Flaming Lips

Pur non apprezzandone alla stessa maniera tutti i dischi, amo alla follia il “concetto” Flaming Lips. E poi, ma questo è scontato, li considero una delle band più geniali emerse nell’ambito del rock americano dagli anni 80 a oggi. Intervistare Wayne Coyne ai tempi di At War With The Mystics, per l’articolo di copertina del Mucchio, fu proprio una bella esperienza.

Flaming Lips fotoPolicromatismi
Conoscendo la musica e la storia dei Flaming Lips è quasi scontato, in previsione di una chiacchierata con quel Wayne Coyne che della compagine di Oklahoma City è cantante, chitarrista, tastierista, teorico e fulcro, prepararsi psicologicamente all’idea che si avrà a che fare con un flippato cronico, di quelli che si fatica a seguire perché partono per la tangente, non chiudono i discorsi, imbottiscono le frasi di silenzi e magari parlano anche con un accento assurdo. Invece, no: Wayne è lucido, puntuale, comprensibile ed entusiasta di raccontarsi e spiegarsi… e comprimere gli oltre tre quarti d’ora di telefonata nel pur ampio spazio a disposizione si è rilevato un’impresa titanica.
Dalla metà dei ’90 pubblicate un disco ogni tre/quattro anni. È questo il tempo di cui avete effettivamente bisogno per preparare un nuovo album?
Prima ne facevamo passare un paio, e ci sembrava bastassero anche per suonare il più possibile dal vivo. Da The Soft Bulletin il divario fra gli album ha iniziato ad aumentare, e l’ultimo silenzio è durato quattro anni. Penso che per i Flaming Lips il mondo sia diventato più grande: quando realizziamo un disco se ne parla più a lungo. Inoltre possiamo fare più concerti… per Yoshimi Battles The Pink Robots abbiamo portato in giro due tour completamente diversi, e non dimentichiamoci del film Christmas On Mars! È pure vero che per registrare impieghiamo un bel po’: non ci mancherebbe la capacità per farlo più rapidamente, ma non dandoci fretta possiamo lavorare più finemente su suoni e strutture.
Il mondo, comunque, non si dimentica di voi: i Flaming Lips sono sempre attesi con un certo interesse.
È proprio quel che vogliamo: evitare la scontatezza e far sì che nessuno dica con sufficienza “oh, hanno fatto uscire un altro disco”. Percorrere nuove strade, poi, è anche una sfida per noi stessi, per mantenere alti i nostri stimoli.
La vostra evoluzione artistica è, in effetti, sorprendente.
Credo anch’io che pochi, e noi stessi non apparteniamo alla categoria, avrebbero potuto prevedere che saremmo finiti a suonare questa sorta di musica “celestiale”. Avere tutto il tempo che occorre per sviluppare le proprie idee è qualcosa di meraviglioso, ci consideriamo fortunati.
I vostri cassetti sono pieni di incisioni inedite?
Ci capita di non diffondere materiale che riteniamo sotto gli standard… ma non abbiamo tesori nascosti, non c’è una “vita segreta dei Flaming Lips”: lavoriamo sulle nostre canzoni specificatamente per il disco da pubblicare. Abbiamo registrazioni inedite, specie dal vivo, che speriamo di portare prima o poi alla luce, ma niente di stupefacente. Di At War With The Mystics esistono quattro o cinque outtake: belle canzoni, ma non dissimili da quelle che abbiamo scelto… non intendiamo allungare troppo la durata dei dischi e meno che mai pubblicare CD doppi, una pratica oggigiorno davvero abusata.
Avete annunciato l’album con una traccia disponibile per il download, The W.A.N.D.: un brano più duro, un po’ diverso dagli altri. Come mai?
Non vedo The W.A.N.D. così differente dal resto del disco, mi pare che rappresenti uno dei due o tre mood che si alternano in scaletta. Ci sono altre canzoni nella stessa vena, che parlano di magia e poteri nonché di mettere in discussione le autorità e contemporaneamente se stessi, come ade esempio le prime due, The Yeah Yeah Song e Free Radicals.
Ecco, i testi: dopo la stravaganza e il distacco dal reale ai quali siamo stati a lungo abituati, affiorano temi più concreti. Cosa è cambiato nel tuo approccio alle parole?
Storicamente, i Flaming Lips paiono professare una sorta di “ottimismo psichedelico” che una parte del mondo segue con genuino entusiasmo… ma non mi va di passare agli occhi della gente come un hippy che ha assunto venti dosi di LSD. Al contrario, sono perfettamente consapevole di quel che mi accade intorno, anche se non ho una soluzione ai problemi che ci affliggono…. sebbene sia sicuro che la soluzione non è ascoltare Bush. Credo nell’idea di cantare qualcosa di radicale anche sapendo che non modificherà la situazione: non sapendo fare di meglio, ci limitiamo a urlare il nostro disagio.
È curioso che tali riflessioni giungano a quarantacinque anni, dopo quasi un quarto di secolo in cui è parso che vivessi su un pianeta tutto tuo.
Non ho mai nascosto che mi è sempre piaciuto usare l’immaginazione fino a creare universi paralleli, ma non tutti i miei testi sono all’interno di questo filone: anzi, trovo che le mie liriche più riuscite siano quelle nelle quali parlo di questo mondo, di esperienze vere di vita, morte, amore: naturalmente, alla mia maniera, cercando di essere colorato e unico. Oggi, pur conservando la mia attitudine “psichica” e l’entusiasmo, voglio però esprimermi in modo più preciso e universale.
In At War With The Mystics, infatti, sono citate persone che esistono per davvero, musicisti compresi: questo è un altro sintomo evidente del tuo voler stare “con i piedi per terra”.
Certo, alla fine il mondo reale è tutto ciò che abbiamo! Quanto contano le persone che amiamo, o gli animali che vivono con noi? Non si può non essere saldamente legati alla realtà. Non cerco di fuggirne… e, poi, per andare dove? E anche le atmosfere oniriche che creiamo sono fatte con una materia che appartiene a questo mondo. Amo la realtà, amo il mondo, amo sapere che odore, sapore e consistenza ha, e questo è splendido.
Perché Pompeii am gotterdammerung non è cantata da te?
È una decisione che abbiamo preso solo alla fine. Dopo avere registrato tutte le parti strumentali abbiamo aggiunto una traccia con la voce di Steven, stratificata in modo da farla sembrare una sorta di coro di più persone invece che un singolo. Così, senza dare troppa importanza alla cosa, l’abbiamo messa da parte per poi riascoltarla circa tre mesi dopo: all’inizio ci sembrava non funzionasse e ci fosse bisogno di reincidere la voce, ma poi ci siamo resi conto del contrario. Ma non voglio che si pensi che non sia coinvolto in ciò che riguarda la band, che non abbia interesse in ogni singolo aspetto che la riguarda. Io, Steven, Michael e Dave siamo tutti lì, nessuno forza gli altri o detta regole ferree, siamo parte di un unicum. In realtà questo disco ha molti pezzi: anche se la tracklist dice dodici, dietro a questo numero c’è dell’altro. Ho voluto creare un diversivo per il pubblico con un brano dove a cantare non sono io.
Nella vostra musica prestate molta cura ai dettagli: che metodo seguite nello sviluppare gli arrangiamenti?
È il bello dello studio, come abbiamo capito addirittura ai tempi dell’EP d’esordio, oltre vent’anni fa. Non siamo tecnicamente formidabili ma con un po’ di manipolazioni, aggiungendo qualche stranezza nel calderone, il risultato è interessante all’ascolto; sebbene i nostri primi passi fossero “punk”, abbiamo subito imparato ad apprezzare i particolari, e se c’è qualcosa in cui mai ci è capitato di perderci è la complessità del quadro d’insieme costituito dalla miriade di dettagli: plasmiamo una nota il più possibile, e così a volte modifichiamo il significato originario di una canzone. Funziona in due modi differenti: a volte ci imbattiamo, o forse sarebbe meglio dire inciampiamo, in un suono, ed è quello che è successo con It’s Dark… Is It Always This Dark? e sul finale di The Sound Of Failure, dove ho scoperto per caso strutture con echi particolari e, ritenendole brillanti, ho pensato che avrei dovuto trovare il modo di inserirle in quel contesto. Al contrario, pezzi come Goin’ On si basano su una base più formale, su un songwriting inteso nell’accezione classica, scrittura a tavolino di musica e testi: in tali casi è necessario scoprire quali suoni e quali atmosfere sono in grado di funzionare con le strutture che hai composto. È un processo altalenante: se hai fortuna, mentre brancoli nel buio, “incontri” non solo una canzone o una melodia ma un intero sound in grado di guidarti. È accaduto in The Yeah Yeah Yeah Song, per esempio, che mi appare semplicemente perfetta: è come se lungo la strada della composizione avessimo incrociato solo semafori verdi, senza essere mai costretti a fermarci.
Mi è capitato di scrivere dei Flaming Lips come di una sorta di ibrido fra Brian Wilson, Van Dyke Parks e Frank Zappa. Cosa pensi di questa definizione?
La considero un grande complimento. Sono tutti artisti legati a filo doppio alla loro musica così come lo siamo noi, caratterizzati da quella totale libertà espressiva e quella totale fiducia nei propri mezzi che sono parte integrante di ciò che facciamo anche noi. L’introspezione, la complessità del suono e gli arrangiamenti inaspettati sono elementi che in Brian Wilson e in Frank Zappa, e in misura minore in Van Dyke Parks, hanno un’importanza cruciale. Oggi è così anche per noi, ma magari un giorno ci metteremo a fare cose più semplici e scontate semplicemente perché le riterremo divertenti e, oltretutto, ci permetterebbero di abbracciare un pubblico più ampio ottenendo al tempo stesso un maggiore ritorno economico. Essere complicati è divertente, ma a suo modo lo è anche essere semplici. Il nostro nuovo disco, però, è ancora sulla linea di Zappa e Wilson: anzi, vanta anche elementi di potenza e grandiosità che si potrebbero riscontrare in un ipotetico punto d’incontro fra i  Black Sabbath ed Herbie Hancock. Un rock, insomma, bizzarro e guidato da strane dinamiche, al punto che contiene cambi di direzione, sia musicali che di testo, che tuttora mi sorprendono e ci distinguono dai clichè del rock così come – penso, per dirne una, a Free Radicals – dalle classiche canzoni di protesta hippie. Siamo più filosofici, delicati e intimisti, ricercando un messaggio dentro di noi… ma spero che quello che abbiamo prodotto possa lavorare efficacemente su più livelli.
Ritieni che “psichedelia” sia sempre il termine più adatto per un primo inquadramento del vostro stile?
Credo che sia una questione soggettiva, in quanto ognuno ne ha la propria concezione. Quando penso a qualcosa di psichedelico penso ad artisti come Radiohead, My Morning Jacket o Aphex Twin, e mi rendo conto che si tratta di un’accezione diversa da quella delle masse. È musica che espande la mente e che risolve una parte importante di sé nella costruzione delle giuste atmosfere, finendo per non dare semplicemente la sensazione di una performance eseguita da un gruppo di musicisti ma di un qualcosa dotato di una propria atmosfera nella quale è possibile la vita. E pensando alla musica psichedelica, quindi, penso ai My Bloody Valentine, ai Pink Floyd e ai Beatles, gruppi che hanno plasmato suoni che paiono colori trasposti in musica. Uso anche espressioni come “psichicamente colorata”, “musica espressionista” o anche “musica cromaticamente astratta”, ma credo che tutto si riconduca alla propria interpretazione della psichedelia.
A tale proposito, avete già deciso le coreografie del vostro prossimo tour? Siamo abituati a essere stupiti con effetti speciali.
Non sappiamo ancora cosa proporremo, ci stiamo lavorando… del resto fino a poco tempo fa siamo stati impegnati con la realizzazione di un CD e un DVD, ma di sicuro faremo dei concerti e per fervida sia la tua immaginazione ti imbatterai sempre in qualcosa di nuovo! Abbiamo fatto di tutto, dal portare sul palco ballerini vestiti da animali di peluche alla famosa bolla d’aria: chi si aspetta altre trovate del genere non sarà deluso, e sono certo che troverò qualcosa di adatto, qualcosa che si presti bene ad accompagnare queste canzoni epiche che parlano delle sfide della vita. Ora come ora non saprei, ma dammi un paio di mesi. Comunque lasciami dire che l’elemento più esaltante di un concerto dei Flaming Lips è il pubblico, sempre entusiasta ed energico, un pubblico che con il suo ottimismo ti rende a tua volta ottimista. Quando faccio qualcosa di strano è entusiasmante, ma quello che accade in quel momento fra la folla lo è ancora di più, e ci sentiamo tutt’uno con questa massa di persone che ha deciso di stare con a noi.
E il recente concerto a bordo di una nave da crociera?
È stata un’esperienza che non avrei neanche potuto immaginare, quella di trovarsi a suonare su una nave davanti a tremila spettatori: il viaggio della vita! Senza prendere LSD o ecstasy, siamo stati in piedi per quattro notti di fila, c’era gente che andava in giro nuda sul ponte alle cinque di mattina… grandioso! È stata un’opportunità che non potevamo rifiutare, una di quelle cose colorate e divertenti che andiamo cercando: nella mia vita voglio continuare a vivere storie interessanti, anche che esulino dal semplice far parte di una band, registrare dischi, andare in tour. Logisticamente ci ha portato via parecchio, ma in definitiva non abbiamo dovuto fare cose molto diverse da quelle che di norma facciamo quanto siamo in giro. Credo che i fan si siano divertiti moltissimo, anche per la possibilità di stare con noi magari a colazione o a cena: un rapporto con il pubblico molto più intimo, l’opposto di quei gruppi che volano in elicottero e non si mischiano alla gente comune. Quello che può darti il pubblico non ha prezzo: ad esempio, sentire le storie di persone che ti raccontano come la tua musica si rapporta alle loro vite, magari dicendoti che gli hai dato la forza di superare la perdita di una persona a loro cara, è meraviglioso. Ogni volta che ho la possibilità di parlare per mezz’ora con qualcuno, che sia della nostra musica o delle loro vite, lo faccio, è qualcosa di fantastico.
Quanto credi che il lavoro con Dave Fridmann abbia influito sul vostro stile?
Lui non può essere visto separatamente da noi, abbiamo collaborato così a lungo e così intensamente che in studio è in tutto e per tutto un altro membro della band. Le sue capacità, la sua autorità e la sua intensità ci hanno formati molto, ed è un catalizzatore formidabile per la nostra energia. Posso recarmi in studio con un’idea molto abbozzata e limitata, sapendo che lui la espanderà e sarà in grado di farla funzionare insieme a quelle degli altri grazie alle sue competenze e alla sua immaginazione. Oggi un produttore deve essere preparatissimo e sapere dove sta andando, o meglio dove sta per andare la musica, e Dave è così. A volte, però, né noi né lui siamo preparati, e lui, semplicemente, intraprende il nostro stesso viaggio nella sperimentazione, senza però mai perdere di vista la propria professionalità e la propria precisione. E vuole sentirsi parte del tutto, avere la possibilità di esprimersi; al tempo stesso, però, il suo costituisce, per noi tre, un preziosissimo punto di vista oggettivo, in quanto soprattutto a me e a Steven capita di essere ossessionati dalle nostre idee a tal punto da non riuscire a renderci conto se siano valide o meno. Lui, al contrario, ci riesce alla perfezione.
Nella vostra discografia mi sembra di distinguere tre o quattro periodi, l’ultimo dei quali è iniziato con The Soft Bulletin. La vedi allo stesso modo o consideri la vostra vicenda musicale una sequenza senza soluzione di continuità?
La penso esattamente come te, e infatti non sarebbe un’eresia dire che questi sono i Flaming Lips mark IV, per utilizzare una terminologia in auge. La prima fase è durata dal 1984 fino a cinque anni dopo, a In A Priest Driven Ambulance. Il secondo momento chiave è stato l’ingresso di Steven Drozd, avvenuto nel 1993 con Transmissions From The Satellite Heart. Da lì, complice la nostra maggiore esperienza, siamo cambiati ancora, aggiustando qualcosa intorno al 1997 e diventando quelli che siamo tuttora, appunto con The Soft Bulletin. Non so cosa accadrà in futuro, ma oggi siamo ancora in questo quarto o quinto periodo.
Molti vi vedono come un gruppo “strano”, e sono certo che alla Warner condividano tale opinione. Qual è il segreto della lunga relazione con la vostra etichetta?
Si avvicinarono a noi senza curarsi della nostra stranezza, volendoci per quello che eravamo. La chiave del rapporto che ci lega a loro è la fiducia reciproca: alla Warner volevano che fossimo originali e strani, amavano l’idea di darci totale libertà artistica per poi vedere cosa sarebbe successo. E i risultati, anche se non sono mancati i periodi di preoccupazione, hanno ripagato entrambi.
Ok, ma non posso credere che non abbiano osteggiato in alcun modo un progetto stravagante come Zaireeka.
Fortunatamente in quel periodo si trovavano nel pieno di una fase di riassetto aziendale, e oltretutto stavano lavorando a grosse uscite che assorbivano la quasi totalità delle loro attenzioni. Così abbiamo detto loro che avevamo intenzione di realizzare un disco che non richiedesse sforzi di marketing né budget elevati, poiché avevamo riconoscibilità tale da poterlo piazzare sul mercato senza particolari accorgimenti. Comunque sia, eravamo solidali con gli sforzi dell’azienda e non avremmo mai tirato fuori un album invendibile come Metal Machine Music di Lou Reed; al tempo stesso, loro erano solidali con la nostra volontà di fare musica bizzarra ed esoterica, che divaga in sperimentazioni nonostante il potenziale commerciale. Insomma, abbiamo cooperato pienamente anche in quella circostanza.
Gli ultimi mesi sono stati ricchi di novità per voi: due DVD, l’edizione estesa di The Soft Bulletin… dobbiamo aspettarci altro?
Prima o poi faremo uscire degli altri DVD, magari in allegato a titoli del nostro catalogo: ci piace avere più dischi in uscita, occupare spazio nei negozi è una bella sensazione. Vorremmo fare qualcos’altro per i fan più affezionati: ad esempio, se la Warner fosse d’accordo sul realizzare un DVD di The Soft Bulletin ne saremmo entusiasti, anche perché così potrebbero attirare un folto gruppo di appassionati spendendo il nome di un album che ha venduto milioni di copie. Insomma, cerchiamo di sfruttare ogni occasione che ci è concessa.
Cambieresti qualcosa nello svolgimento della tua carriera, se potessi tornare indietro?
Ovviamente cercherei di appianare le incomprensioni che ho avuto con varie persone: ma nella vita, se sei fortunato, puoi accorgerti che c’è la possibilità di rimediare anche dopo. A volte, all’interno del gruppo, abbiamo lottato per varie questioni, anche stupide. E poi c’è il disco che abbiamo fatto con Keith Cleversley, Transmissions From The Satellite Heart: anche se ha un suono grandioso, avrei preferito di gran lunga registrarlo con Dave Fridmann. Ma tutto sommato non è un vero e proprio rimpianto, alla fine è stato semplicemente qualcosa di diverso. È ovvio che nella vita ci sono sempre delle cose che cambieresti, ad esempio la morte di mia madre… vorrei che fosse ancora qui e potesse ascoltare le cose che faccio, staremmo sicuramente bene… ma sai, alla fine sono gli eventi che ti accadono a renderti quello che sei, per quanto mentirei se dicessi che rifarei tutto nello stesso modo.
Quale consideri il tuo più grande successo come artista?
Penso The Soft Bulletin, che ci ha resi ricchi e ci ha fatto cambiare faccia. Alla fine, il trucco è non annoiarsi e avere un’attitudine ottimistica. Non fraintendermi, penso che anche quello che stiamo facendo adesso sia grandioso, ma quel momento in cui mille cose avrebbero potuto andare storte è stato un vero trionfo. E da lì ho iniziato ad avere una sorta di legame empatico verso il mondo, e il mondo ha instaurato lo stesso legame con me.
Ma non rimpiangi nemmeno un po’ l’epoca in cui la vostra musica era acida, grezza e distorta?
Direi di no. Alla fine, quando si analizza la nostra evoluzione toccando tutte le aree che abbiamo esplorato, si nota che lavoriamo soprattutto per noi stessi, andando dove le nostre menti ci portano: non facciamo calcoli né tentativi di capire il pubblico. Quando guardo indietro mi piace quello che vedo, e quasi me lo sono dimenticato… riascoltando quel che facevamo nel 1984 potrei sorprendermi della nostra stessa follia. Ma la cosa più importante di tutte è l’entusiasmo, la volontà di andare avanti e provare qualsiasi cosa, nella speranza che il pubblico, curioso di vedere dove siamo arrivati, apprezzi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.620, marzo 2006

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