Nirvana

Quello qui recuperato non è un articolo particolarmente riuscito e/o significativo, bensì un pezzo scritto per tappare il buco creatosi in seguito all’annullamento di un’intervista. Insomma, andò che Rumore – per il quale ai tempi collaboravo – voleva mettere in copertina i Nirvana a poche settimane dall’uscita di In Utero, e Claudio Sorge mi affidò la chiacchierata con Kurt Cobain promessaci dalla Geffen/BMG; l’incontro telefonico fu rimandato varie volte (un inenarrabile stillicidio) e quando ormai fu palese che la chiamata non sarebbe più giunta, con la rivista pronta ad andare in stampa ad eccezione delle tre pagine riservate al trio di Seattle, si optò per un approfondimento sul disco con il corredo di un paio di box (una selezione di dichiarazioni di Cobain tradotte dalla stampa estera e la cronistoria di una pesantissima polemica ai tempi di attualità che aveva coinvolto il leader della band e l’autrice di un libro non autorizzato): non essendoci ancora Internet e la conseguente diffusione immediata di ogni genere di notizia, per i lettori si trattava comunque di un buon servizio. Sebbene superato dai fiumi di inchiostro poi versati sui Nirvana, l’articolo principale ha però ancora il suo perché: se non altro, come testimonianza di giorni lontanissimi – per certi versi, persino più di quanto facciano pensare i quasi vent’anni (!) già trascorsi – nei quali scrivere di musica era molto diverso da oggi.

Nirvana fotoDietro la maschera
Pochi album hanno modificato il corso della storia della nostra musica come Nevermind dei Nirvana: non per il suo valore intrinseco, non superiore a quello di opere analoghe non altrettanto baciate dalla buona sorte, né per avere definitivamente imposto agli occhi del mondo la scena di Seattle, quanto per la sua incidenza sulle strategie artistico-promozionali delle mejor e per l’autorevolezza con cui ha spazzato via i deliranti presagi di “morte del rock” concepiti dalle frange più ottusamente malate di protagonismo della critica internazionale. E conforta non poco, davvero, il sapere che il successo planetario di quel lavoro non sia stato pianificato da chissà quali “teste d’uovo” del settore marketing, ma sia invece scaturito da un’alchimia di circostanze tanto casuale e complessa da essere del tutto indecifrabile, oltre che probabilmente quasi impossibile da ricreare in vitro Un trionfo di freschezza e istinto, insomma, sulla plastificata asetticità del music-biz ufficiale, del rock della provincia su quello ben piu organizzato di Los Angeles o New York, dell’abrasività e del vigore di stampo punk sui garbati cliché del pop di consumo, per un’esperienza unica e travolgente che rischiava però di soffocare anzitempo il fuoco della band: quanti rocker underground giovani e immaturi, ascesi all’improvviso all’Olimpo delle star, saprebbero infatti mantenere la lucidità e l’equilibrio necessari a non perdere di vista i propri obiettivi, a superare indenni le conseguenze spesso negative della popolarità, a riconoscere ed evitare le trappole aperte davanti ai loro passi dalla facile ricchezza e dalle sue tentazioni?
Dalla fine del 1991 a oggi i Nirvana, e Kurt Cobain in primis, hanno avuto vita tutt’altro che semplice: i ritmi concitati imposti dalle esigenze promozionali, le polemiche con una stampa interessata più ai vizi privati che alle pubbliche virtù, i (piccoli) guai con la giustizia e i (grandi) guai con gli stupefacenti hanno rischiato di inceppare un meccanismo quasi troppo perfetto per essere vero, e di compromettere la riuscita dell’album con il quale il terzetto di Seattle doveva rinnovare i fasti di Nevermind e imporsi in pianta stabile come uno dei gruppi-guida del rock del decennio. Fortunatamente, però, le legittime aspettative non sono state tradite, al punto che In Utero ha addirittura superato il suo predecessore (escludendo dal computo Incesticide, l’antologia di rarità edita alla fine dello scorso anno) in termini di sostanza oltre che di forma; il Kurt Cobain che nell’iniziale, insinuante Serve The Servants intona “l’angoscia adolescenziale ha pagato bene / ma ora sono annoiato e vecchio” non è lo stesso di Smells Like Teen Sperit, così come la sua musica ha acquistato in profondità e forza visionaria quello che a tratti ha smarrito in irruente immediatezza, ma a dispetto delle affermazioni del leader nel disco non v’è traccia di tedio o spossamento. E in fondo, alla Iuce di quanto frenetici siano stati gli ultimi due anni di attivita dell’ensembIe, non c’è da stupirsi che questa sua nuova fatica – sulla quale aleggiano spesso le atmosfere di Bleach, il debutto adulto dell’ormai lontano 1989 – esprima persino nel titolo Ia necessità di un parziale “ritorno alle origini”.
Non è un album diretto, In Utero: appare, anzl, quantomai introverso e ripiegato su se stesso, sia negli episodi piu convulsi e graffianti (Scentless Apprentice, Very Ape, Milk, Radio Friendly Unit Shifter, Tourette’s, la ubriaca Gallons Of Rubbing Alcohol Flow Through The Strip che nell’edizione europea del CD affiora dopo ben venti minuti di silenzio), sia in quelli dove la (perversa) indole melodica dei Nostri prende il sopravvento sul desiderio di aggredire. Ed a proprio nell’ambito di questi ultimi, almeno a parere del sottoscritto, che si trovano i capolavori: la gia citata Serve The Servants, poderosa ballata dall’irresistibile refrain; Heart-Shaped Box, singolo apripista che alterna sapientemente narco-pop e scatti di furia chitarristica; Rape Me, a meta tra Polly e Smells Like Teen Spirit, destinata al ruolo di hit nonostante le liriche provocatorle; Frances Farmer Will Have Her Revenge On Seattle, dedicata all’attrice che i coniugi Cobain hanno voluto omaggiare anche battezzando con il suo nome la loro primogenita; Dumb, avvolgente litania sulla tossicodipendenza di Kurt, impreziosita da uno splendido violoncello; Pennyroyal Tea, scritta a quattro mani con Courtney Love, a proposito di un metodo casalingo di aborto; All Apologies, dalle (nemmeno tanto) vaghe assonanze R.E.M., che come Heart-Shaped Box ha subito un remix a opera di Scott Litt. Dai solchi è invece stata esclusa all’ultimo momento la programmatica I Hate Myself And I Want To Die cui in origine era stato affidato il ruolo di title track, mentre la contestata copertina raffigurante “Brunhilde: la donna trasparente” (una statua conservata nello Smithsonian Museum Of Science, usata per illustrare ai visitatori l’anatomia femminile), sulla fotografia della quale sono state dipinte un paio di ali, non ha subito censure. Per la prima volta nella storia della band, poi, all’interno della confezione sono contenuti i testi, brevi sequenze non sempre comprensibili di immagini crudemente poetiche che la dicono lunga sulla metodologia compositiva in stile burroughsiano di Kurt: una devozione, quella per l’inventore del cut-up, che il vulcanico Cobain ha avuto anche modo di sottolineare apertamente, fornendo la sua chitarra come base alla recitazione dell’anziano maestro (il frutto del bizzarro connubio, un lungo brano all’insegna del feedback, è racchiuso nel 10 pollici The Priest They Called Him, edito di recente dalla T/K).
In un’intervista rilasciata alcuni mesi or sono, Kurt Cobain, con fini forse scaramantici, sosteneva che In Utero avrebbe lasciato l’amaro in bocca a una buona metà dei fan dei Nirvana: una conferma della tesi non deporrebbe certo a favore dei suddetti fan, evidentemente non abbastanza innamorati dei propri beaniamini da sforzarsi di superare l’impatto (un po’ ostico, a onor del vero) dei primi due/tre ascolti. Per quanti sapranno scavare sotto la sua dura corteccia, mettendone a nudo lo spessore sonoro e soprattutto l’anima ambigua ma ricca di fascino, In Utero sarà invece una delle piu folgoranti esperienze regalateci (si fa per dire) da un post-grunge ancora troppo giovane per morire. In barba a chi lo ha gia sepolto per inseguire chissà quale nuovo (?) trend.
Tratto da Rumore n.20 dell’ottobre 1993

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Categorie: articoli | Tag: , | 14 commenti

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14 pensieri su “Nirvana

  1. daniele mei

    bellissimo articolo!

  2. Anonimo

    ho rumore originale con questo articolo…(a dire il vero li ho tutti,dal n.1 ad oggi)…

    • Io ci ho scritto fino quasi al 100 (me ne andai per screzi con Campo), ma ho continuato a comprarlo fino a oggi. Fino a metà ’90 è stata davvero una grande rivista.

  3. ufficio-stampa&promozione

    Mi affascina sempre conoscere i retroscena degli articoli. Dettagli che danno colore alle parole 🙂
    Buonissimo articolo, che porta l’attenzione su ciò che, negli anni a venire, è stato confermato.

  4. Brividi e tristezza nel leggere quel “…superare indenni le conseguenze spesso negative della popolarità…”.
    Dici che In Utero è addirittura superiore a Nevermind?
    La cosa che mi ha sempre stupito è che non sono semplicemente due “grandi album” (come potrebbe essere, ad esempio, un lavoro con 5, 6 pezzi forti e il resto di mestiere), ma dischi che contengono una canzone più bella dell’altra, senza risparmio; roba che, se diluita, poteva alimentare una mezza dozzina di album.

  5. easter

    Ammetto di non aver amato mai molto i Nirvana, soprattutto per motivi non musicali. L’incrocio droga-depressione-suicidio mi fa orrore, cerco di tenermene ben lontano per motivi che non sto qui a spiegare.
    Ma non posso che ringraziarli per avermi fatto conoscere i Vaselines…

  6. easter

    Sì, soprattutto i Meat Puppets, dei quali adoro Huevos e Forbidden Places. I gusti musicali del povero Kurt erano davvero inattaccabili

  7. donald

    “In Utero” è il mio preferito dei Nirvana, e uno dei 2 dischi che mi fece cambiare prospettiva musicale a 360 gradi rendendomi quello che sono, musicalmente parlando (ma non solo). L’altro disco è “Blur” dei.. indovina un pò? 😀

  8. Pingback: Kurt Cobain | L'ultima Thule

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