Jeff Buckley

In quarant’anni ho assistito a molti concerti: non so di preciso quanti (prima o poi dovrò decidermi a stilare l’elenco completo, consultando un po’ di vecchie e nuove agende), ma il numero dovrebbe essere attorno ai millecinquecento. Quando mi si chiede “il più bello di tutti?” non so mai bene cosa rispondere, ma di sicuro collocherei su uno dei tre gradini di un ipotetico podio quello di Jeff Buckley. La Sony aveva organizzato due autobus di giornalisti, uno da Milano e l’altro da Roma, per assistere a uno show e per una conferenza-stampa in quel di Cesena, e naturalmente non rifiutai di salirci. Una volta arrivati a destinazione, mi trovai in una situazione surreale: una buona trentina di colleghi, Jeff e i suoi compagni a un tavolino d’angolo con una quindicina di registratori davanti… e nessuno che domandasse alcunché, con sorpresa e imbarazzo del musicista americano. Così, anche se non avevo preparato nulla (ero lì solo per piacere), improvvisai una chiacchierata, alla quale sì unì l’amico Giancarlo Susanna. La curiosa intervista apparve poi su vari giornali firmata da un sacco di persone diverse, ma la cassettina che tuttora conservo non lascia dubbi su chi l’abbia fatta per davvero. Questa è la cronaca dell’indimenticabile giornata.

Buckley Jeff fotoJeff Buckley è figlio d’arte, ma su questo argomento preferisce non spender parola: non perché desideri cancellare i suoi legami di parentela con il compianto Buckley Sr. (come potrebbe, con quel viso e quella voce?), ma perché i suoi rapporti con il padre Tim – conosciuto solo per sentito e sentito dire, in quanto scomparso quando lui era ancora bambino – sono stati troppo brevi e troppo labili per poterlo influenzare. I cromosomi, comunque, non mentono, come attestano la bellezza e la personalita delle canzoni di Jeff: musica intensa e insinuante, protesa verso gli anfratti più profondi e nascosti della mente e del cuore, che spazia dal folk all’avanguardia, dal free-jazz alla quasi-psichedelia, dalla ballata intimista al rock. Non è un caso, quindi, che il giovane Buckley abbia gia conquistato un posto d’onore tra le stelle degli anni ‘90, grazie ai suoi due splendidi dischi – il mini-CD Live At Sin-é del 1993 e l’album Grace del 1994 – e al suo carisma nel tenere il palco: qualità, quest’u1tima, ampiamente messa in luce anche nel suo concerto cesenate dello scorso 17 febbraio, che ha ammaliato il folto pubblico e offerto a chi scrive l’attesa opportunità di incontrarlo e conversare con lui. Seppure per meno di mezz’ora, e nell’ambito di una conferenza-stampa resa abbastanza caotica dai rumori del soundcheck e dai rimbombi di un Vidia ancora in fase di allestimento.
È la prima volta che affronti un tour impegnativo come questo?
No, la seconda. Anzi, la terza, se si considerano anche i concerti da solo della prima metà dello scorso anno.
Commenti a caldo?
In Francia è stato eccezionale, e anche in Germania e andata molto bene. In Gran Bretagna, invece, e stata più dura, troppe pressioni… intendo per l’atteggiamento della stampa, il pubblico non c’entra.
Comunque, sei soddisfatto?
A parte qualche contrattempo, mi sto proprio divertendo. Suonare mi piace, e inoltre il dovermi concentrare sul tour mi impedisce di occuparmi di altri problemi: ad esempio, di quello che dovrò fare al ritorno a casa, oppure delle prospettive per il futuro.
È quello che volevi fin da quando eri bambino?
No, per nulla. Da piccolo non ho mai pensato a niente di simile.
Come mai, allora, ti trovi in questa situazione?
Sinceramente, non so. È successo così, Senza decidere nulla a tavolino. È da sempre una mia scelta precisa, quella di non programmare più di tanto la mia vita.
Ti senti più a tuo agio come solista o come leader di una band?
Quasi tutta la musica che più mi piace è opera di gruppi. Il solista, per quanto capace ed eclettico, si preclude un sacco di possibilità, ed è troppo limitato dall’obbligo di dover sorreggere l’intero show. È bello sperimentare assieme ad altri, ampliare il parco-strumenti ed essere liberi di abbandonarsi ai propri capricci sonori mentre il gruppo pensa a tutto il resto… a patto, è ovvio, che i compagni siano quelli giusti.
Quali sono, nel tuo caso, le differenze tra registrare in studio ed esibirti dal vivo?
Lavorare in sala d’incisione è molto simile a comporre: si procede per gradi, aggiungendo o eliminando qualcosa fino ad arrivare a una sintesi. Sulpalco ci si lascia andare, e i cambiamenti dipendono più dal feeling del momento che non dalla riflessione. I miei concerti sono molto improvvisati, nonostante le strutture dei brani e le scalette non subiscano modifiche rilevanti.
Hai già iniziato a scrivere per il nuovo album?
Non ancora. Prendo moltissimi appunti, ma le canzoni vere e proprie devono ancora arrivare. Come ti accennavo prima, la vita “on the road” non dà tregua, e non concede spazio ad altro.
Secondo te, quella di Jeff Buckley è musica di gioia o di malinconia?
Dipende dal pezzo, e dall’umore di chi ascolta… ma, in fondo, non sono sicuro che sia davvero così. D’accordo, alcune cose suggeriscono immagini tristi, ma spesso anche la felicità può far del male a qualcuno.
La tua opinione sul successo?
Sono felice della mia attività e dell’accoglienza ricevuta, ma sono anche preoccupato: in situazioni del genere è fin troppo facile perdere la testa e diventare qualcosa di diverso, e di peggiore, rispetto a ciò che si era prima di raggiungere la notorietà. Sono lusingato e sorpreso da tutti questi consensi, ma il successo – almeno nell’accezione più comune del termine – non mi interessa più di tanto: suonare e raccontare ciò che mi dice il cuore è molto, molto più importante.
Come ti poni nei confronti di quello che viene scritto su di te?
In linea di massima cerco di non leggerlo. Credo che la musica sia qualcosa di fortemente personale, e non mi piace che qualcuno si arroghi il diritto di spiegare ad altri i pregi o i difetti delle mie canzoni, o a dir loro se meritano o meno di essere ascoltate. L’intento di ogni artista è realizzare opere che siano ricordate nel tempo, che rimangano in qualche modo nella storia; le riviste, invece, sono destinate al rapido consumo, non possono ergersi al di sopra degli argomenti che trattano e formulare asserzioni e giudizi troppo categorici.
E i videoclip? Anche tu li consideri un “male necessario”, il prezzo da pagare per farsi conoscere?
No, non sono cosi estremista. Il problema dei video sta nel fatto che, essendo per lo più una specie di “traduzione visiva” del brano, uccidono la fantasia e ostacolano la libertà di interpretare; questo non significa, però, che un clip non possa essere geniale – basti pensare a quelli dei Residents – o che debba necessariamente mettere in mostra decine di belle ragazze e chissà quanti costosissimi effetti speciali. Per quanto mi riguarda, desideravo qualcosa di semplice e d’atmosfera, in sintonia con il modo di concepire la musica.

Con la sua aria a metà tra lo svanito e il maudit, che i maligni riterranno un po’ costruita ma che al sottoscritto è parsa del tutto sincera, Jeff Buckley si congeda dal plotoncino di giornalisti proprio quando l’appassionato flirt con una bottiglia di vino rosso aveva cominciato a renderlo meno diffidente e più loquace. Un paio d’ore più tardi, davanti a una platea in estasi, immolerà tutto se stesso nel rito catartico del live, sciorinando con autentico, contagioso trasporto emotivo un repertorio intenso e seducente come pochi altri. Rock d’autore intriso di estro e poesia, per lo più sommesso ed enigmatico ma anche acceso da improvvise esplosioni di vivacità, sul quale il canto di Jeff volteggia come un’irraggiungibile fenice evocando fantasmi del passato – una Song To The Siren quasi all’altezza di quella del genitore, oltre all’ormai classica Hallelujah del maestro Leonard Cohen – e spargendo attorno a sé nuove gemme di abbacinante splendore (Mojo Pin, Eternal Life, Last Goodbye). È già un grande, Jeff Buckley. Tanto grande che più d’uno, ipnotizzato dal solenne misticismo del suo Grace, lo ha già elevato al rango di Messia. Chissà se il Nostro sarebbe soddisfatto del ruolo, o se lo accetterebbe con riluttanza come il protagonista di quel vecchio romanzo di Richard Bach.
Tratto da Audio Review n.149 del maggio 1995

Vidia, Cesena, 17 febbraio 1995
Eravamo in parecchi, e certo non per mera curiosità, ad attendere con trepidazione l’unica data italiana del tour europeo di Jeff Buckley; giovani e meno giovani, arrivati al Vidia con le note dello splendido Grace a echeggiarci nel cuore e con la certezza di apprestarci ad assistere a qualcosa di diverso, e di più grande, del solito concerto rock. Quanto immortalato in Live At Sin-é, lo splendido mini-CD d’esordio del Nostro, non poteva del resto essere uno scherzo del caso.
Hanno vibrato quasi fino a spezzarsi, le corde dell’anima, la sera del 17 febbraio: non solo per il vellutato carisma di Jett, per la straordinaria intensità del repertorio e per gli spericolati equilibrismi di una voce che quasi non teme contronti con quella mitica e indimenticabile del mai troppo compianto Buckley Sr., ma anche per la gioia di verificare – non è cosa da poco – come questo mondo cinico e plastificato sia sempre in grado di concepire veri artisti, e di come il music-biz abbia ancora la capacità di riconoscerli e il desiderio di promuoverli nonostante la loro assoluta refrattarietà ai giochi di calcolo e moda: artisti puri e geniali come Jeff Buckley, che trasformano la performance in una catarsi dal sapore mistico, e le canzoni – per quanto nervose, malinconiche o sofferte – in toccanti inni alla gioia e alla vita. Come anche nel caso di Song To The Siren‚ “rubata” a quel padre conosciuto solo per sentito e per sentito dire, che proposta a sorpresa in quel di Cesena ci ha addirittura strappato qualche Iacrima di commozione.
Tratto da Rumore n.39 dell’aprile 1995

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Categorie: interviste, recensioni live | Tag: | 19 commenti

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19 pensieri su “Jeff Buckley

  1. Sono arrivata a questo blog perchè c’era il link alla recensione di Hai paura del buio sulla pagina fb degli Afterhours. Curiosando, ho visto il nome di Jeff Buckley e… mamma mia, che impressione leggere che si parla di un concerto tenutosi PRECISAMENTE diciotto anni fa, pure il giorno è uguale! Visto che oggi pomeriggio ho evitato di comprare l’ennesimo libro su Jeff (era “Touched by Grace” di Gary Lucas, non avevo soldi manco per pigliarlo usato a metà prezzo da Ibs a via Nazionale…) ti ringrazio perchè mi hai fornito, involontariamente, comunque una bellissima lettura.

    • Sul momento avevo pensato che l’impressione fosse per i diciott’anni trascorsi, e stavo per risponderti “e che dovrei dire io, che al primo concerto della mia vita sono andato nel 1974, ma poi ho controllato la data e… ho capito. Il libro di Lucas, comunque, merita.
      Se ricapiterai da queste parti sono certo che troverai tanta musica che potrebbe interessarti (leggiti anche l’intervista a Inger Lorre, lei era molto vicina a Jeff e parla di lui).

      • veronica

        Ho avuto la fortuna di conoscere musicalmente Jeff Buckley nel 94, quando vidi il video di Grace su Mtv, putroppo non ho avuto l’immenso onore che hai avuto tu di conoscerlo e personalmente e di assistere ad una sus esibizione live, sono una musicista, ho 38 anni e di cover dei grandi della musica ne ho cantate moltissime, ma di Jeff no…ogni volta che vorrei cantsre una sua canzone il cuore mi scoppia in gola e gli occhi sono colmi di lacrime, credo che Jeff sia stato e lo sia ancora un dolce angelo e spesso lo.immagino mentre ci huarda con immensa dolcezza e magari si commuova per quello che e’ riuscito a trasmettere a tutti noi, si noi che amiamo la “vera”musica.Grazie di cuore pet aver pubblicato la tua intervista con il timido ragazzo dal cuore puro e la testa d’ angelo….davvero di cuore….Veronica

      • Figurati, è stato un piacere. Comunque non sei la sola a non riuscire a cantare Jeff… mette in qualche modo soggezione.

  2. easter

    Sbaglio se dico che oggi una major non metterebbe più a disposizione due pullman per i giornalisti per promuovere un artista esordiente?
    Due risposte possibili: 1) di soldi ce ne sono sempre di meno; 2) di j. Buckley in giro oggi non ce ne sono proprio.

    Il discorso è naturalmente assai più complesso…. Tuttavia, che ne pensi?

    • Hai assolutamente ragione: oggi per la promozione non c’è più una lira… praticamente le major nemmeno danno più i CD, o comunque li danno con estrema difficoltà e in numero limitatissimo di copie.
      Comunque alle case discografiche, più che le qualità artistiche, hanno sempre badato alle potenzialità commerciali: Jeff era eccezionale, certo, ma ai loro occhi era anche un “prodotto” molto vendibile. E lo spingevano per questo secondo aspetto.

  3. cosimo

    Non voglio aggiungere nulla ai commenti di cui sopra, bellissimi e inappuntabili.
    C’è solo una domanda che mi pongo ogni volta che si discute del compianto Jeff o ne ascolto un brano. Possibile che ci siano così tante persone che, pur amandolo, non sono a conoscenza di quel che è stato e ha fatto il padre? Non credo sia frutto di una mia distorta visione della realtà, spesso capita di vedere sui social network canzoni di Jeff Buckley e alla domanda “conosci Tim Buckley?”, non c’è risposta.

  4. Federico, ho sperato tanto che tu pubblicassi questa trascrizione di cui mi avevi accennato durante una randomica chiacchierata.
    Mi sento in dovere di ringraziarti.
    Se per il mondo Jeff è “semplicemente” uno dei più emblematici artisti, un “chissà cosa avrebbe potuto fare se”, per me è semplicemente il più grande.
    Quella che chiamo grandezza è in realtà profondità, profondità d’animo, che ben oltre la sua musica ci porta, che con la sua spontaneità ed innocenza, che mi sembra chiaro si evincano anche dalla tua esperienza con lui, ha detto più di quanto chiunque altro abbia mai detto con un solo disco.
    Mi permetto di aggiungere che la tragedia della sua scomparsa, per di più avvenuta nel bel mezzo dei lavori per il seguito di Grace, non dev’essere un semplice motivo di compianto come per tutte le star del rock scomparse, bensì l’invito a riprendere, idealmente, da dove lui aveva lasciato.
    Imparando, tramite la sua innocenza, a ritrovare quell’intima e salvifica urgenza comunicativa che solo la musica sà soddisfare.
    Ciao e grazie.

  5. giannig77

    un grandissimo cantautore, un ragazzo sensibile, segnato in parte dall’assenza di cotanto padre. Ogni volta che ascolto Grace trattengo a stento le lacrime, è più forte di me. Grande opera prima, e un immenso rimpianto per non averlo più con noi

  6. Lo sapevo che prima o poi sarebbe stato il turno di Jeff Buckley. 🙂
    Considerato che “Goodbye and hello”, di Tim, lo metti sempre tra i primi tre posti in una ipotetica classifica dei migliori dischi rock, e il concerto di Jeff tra i tre migliori live cui hai assistito, direi che con la famiglia Buckley è amore inossidabile.
    Scherzi a parte…quando mai avremo un personaggio simile?
    Qualche hanno fa ho visto Joan as Police Woman in concerto.
    Teatro piccolo (100 posti) e atmosfera tranquilla, con Joan che si è prestata cordialmente per autografi e foto.
    Quando oggi guardo la mia foto scattata insieme a lei, quella sera, il pensiero che mi rende felice non è di essere abbracciato a Joan as Police Woman, ma di avere fatto la foto “abbracciato alla ragazza di Jeff Buckley”.

  7. giuseppe

    provo rabbia e nello stesso tempo tristezza ,due fenomeni come jeff e tim buckley morti troppo presto!!! grandi personaggi …ammiro specialmente di jeff la sincerita’ in questa bella intervista!!!

  8. stefano

    Dopo tutti questi anni non smetto di chiedermi quante e quali meraviglie avrebbe potuto regalarci questo ragazzo…

    • Già. I mezzi li aveva, il cuore anche. Sinceramente, non credo che si sarebbe perso: magari avrebbe tirato fuori un bellissimo disco ogni quattro o cinque anni, restando fuori dalla mischia.

      • Probabilmente non avrebbe fatto l’errore del padre costretto a pubblicare per contratto. Ricordiamoci degli ultimi due lavori di Tim

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