Midnight Records

Una “breve” retrospettiva su una delle etichette-simbolo del rock underground degli anni ‘80. Inevitabilmente didascalica, vista la quantità di informazioni, ma comunque preziosa… specie oggi che di molti dei dischi citati si è persa la memoria. Enjoy!

Midnight foto
Mezzanotte di fuoco
Per chi ha vissuto con attenzione le vicende dell’underground americano degli anni ‘80, il marchio Midnight ha significato qualcosa di davvero importante, e non solo per le qualità dei dischi (in vinile, è ovvio) sui quali esso faceva bella mostra di sé; nonostante il catalogo ben poco omogeneo sotto il profilo formale, pur nel rispetto di una filosofia al 100% rock’n’roll (in più di un caso, oltretutto, sconfinante in qualcosa che oggi definiremmo lo-fi), la label newyorkese ha infatti saputo creare un proprio “stile”, del quale era possibile non condividere ogni sfaccettatura ma dal quale era comunque difficile non essere interessati, intrigati o addirittura conquistati.
Hanno qualcosa di speciale, i prodotti Midnight, nelle vesti grafiche – per lo più semplici, anche se spesso coloratissime – così come nelle incisioni, volutamente mai molto sofisticate: trasudano da ogni solco una passione forte e sincera per il vero rock, lo stesso cui noi di “Bassa Fedeltà” consacriamo quotidianamente le nostre esistenze. Per tale ragione, oltre che per il nostro sadico desiderio di farvi spendere soldi, abbiamo ritenuto di dover approntare la stringata retrospettiva che ha da poco cominciato a scorrere sotto i vostri occhi.

It’s a nugget…
La storia, ridotta all’essenziale, è in fondo ben poco mitica: un signore di origine francese (J.D. Martignon), da sempre innamorato del rock delle origini (‘50 e ‘60), inaugura a New York un negozio di dischi rivolto specificamente ai cultori dell’underground, con particolare riferimento a quell’underground che traeva ispirazione dal rockabilly, dal rhythm’n’blues, dal surf, dal garage e dalla psichedelia; il negozio, grazie soprattutto al settore mail-order (avviato nel 1976), acquista notorietà e credito a livello internazionale, diventando – in parallelo a un club dal medesimo indirizzo musicale, il celebre Dive – il fulcro della nuova scena Sixties-oriented che attorno al 1983 sta prendendo piede nella Big Apple, composta da band quali Outta Place, Fuzztones, Plan 9, Vipers, Tryfles e Cheepskates. Proprio allo scopo di fornire un concreto appoggio a questi giovani (e meno giovani) talenti, l’intraprendente Martignon dà vita alla Midnight Records, basata fin dall’inizio su un principio inderogabile: l’unico requisito necessario per essere ingaggiati è piacere allo stesso JD. Vista con il senno del poi tale politica non brillava per oculatezza, giacché nel carnet dell’etichetta – al fianco di un certo numero di pietre miliari – figurano parecchi titoli la cui (relativa) invendibilità era tutto sommato abbastanza facile da prevedere; sfruttando il suo naturale carisma nei confronti degli artisti, tirando al risparmio sulle spese e operando a volte in modo anche spregiudicato (vedi ad esempio il secondo Outta Place, oltretutto quasi ripudiato dal gruppo: contiene sette pezzi e dura poco più di un quarto d’ora, ma in copertina era spacciato come un album), Martignon riesce comunque ad allestire una struttura più che efficiente, seguita con curiosità e calore da addetti ai lavori e aficionados almeno per il primo lustro di un’attività poi trascinatasi senza grandi clamori fino ai primi anni ‘90. Oggi la Midnight è pienamente operativa per quanto concerne la vendita in negozio (263 West 23rd St., New York City, NY 10011) e per corrispondenza (Box 390 Old Chelsea Station, New York City, NY 10011), e il suo vastissimo catalogo – comprendente un buon 80% della produzione propria, a prezzi spesso non lievitati – è visionabile su Internet all’indirizzo http://www.midnightrecords.com. Un avvertimento: sebbene la cosa fosse stata annunciata come imminente già nel 1991, a quanto ci risulta nessuno dei titoli della label è stato finora ristampato in CD (nemmeno su licenza): un esempio estremo e magari un po’ autolesionista di devozione al vinile, oppure una sorta di gelosia – tipica di parecchi collezionisti – nei confronti di un’epoca per forza di cose irripetibile? Difficile a dirsi. In ogni caso, ammesso e non concesso che le famigerate riedizioni in supporto digitale siano prima o poi confezionate, vale senz’altro la pena di procurarsi, prima di essere costretti a considerevoli esborsi, i pezzi più pregiati: per quanto ci riguarda, senza pretendere che il nostro parere sia condiviso, proveremo a indicarvene alcuni.

…if you dig it!
Partiamo dunque dal settore garage, che a uno sguardo superficiale sembra essere il più ricco di realizzazioni, segnalando subito come consigliati i due mini-LP dei newyorkesi Outta Place, ensemble dalla breve carriera (circa un anno e mezzo, tra l’83 e l’84) artefice di un suono grezzo e brutale enfatizzato dalla registrazione mono e fortemente caratterizzato dal canto “al vetriolo” di Mike Chandler; la qualità tecnica lascia abbastanza a desiderare ma il valore (anche storico) della band è notevole, come attestato dal fatto che We’re Outta Place è stato il primo documento discografico della scena neo-Sixties del Dive e che quattro dei cinque componenti hanno in seguito vissuto avventure musicali di rilievo: Jordan Tarlow con Morlocks e Fuzztones, Orin Portnoy con gli Optic Nerve, Andrea Matthews con Blacklight Chameleons e Freaks, Chandler con i Raunch Hands. Al giro Outta Place sono poi legati due validi 45 giri “di culto” a nome Frosted Flaykes (Tarlow e Chandler) e Twisted (Portnoy con il fratello Elan dei Fuzztones). Dello stesso livello, e dunque da non perdere, sono anche il singolo Bad News Travel Fast e il mini-LP Leave Your Mind At Home dei Fuzztones, tanto splendido nella copertina quanto caotico nell’incisione: all’epoca Martignon dichiarò che le carenze erano dovute al desiderio di mantenere inalterata la purezza e l’energia del quintetto, mentre i maligni le imputarono ad una cronica avarizia. Al di là della certezza che i risultati potevano essere migliori, il debutto di Rudi Protrudi e compagni rimane in ogni caso una delle più preziose “pepite” della miniera Midnight, così come – almeno per i patiti del genere – il ruvidissimo e convulso esordio dei Morlocks di San Diego (ex Gravedigger V), anch’esso deficitario nella forma – fedele, d’altronde, ai dettami del garage più acido e “demente” – ma vigoroso e a suo modo autorevole nella sostanza. Non sui medesimi standand qualitativi, e con l’asse sonoro più o meno spostato verso melodie di sapore pop, sono invece le prove dei newyorkesi Vipers (veterani del panorama locale, accolti alla corte di Martignon dopo un primo 33 giri su PVC) e Tryfles (dai quali sono stati generati Freaks e Headless Horsemen), degli svedesi Undertakers, degli allucinatissimi Suburban Nightmare di Chicago (i futuri Dwarves), dei californiani Hoods (ex Tell-Tale Hearts), dei newyorkesi 1313 Mockingbird Lane e dei teenager texani Cavemen.
Quasi altrettanto nutrito il filone più strettamente psichedelico, che annovera come principali rappresentanti i Dimentia 13: artefice di una formula espressiva ispirata e visionaria, la creatura del chitarrista Bradley S. Warner ha apposto la sua firma su ben cinque album – il più riuscito è Disturb The Air, il primo dei due prodotti da Glenn Rehse dei Plasticland –  non sempre del tutto a fuoco ma quantomeno capaci di intuizioni lisergiche genuine e brillanti; su spunti analoghi, sviluppati però in trame più compatte e meno dispersive, facevano affidamento anche i Plan 9 di Rhode Island, il cui organico è giunto a comprendere contemporaneamente anche cinque chitarristi: accantonando il live I Just Killed A Man, I Don’t Want To See Any Meat, peraltro più che onesto, il buon senso impone di concentrare le proprie bramosie di possesso sull’eccellente Dealing With The Dead, dalle atmosfere in perfetto equilibrio tra delicatezza e inquietudine. Assai più morbidi e onirici gli Absolute Grey della cantante Beth Brown, di orientamento folk (fra i tre 33 giri del combo di Rochester votiamo per What Remains, il più rockeggiante), mentre per quel che riguarda gli anglofili Plasticland, originari di Milwaukee, c’è da compiere una non agevole scelta tra il delizioso singolo (di studio) Flower Scene e due album dal vivo: il primo, Confetti, commemora fantasiosamente il loro decennale, e il secondo, You Need A Fairy Godmather, li vede accompagnare il guru Twink (Tomorrow, Pretty Things, Pink Fairies) in un excursus attraverso i suoi vent’anni di rock’n’roll (al giro Plasticland, inoltre, appartengono i Fabulon Triptometer di Glenn Rehse e i Gothics di John Frankovich, quest’ultimo responsabile anche del progetto Frank O’Fest). E anche se la psichedelia non c’entra granché, citiamo in questa sezione un altro singolare incontro generazionale avvenuto nel contesto di un concerto, quello dell’anziano ma sempre invasato Screamin’ Jay Hawkins – che per la Midnight ha anche confezionato un LP a suo nome – con i Fuzztones: il 12”EP in questione, Live, contiene quattro crudi “voodoo R&B” tra i quali una terrificante versione della classicissima I Put A Spell On You” che, tanto per non smentire il titolo, getta un (maligno) incantesimo su chi la ascolta.
Naturalmente non è finita qui, giacché nella miscellanea conclusiva – come già detto, la Midnight non disdegnava la poliedricità – sono presenti articoli da non trascurare, a cominciare dai tre volumi della serie di compilation Midnight Christmas Mess (gustoso il gioco di parole, sottolineato sulle copertine, tra “mass”, messa, e “mess”, disordine o pasticcio) dove molti dei protetti della label e ospiti appositamente reclutati si cimentano in proprie personalissime interpretazioni sul tema del Natale (ben più blanda, nonostante la quantità di inediti, è al contrario l’unica altra raccolta in elenco, Hanging Out At Midnight). Seppure globalmente apprezzabili, non fanno strappare i capelli gli Iguanas di Kansas City, dediti a un cupo rock’n’roll dalla decisa impronta stoogesiana, mentre i canadesi Deja Voodoo, alle prese con un r’n’r sgraziato e scheletrico su cui si eleva una voce ridicolmente cavernosa, non riescono a sembrare nulla più di una (pessima) parodia dei Cramps (e chissà che qualche pazzo, visto l’attuale clima di esaltazione per il lo-fi, non decida di rivalutarli). Per il resto, di tutto un po’, senza clamorosi picchi né verso l’alto e né verso il basso: dal cajun (Lucky 7) all’aspro R&B (i Senders e i loro eredi Backbones), dal roots-rock di varia natura (Howard & Tim’s Paid Vacation, con Tim Lee degli Windbreakers, e Woofing Cookies) al rock’n’roll più o meno marcatamente Fifties (i Mighty Mofos, ex Hypstrz; i Wanktones, cioé gli Slickee Boys sotto mentite spoglie; gli Zantees dell’ex Cramps Miriam Linna, titolari del primo album e del primo singolo del catalogo), dal mod-rock (Mod Fun) al surf (Mark Noone degli Slickee Boys) fino al guitar-pop (Dan, Herrera & The Handouts, Cheepskates, Wind). Ed è tale policromia stilistica, tutt’altro che comune per il periodo (a parte la francese New Rose, quasi tutte le indipendenti degli ‘80 preferivano limitare il proprio campo d’azione) a farci qualificare la Midnight come un’etichetta “illuminata”, a dispetto dei tanti lavori francamente prescindibili. Diavolo di un J.D., ci hai fregato anche stavolta…
Tratto da Bassa Fedeltà n.8 del luglio/agosto 1998

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Categorie: articoli, etichette | Tag: , | 10 commenti

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10 pensieri su “Midnight Records

  1. cosimo

    Etichetta seminale per le uscite garage.

  2. savic

    La Midnight ha sempre avuto il logo più bello di tutti. Ha alternato uscite bellissime ( specie nei primi anni 80) a cose meno belle. Non ho mai capito perchè ad un certo punto abbia lasciato New York per buttarsi su gruppi inglesi ( con risultati non sempre super). Però Snake Corps ( ex sad lovers and giants) e Underlings avrebbero meritato di più. Sbaglio o pure Robyn Hitchcock ha inciso per loro?

  3. Anonimo

    Ciao Federico,

    ho cercato Slickee Boys sul tuo sito e mi è apparso quest’articolo e l’ho fatto per dirti che stasera sono orgoglioso di postare Cybernetic Dreams Of Pi. Ho scoperto un paio di anni fa una canzone che non conoscevo : tratta da Vindicated! A Tribute To The Fleshtones Headlock On My Heart la quale mi ha fatto anche a me la mossa del wrestling al cuore!

    Ugo

  4. Marco Reina

    Ciao Federico,
    sono Marco Reina, scrivevo su Rockerilla alla fine degli anni settanta/inizi ottanta.
    Lo avrai magari gia’ saputo, ma e’ da pochissimo mancato JD Martignon.
    RIP.
    Un saluto,
    Marco

    • No, non lo sapevo… dispiacere sincero. Me lo ricordo nel 1988, a New York, a frugare in quel suo incasinatissimo retrobottega a cercare dischi strani che gli avevo chiesto. Spigoloso ma a suo modo cortese, appassionato autentico. Grazie per tutto quello che ci ha dato.

  5. marktherock

    avrei voluto salutare Marco Reina (il divulgatore neo-sixties negli ’80 cui devo tutto o quasi…) per altre ragioni. Mi unisco pertanto al commosso coro dei ringraziamenti per JD Martignon. RIP, Grande Maestro

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