Devo

Sono una delle band-cardine della mia vita di appassionato, dato che nel 1978 la loro incredibile cover di Satisfaction dei Rolling Stones impartì una netta svolta alla mia visione del rock, convertendomi in via definitiva alla new wave. Incontrarli di persona, un annetto dopo, fu emozionante, e anche se dal 1981 in poi la loro carriera non ha mantenuto le straordinarie promesse, quanto realizzato in precedenza è più che sufficiente – almeno a mio avviso – a iscriverne il nome nella storia, a caratteri cubitali. Dei Devo ho scritto abbastanza, senza però mai realizzare la retrospettiva estesisissima e “maniacale” che meriterebbero. Prima o poi lo farò. Intanto, accontentatevi di un (pur esauriente) “bignamino”.

Devo fotoRetrofuturo
L’aggancio con l’attualità che ci ha indotto a risumare il glorioso nome dei Devo è, a ben vedere, abbastanza pretestuoso: l’uscita, che per di più risale anche ad alcuni mesi fa, della doppia antologia Pioneers Who Got Scalped curata dalla Rhino. Ogni occasione è buona, comunque, per spendere qualche parola su uno dei gruppi più originali, innovativi e brillanti tra quelli emersi dal calderone della cosiddetta new wave nel periodo cruciale degli ultimi anni ‘70. Assieme a Talking Heads e Pere Ubu, il quintetto dell’Ohio ha infatti scritto uno dei capitoli più singolari e avvincenti dell’epopea rock: anticipando soluzioni musicali, tecniche e di immagine poi destinate a divenire trend, componendo brani cui lo scorrere del tempo non ha potuto sottrarre attualità e fascino, trasformando il rito del concerto in una allucinata ma lucida fantasia multimediale, facendosi portavoce di una denuncia socio-politica che – per quanto esposta con il linguaggio del paradosso e dell’ironia – brilla oggi più che mai per profondità e concretezza. Vedevano lontano, i nostri, e l’esserne consapevoli rende ancor meno digeribile il rapido declino artistico che dal 1980 li ha portati a scadere – al di là di qualche occasionale lampo di genio – in una piatta autoparodia di loro stessi. Freedom Of Choice, il primo album in chiave pop del gruppo e l’ultimo all’altezza della sua leggenda, ha infatti posto il suggello alla vicenda dei veri Devo, che da lì in avanti hanno realizzato dischi sempre più annacquati nelle loro cadenze spesso ammiccanti alla dance e nelle loro armonie di facile presa. Di questa band “canzonettara”, peraltro assai equilibrata e professionale pur nella sua sostanziale vacuità, sono da ricordare appena una mezza dozzina di episodi autografi, oltre ai remake stravolti di Are You Experienced? e Morning Dew; sul resto è invece meglio stendere un velo pietoso, specie considerando come il cambiamento di rotta non sia stato accompagnato da quel successo su vastissima scala che probabilmente era nelle aspettative dei musicisti.
Sono ben altri, i Devo che amiamo celebrare: ad esempio, quelli che nel 1977 stupirono il mondo con una versione cyborg di Satistaction dei Rolling Stones; oppure, quelli che tra il serio e il faceto teorizzavano i pericoli di una evoluzione al contrario (de-evolution, appunto) che avrebbe fatto regredire l’uomo allo stadio della patata; ancora, quelli che per il loro esordio a 33 giri scomodarono un autentico mostro sacro come Brian Eno (che compresse forse un po’ troppo la loro carica, non impedendo comunque all’album di divenire uno dei massimi capolavori della new wave), quelli che si autocostruivano avveniristici strumenti (vedi la famosa chitarra-synth del frontman Mark Mothersbaugh) o quelli che dal vivo sapevano legare precisione metronomica ed energia quasi-punk in uno spettacolo tra i più esplosivi e coinvolgenti della storia del rock’n’roll. Unici, insomma, allora come oggi. Con buona pace di chi all’epoca li vedeva come un grottesco fenomeno da baraccone, non riuscendo ad accorgersi di quanta intelligenza, quanto estro e quanto coraggio si celassero dietro la loro policroma e pittoresca esteriorità: non a caso furono i primi artisti del loro settore ad essere gratificati di una compilation-tributo (Devotees, uscita nel 1979 per la solita Rhino) e non a caso erano, nel momento di maggior fulgore, uno dei bersagli preferiti dell’industria del bootleg.
Secondo le biografie ufficiali, i Devo si formano nel 1973 in un garage di Akron, centro industriale dell’Ohio ben noto per la produzione di pneumatici, iniziando subito a sviluppare le loro particolari idee: il cielo oscurato dallo smog, lo squallore architettonico delle fabbriche, i terribili effetti dell’inquinamento e l’alienante irreggimentazione degli operai ispirano loro il quadro apocalittico di una razza umana schiava delle macchine, degli status-symbol, dei mass-media e del finto benessere, privata ormai di ogni scintilla di individualità e di raziocinio. Ecco così spiegati i movimenti a scatti, le espressioni assenti, le tute gialle rigorosamente uniformi e identiche a quelle usate per proteggersi dalle scorie velenose (e poi tutte le altre ancora più assurde), i richiami alla tribalità contrapposta al freddo rigore della tecnologia, l’esaltazione del mongoloide come unico esempio di non-allineato alle regole, il culto del DNA, gli slogan darwiniani (“the fittest shall survive”, il più ideoneo sopravviverà), la metafora dell’uomo scimpanzè e l’alter-ego infantile Booji Boy, a delineare un sistema certo bizzarro ma organizzato con coerenza scientifica; il tutto in accordo ai principi enunciati da Mark Mothersbaugh in My Struggle (libretto illustrato di 300 pagine edito in proprio nel 1978, in cui è racchiuso il Verbo della De-evolution), che nonostante le sue eccentricità non può e non deve essere considerato il delirio di una mente folle o, al limite, uno scherzo goliardico. Sugli stessi principi, oltre ovviamente ai testi, sono fondati gli eccezionali clip della band – anche questi in netto anticipo sui tempi – raccolti nelle videocassette The Men Who Make The Music e We’re All Devo: ovvero, come giocare con le regole del music-biz (e non solo di quello) lanciando altresì subliminali messaggi di protesta.
Nell’ambito della stravagante congrega, Mark Mothersbaugh (il cantante e “filosofo”) divide la leadership con Gerald V.Casale, che suona il basso e coordina look e scenografie; i fratelli minori dei due, Bob 1 e Bob 2, si occupano invece delle chitarre, mentre il ruolo di batterista è affidato prima a un terzo Mothersbaugh (Jim) e quindi ad Alan Myers. Pochi mesi di prove sono sufficienti a costituire un ricco carnet di brani per lo più scarni, edificati su elementari linee melodiche e su arrangiamenti visionari di ritmi esili, chitarre guizzanti, alchimie elettroniche e voci filtrate che a volte mettono in luce influenze Kraftwerk ma che in buona parte si impongono per freschezza e personalità. Messo a punto il singolare meccanismo, l’ensemble comincia a uscire dall’anonimato con i primi show in ambito locale, con il formidabile video di Jocko Homo e con i singoli autogestiti Jocko Homo/Mongoloid e Satisfaction/Sloppy, che oltre a venir osannati dagli addetti ai lavori e da eminenti personalità quali David Bowie e Iggy Pop aprono alla formazione le porte di molti famosi club underground sia a New York che a Los Angeles. I 45 giri sono ristampati in Inghilterra dalla lungimirante Stiff, che ne consegna alle stampe anche un terzo non meno strepitoso, Be Stiff/Social Fools (in seguito finirà con i due precedenti nel mini-lp B Stiff), e i devo si trovano all’improvviso ad essere star: ad assicurarsene le prestazioni sono la Warner Bros negli Stati Uniti e la Virgin in Europa, e nel 1978 l’album Q. Are We Not Men? A. We Are Devo! fa il suo trionfale ingresso nei negozi di tutto il mondo, accompagnato da un imponente campagna pubblicitaria e salutato dall’unanime plauso della critica. Assieme al seguente Duty Now For The Future, edito un anno più tardi e prodotto dall’abile Ken Scott con risultati forse superiori a quelli raggiunti da Brain Eno, il disco raftifica l’ammissione del quintetto tra i massimi talenti rock di tutti i tempi, sconvolgendo con la sua esuberanza creativa, il suo perfetto amalgama di vigore, melodia, paranoia e glaciale distacco, il suo intrigante destreggiarsi tra istinitività umana e razionalità cibernetica, il suo coniugare primitivismi e atmosfere futuriste in canzoni spiccatamente originali, inni post-atomici tra i quali – oltre alle nuove versioni dei quattro hit dei primi due 7 pollici – sono Gut Feeling, Praying Hands e Uncontrollable Urge a rimanere maggiormente impressi nella memoria; così come fanno, in Duty Now For The Future, le pietre miliari che rispondono ai titoli di Smart Patrol/Mr.DNA, Secret Agent Man, Red Eye e Wiggly World.
Proiettati nell’Olimpo musicale senza nulla o quasi aver concesso alle esigenze del mercato, i Devo sembravano avere davanti una carriera luminosissima, all’insegna di moduli espressivi magari ancora più arditi e imprevedibili: assecondando le loro inclinazioni commerciali – peraltro già dichiarate in The Day My Baby Gave Me A Surprize, singolo apripista del secondo LP – i cinque di Akron attenuano considerevolmente il proprio slancio rock’n’roll, imboccando la via di un electro-pop tanto piacevole e ben articolato quanto deficitario al confronto con le vecchie proposte: nessuno dei dodici pezzi del terzo album Freedom Of Choice (tutti tranne Gates Of Steel di durata inferiore ai tre minuti) rinnova i fasti passati, e anche se le liriche restano abbastanza pungenti e lo standard compositivo si mantiene elevato (Ton O’ Luv, la title track, soprattutto Planet Earth), la sensazione che Mark Mothersbaugh e compagni si siano lasciati risucchiare nel buco nero della De-evolution è purtroppo più che tangibile.
Gli unici dischi del gruppo a non poter davvero mancare in nessuna seria collezione di rock sono dunque Q. Are We Not Men? e Duty Now For The Future, e prima ancora i brani dei primi tre 45 giri. Nel caso scoppi un grande amore, ad essi si può aggiungere Freedom Of Choice, mentre di enorme interesse – al di là della grezzezza delle incisioni – sono tre CD assemblati nei primi ‘90 dalla Ryko: Hardcore Devo Vol.1 e Vol.2, con demo inediti registrati con un quattro piste tra il 1974 e il 1977, e Devo Live – The Mongoloid Years, con stralci di esibizioni sul palco del periodo 1975-1977. Su ogni altro prodotto marchiato Devo – escluse le videocassette, imperdibili – si può invece tranquillamente soprassedere. Chi scrive, pur se appassionato devologo, non può rinnegare i sani principi dell’obiettività giornalistica e si limita a vergare un sofferto purtroppo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.419 del 21 novembre 2000. Una prima versione dell’articolo era uscita nel n.7 (settembre 1992) di Rumore.

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Categorie: articoli | Tag: | 9 commenti

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9 pensieri su “Devo

  1. Immagino che averli incontrati a soli a 19 anni ricevendo, peraltro, in dono da Mark una tuta-devo, sia uno dei più bei ricordi della tua carriera di giornalista.

    • In realtà la tuta me la regalò suo fratello Bob dopo il concerto di Roma del 1980. Di quel primo incontro ricordo, nei camerini dove i ragazzi attendevano di essere filmati per il playback di “The Day My Baby Gave Me A Surprize”, una versione di “Satisfaction” fatta solo a mio uso e consumo: Mark alla voce, Bob alla chitarra elettrica (non amplificata) e Alan alle lattine di coca cola vuote.

  2. Roberto Franco

    Ricordo che quei tesori pubblicati dalla Rykodisc, Hardcore Devo 1 & 2 e il live mi illuminarono , all’epoca della loro uscita, sulle potenzialità inespresse di questo incredibile gruppo. E’ vero, si trattava di nastri – al 90% inediti, alquanto rozzi, ma costellati di spunti a dir poco genial, che li collocavano in parte, cronologicamente, in una scia di sperimentazione parallela (e non subordinata a) quella dei Residents. Comunque, a quanto sostiene Eno, il suo potere di intervento sull’album d’esordio fu molto limitato dagli stessi Devo, vista la loro determinazione a ottenere un sicuro successo di vendite, oltre che di critica. Politica che perseguiranno anche in seguito come tu rilevi, ma ottenendo un vero succeso solo, occasionalmente, con Whip It.

    • Eh, sì. Infatti il cambiamento dopo il secondo album fu dovuto proprio alla ricerca di un successo più ampio: il primo singolo tratto da “Duty Now For The Future”, cioè “My Baby Gave Me A Surprize”, un po’ aveva funzionato, e quindi decisero di puntare maggiormente sul techno-pop (almeno su disco: dal vivo erano sempre parecchio rock).
      I due “Hardcore Devo” sono fantastici… paragonando le versioni demo a quelle poi realizzate per i dischi (“Smart Patrol” una delle più evidenti) ci si accorge di quanto siano poi cambiati.

  3. Roberto Franco

    Sì. mi ricordano un po’ i Tubes, altro gruppo in origine molto trasgressivo, come attitudine verso il successo. Non erano certo geniali come i Devo, ma tant’è. E almeno un capolavoro di musica commerciale ma futurista, “Remote Control”, secondo me, anche grazie a Todd Rundgren, lo tirarono fuori dal cilindro. Scusa la divagazione e grazie della risposta.

    • Credo di non aver mai scritto dei Tubes, ma li ricordo bene… erano decisamente “glam”, come approccio. Un giorno di questi li riesumo, ricordo che il doppio dal vivo era notevole. Todd Rundgren, per tutta la prima metà dei ’70, è stato grandissimo.

  4. Ho conosciuto i Devo grazie a te, aspetto la retrospettiva come quella dei Tuxedomoon.

  5. Hello, just wanted to mention, I enjoyed this
    post. It was funny. Keep on posting!

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