata per molti versi dannata, ma da essa sono derivate anche delle benedizioni… e questo è un dono quasi miracoloso. Credo siano canzoni molto potenti, che sono riuscite a confortare e sostenere Roky in giorni tragici. True Love Cast Out All Evil non è un album triste: è un album che racconta, in un certo senso, un trionfo sul male”.

L’indispensabile
Oltre all’ultimo, recentissimo True Love Cast Out All Evil (Chemikal Underground/Audioglobe, 2010), i dischi di Roky Erickson da procurarsi assolutamente non sono, in fondo, tanto numerosi. Per quanto riguarda i 13th Floor Elevators, gli irrinunciabili sono The Psychedelic Sounds Of (International Artists, 1966) e Easter Everywhere (International Artists, 1967); le ristampe in CD marchiate Charly, rispettivamente del 2005 e del 2003, contengono varie bonus track di discreto interesse. Più complicato, invece, l’ambito solistico, dove ai pochi album concepiti come tali sono affiancati LP e CD semiufficiali – molti i live, peraltro non sempre ben incisi – che allineano incisioni di diversa provenienza, con gli stessi titoli più volte replicati. La “prima scelta” è per The Evil One (Plus One), doppio CD del 2002 in cui la Sympathy For The Record Industry ha collocato trentadue brani dei tardi ‘70 registrati con gli Aliens e la produzione di Stu Cook: il materiale, insomma, più sanguigno e r’n’r, infarcito di riferimenti all’immaginario horror. Un quadro sintetico (ma nemmeno troppo) dell’intera carriera di Erickson è invece offerto da I Have Always Been Here Before (Shout Factory, 2005), che in due compact e quarantatré pezzi condensa quasi tutto quello che c’è da conoscere dagli Spades alle incisioni dei ‘90, passando per i 13th Floor Elevators, gli Aliens e altre session sparse. Per approfondire sono infine consigliati il documentario di Kevin McAlester You’re Gonna Miss Me (pubblicato in DVD dalla Palm Pictures nel 2007), la raccolta di testi Openers II (per la 2 13 61 di Henry Rollins, 1995) e il libro biografico Eye Mind: The Saga Of Roky Erickson And The 13th Floor Elevators (Process, 2007; autore Paul Drummond, prefazione di Julian Cope). Degno di nota pure il tributo Where The Pyramid Meets The Eye (Sire/Warner, 1990): diciannove episodi dei 13th Floor Elevators e di Erickson interpretati, fra gli altri, da ZZ Top, Julian Cope, Primal Scream, R.E.M., Thin White Rope, Jesus And Mary Chain, Butthole Surfers.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.670 del maggio 2010

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Categorie: articoli, interviste | Tag: , , | 3 commenti

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3 pensieri su “Roky Erickson

  1. Dando

    speriamo che la cover dei ghost gli porti un po’ di royalities e nuova visibilità.

  2. savic

    Nessun commento sul povero Roky?
    E’ vero che la sua prodizione post 13 th floor è frastagliata e le raccolte sono un buon viatico, ma il disco dell’80 con gli Aliens è da avere, cosi come don’t slander me dell’87. consigliatissimo il live con gli explosives 79-81.
    alla fine, tranne il disco con gli okkervil river, la sua formula è stata sempre similare e basica. garage psych, fatto con passione e pazzia. speriamo che si riprenda un pò e faccia ancora qualche data in europa.

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