My Bloody Valentine

Sarà davvero oggi, il giorno del sospiratissimo ritorno dei My Bloody Valentine? Chissà. Nel dubbio, sono andato a ripescare la mia recensione d’epoca  del leggendario Loveless, pubblicata su un Velvet di esattamente ventun’anni fa. Non è poi una grande articolo, ma almeno non nomino mai lo shoegaze (le definizioni mi piacciono solo quando sono state storicizzate e non in tempo reale) e riconosco al 100% il capolavoro. La cosa che più mi ha divertito, però, è l’elenco di gruppi emergenti britannici da me citati (era l’album del mese e ciò si prestava ad ampliare un po’ il discorso) : per carità, ce ne sono di degnissimi, ma qualcuno si ricorda chi accidente fossero i Milk?

My Bloody Valentine copLoveless (Creation)
Gode oggi di ottima salute, il rock britannico, da qualche anno ritornato ai fasti che gli sono congeniali dopo un lungo periodo di semi-oscurità; e la rinascita del “movimento” – nella sua accezione piu ampia, ammesso che il termine abbia ancora un senso – non si è accompagnata a manifesti programmatici né tantomeno a filosofie rivoluzionarie, ma è avvenuta con naturalezza, solo sotto la spinta di un incontenibile impeto comunicativo. Chiaramente non è da sottovalutare il ruolo che la stampa, sempre alla ricerca di nomi e trend da lanciare per procurare nutrimento a un mercato per forza di cose parassitario di se stesso e dei suoi meccanismi, ha rivestito nella propaganda del fenomeno, ma la consolidatissima regola che vede il business come un “male necessario” all’evoluzione e alla diffusione delle urgenze artistiche – anche se spesso generatrice di plateali mistificazioni – non puo essere derogata; e all’ascoltatore privo di assurdi paraocchi pseudo-puristi non resta dunque che rallegrarsi della ventata di creatività ed entusiasmo che ha investito la Gran Bretagna, facendo sentire il suo benefico influsso in ogni settore dell’espressione musicale. Quel che si presenta ai nostri occhi è dunque un mosaico di band quantomai imprevedibile e brillante. Un mosaico in continua espansione che, a seconda del punto sul quale battono le luci dei riflettori, mostra sfumature sempre differenti quando non addirittura i nuovi volti dei gruppi che quotidianamente si affacciano alla ribalta; si cita in ordine sparso, senza preclusioni di genere e senza pretese di completezza, pescando tra quelli segnalatisi all’attenzione generale nell’ultimo biennio: Chapterhouse, Ned’s Atomic Dustbin, Ride, Birdland, Darkside, La’s, Swervedriver, Spirea X, Farm, Drop, Levitation, Catherine Wheel, Blur, Gallon Drunk, Dylans, Five Thirty, Milk. Emersi ed emergenti, tutti assieme appassionatamente, a combinare i frammenti policromi del grande caleidoscopio della suggestione.
Fa però piacere, al fianco delle tanti giovani leve che cercano di farsi strada, incontrare veterani ai quali il “mestiere”, le esperienze e i successi (o gli insuccessi) non hanno sottratto stimoli, energie e desiderio di crescere;. Veterani come i My Bloody Valentine, nativi d’Irlanda ma già da tempo Iondinesi d’adozione, che con otto anni di carriera e una decina di produzioni discografiche – per lo più mix ed EP, ma anche due mini-LP ed un album, Isn’t Anything del 1988 – si sono costruiti una solidissima reputazione al di fuori della ristretta cerchia dei cultori. E quanto tale fama sia meritata e sottolineato da questo eclatante Loveless, impeccabile summa del lavoro fin qui portato avanti da Kevin Shields e compagni, che pur non apportando innovazioni sostanziali al collaudato modulo stilistico del quartetto lo irradia di riflessi inediti.
Non c’e ricerca di commercialità, nelle canzoni dei My Bloody Valentine, al di là delle soluzioni ammiccanti ma comunque abrasive o degli spunti occasionalmente orecchiabili di episodi quali When You Sleep. C’è, invece, la spontanea magia di un feedback-pop ora cristallino e ora ossessivo, ora soffice e ora quasi violento, ora ruvido e ora allucinato, che l’inquietante immagine di copertina – il dettaglio di una chitarra, insistentemente riproposto in diverse inquadrature sulle varie facciate – fotografa con il piu efficace dei simbolismi; perché l’azzurro dell’interno (l’acqua, o la purezza) funge da contraltare al rosso purpureo (il fuoco, anche nel senso di travolgente passione) dell’esterno. È vellutato, Loveless, nel suo pastiche di suoni tremolanti e voci sussurrate; ed è brutale, nei suoi intrecci di sei corde che spargono attorno schegge di “pop mutante”. Una seducente contraddizione, un piacere perverso, una fantasia genuinamente e pirotecnicamente lisergica dalla quale è piacevole farsi violentare: nel corpo, se si alza il volume, e nell’animo, se la manopola alla quale si toglie il freno è quella dell’emozione. (9)
Tratto da Velvet (seconda serie) n.13 del febbraio 1992

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Categorie: recensioni | Tag: , | 29 commenti

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29 pensieri su “My Bloody Valentine

  1. timelyangel

    che pietra miliare loveless!! grandissimi i my bloody valentine, erano talmente avanti che suonano attualissimi ancora adesso! c’e’ un forte bisogno di loro nel vuoto attuale…

    • A me questi discorsi sul “vuoto” lasciano sempre un po’ così. Certo, non è un periodo esattamente sfavillante, ma di buona musica ce n’è sempre tanta. Però di sentire questo nuovo dei My Bloody Valentine ho un po’ paura: non sarà di sicuro brutto, ma temo che si rivelerà comunque al di sotto delle attese.

    • savic

      mmhh secondo me non c’è assolutamente bisogno di loro oggi. E’ brutto da dirsi, ma è cosi. dopo aver fatto 2 dischi clamorosi ( quasi 25 anni fa), rischiano solo di rovinare una carriera perfetta. anche se il disco fosse meraviglioso ( ma dubito) non avrebbe minimamente l’impatto che hanno avuto i precedenti. no, certi gruppi dovrebbero solo fare concerti autocelebrativi per raccattare soldi ( anche se, visti nel 2009 non li consiglio). se proprio avessero urgenze di uscire con materiale nuovo cambia sigla sociale.

      • È un discorso che, in effetti, vale per tutti o quasi: difficile che un artista che è stato decisivo in un determinato periodo possa esserlo di nuovo dopo un lungo ritiro dalle scene.

  2. Io mi fermai al numero con John Mellencamp in copertina, per cui sono incuriosito da questi reperti degli ultimi numeri, corrispondenti ai mesi più incredibili degli ultimi 30 anni (io me li passai con Rockerilla, per poi seguire Rumore dal n. 1).
    Dei Milk ricordavo vagamente il nome, dei Drop nemmeno quello, mentre coglierei l’occasione per una menzione d’onore ai Five Thirty, il cui unico album era fantastico e che sparirono proprio quando stava per nascere quello che e’ poi rimasto fastidiosamente etichettato come Brit-Pop.

    • Concordo sui Five Thirty, purtroppo molto dimenticati. Per quanto riguarda Velvet, la fase (conclusiva) era quella del “Recensore”, quando il giornale era solo di recensioni. Non ci sarà quindi moltissimo da recuperare.

  3. timelyangel

    La cosa piu’ incredibile, ascoltando il nuovo lavoro dei My Bloody Valentine, e’ che appaiono rivoluzionari oggi come allora! Erano avanti 22 anni fa e lo sono ancora adesso, come e’ possibile tutto cio?? L’unica spiegazione, a mio avviso, e’ che la loro musica non e’ catalogabile in alcun modo, e’ fuori dal tempo…

  4. timelyangel

    Allora sono io fuori dal tempo…comunque miglior disco rock degli ultimi 10 anni!

  5. cosimo

    Secondo me c’è stato un Hype eccessivo attorno a questo ritorno (gioco di parole obbrobioso, perdonatemi). E gli innamorati , come spesso capita, non riescono ad essere obbiettivi. Dopo 22 anni di assoluto silenzio o quasi, si poteva e si doveva uscirsene con qualcosa , se non di epocale, ma di meglio. Mbv è un buon lavoro, innegabile. Ma sarebbe auspicabile fosse solo un recupero di outtakes dei tempi che furono. Perchè, al contrario, significherebbe che l’ispirazione è morta e sepolta. E ci si è affidati solo al ripetere la poesia a memoria.

  6. francesco costanzo

    quando si ama un disco, un suono, una band, si vorrebbero replicare quei momenti all’infinito, peccato che ciò non accada mai.
    il “nuovo” si fa ascoltare, a tratti è sublime, ma in fondo è un piacevole dejavù.

  7. mak

    Boh io tutta sta storia del disco non necessario, remake di Loveless e cazzi vari che leggo non solo qui ma un po’ ovunque non la capisco. Non è proprio per niente il remake di Loveless (che invece avrebbero potuto fare benissimo e sarebbero stati osannati comunque o forse di più), è casomai un’evoluzione di Loveless, non è certo un disco rivoluzionario, ma da una band che s’è sciolta 20 anni fa tra mille vicissitudini e torna dopo tanto tempo vi volete aspettare il disco della rivoluzione?
    La loro rivoluzione l’hanno fatta 20 anni fa, l’ispirazione c’è eccome, sto disco che pure non suonerà come una novità (ma spazza via tranquillamente il 90% dei dischi rock attuali, se l’avesse fatta un grupettino indie emergente sono certo che avrebbero gridato un po’ tutti al miracolo) ma è un gran disco, prodotto come un disco del 2013 e non dei ’90 e tanto dovrebbe bastare. L’ hype c’è stato, ma per una volta è meritatissimo.

    • Secondo me se l’avesse fatto qualche nuovo gruppetto indie sarebbero piovute accuse di imitare i MBV. Scherzi a parte, trovo il nuovo album bello e ispirato e mi va benissimo così. Non mi aspettavo nulla di rivoluzionario e sono anche contento che alla fine sia uscito, ma mi mettevo nei panni dei tanti che speravano in qualcosa di epocale, alieno e irripetibile come “Loveless”.

  8. Roberto

    Io invece i Drop li ricordo, anzi, di loro ho tutto: 2 ep ed un lp. Ero in auto ed ascoltai Mirrored alla radio, passai subito da Disfunzioni e lo comprai.
    “Loveless” è un capolavoro, il nuovo è un bel disco ma niente di più e credo che non potesse essere altrimenti, forse c’è troppa aspettativa dietro queste operazioni, forse. Forse è un modo per rilanciare un gruppo, promuoverne una tournée, meglio sarebbe stato, come ha già scritto qualcuno, recuperare materiale dell’epoca e realizzare un documento storico. Ciao

    • Scusami, il tuo commento mi era sfuggito ed era rimasto in attesa di approvazione.
      Penso che il problema del materiale d’epoca è che Shields non l’avrebbe mai approvato. E poi… sembra che “mbv” sia in larga parte composto da materiale d’epoca.

  9. il nuovo lavoro “MBV” mi ha lasciato sinceramente con un po’ di amaro in bocca….dopo 22 anni,beh,mi aspettavo qualcosa di più,troppo sfuggente…ridatemi Loveless.

    • “Loveless” sta lì, non ce lo toglie – per fortuna – nessuno. A me “mbv” non mi esalta ma neppure dispiace… è un bel disco, che però potrebbe essere uscito nel 1993.

  10. kiko

    io ricordo che i MBV dovevano venire in promozione a Loveless a giugno 1992 in Italia, e precisamente a Milano, Firenze e a Napoli (nello stesso locale dove avevano suonato Lush e Uzeda ad aprile. Ma che cancellarono le date perche le prevendite furono bassissime. Tipo 4 biglietti a Milano, 2 a Firenze e 6 a Napoli. Stessa cosa per Teenage Fanclub. Di sicuro Carlo di Supporti dovrebbe ricordarlo meglio di me. Ricordo anche come “Loveless” fu ignorato dalla stampa italiana totalmente. Probabilmente Velvet dette 9, ma fu forse l’unico.

    • Della possibile tournée ho un ricordo vago. La stampa italiana, invece, non fu poi così disattenta (ne ho parlato anche sul Mucchio di questo mese): Rockerilla mise la band in copertina qualche mese prima dell’uscita e le recensioni furono tutte tempestive e positive. Se poi parliamo di interviste e copertine, allora ok… ma in quel periodo uscì di tutto e di più….

  11. kiko

    “MBV” e’ un disco del 1994-95. Shields ha continuato a lavorarci su ma sempre su quei brani. E nessun altro membro del gruppo ha suonato una singola nota su quel disco dopo il 1995.

  12. kiko

    parlavo di classifiche di fine anno 1991. se non ricordo male bands come babes in toyland, dream warriors, r.e.m. e cranes avevano piu’ successo dei MBV. Ma forse mi sbagli. Del resto in quei giorni usci una marea di roba. Solo la creation fece uscire Scremadelica, Bandwagonesque e Loveless a distanza di qualche settimana.

    • Ah, le classifiche! Può essere, sì… del resto i dischi che escono verso fine anno sono quasi sempre meno considerati.
      Screamadelica, Nevermind, Blood Sugar Sex Magic, Blue Lines, il black album… tutto in nemmeno tre mesi!

  13. Sterbus

    Beh, nei Levitation c’era un certo Christian Hayes, ex chitarrista dei Cardiacs, che ora fa da guitar tech a Kevin Shields in tour…

  14. donald

    ma lo sai che decisi di acquistare loveless dopo aver letto i “500” del Mucchio Extra”? 😀 a scatola chiusa, e fu amore al primo ascolto, molto bella anche la raccolta di ep 88-91 che hanno finalmente pubblicato

  15. Pingback: 1991: la mia playlist | L'ultima Thule

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