Pussy Galore

Ieri ho ho postato un articolo celebrativo di Exile On Main St. dei Rolling Stones e questo ha fatto scattare un’associazione mentale con una magnifica band underground (nemmeno tanto underground, in fondo) che all’inizio della carriera ebbe l’ardire di riregistrare integralmente quell’album per pubblicarlo su una cassetta venduta ai concerti. Sui Pussy Galore di Jon Spencer mi sono così ricordato di aver scritto una sorta di retrospettiva per Rumore, resa atipica dal fatto che ognuno dei suoi brevi capitoli ha come titolo – appropriatissimo, verificatelo: non so davvero come mi sia venuta, un’idea così bizzarra – il nome di uno dei Libri della Bibbia.

Pussy Galore fotoThe Pussy Galore Famlly
Neppure il piu assatanato dei detrattori, non c’è dubbio, potrebbe mai negare il ruolo di fondamentale importanza rivestito dai Pussy Galore nell’ideazione e nell’evoluzione di quello stesso rock’n’roll estremo che oggi ha conquistato l’appoggio delle major e il plauso dei media ufficiali. A sostegno della tesi, un’imponente mole di dischi (oltre una trentina, conteggiando le piu importanti partecipazioni e lasciando fuori singoli ed EP) e soprattutto la constatazione che i principali esponenti del genere – Boss Hog, Royal Trux e per altri versi Jon Spencer Blues Explosion – vantano tutti una diretta discendenza dall’ormai leggendario combo di Dial “M” For Motherfucker. Il che, com’è facile intuire, si traduce in un albero genealogico ampio quasi quanto quello dei Jefferson Airplane/Starship, e in un intreccio di vicende troppo complesso e concitato per poter forse essere sintetizzato in questa sede. Ma giacché siamo qui, tanto vale accettare la sfida.

Genesi
ll primo nucleo della ”famiglia” (omologa della Manson o della Addams? Mah, diciamo di entrambe) si costituì a Washington D.C. poco più di un decennio fa per iniziativa di Jon Spencer e Julia Cafritz, entrambi chitarristi; rubato il nome di battaglia dal cast del film jamesbondiano Goldfinger, i due – con l’ausilio del batterista Jerry Hammill e poi di un terzo chitarrista, Neil Hagerty – si dedicarono a sconvolgere le platee dei club cittadini con un’allucinata e corrosiva miscela di (quasi) tutto ciò che puo essere attinto dall’immaginario collettivo del pop e del r’n’r. Dopo aver inciso due terrificanti EP (Feel Good About Your Body e Groovy Hate Fuck: non meno espliciti i titoli delle canzoni, che vanno da Die Bitch a Teen Pussy Power fino a Cunt Tease e Asshole), nel giugno 1986 la congrega si trasferì a New York in cerca di migliori opportunità; e lì, stabilizzato l’organico con l’ingresso di Cristina Martinez (girlfriend di Jon, fotografa per diletto e chitarrista in erba) e del veterano Bob Bert, gia batterista dei Sonic Youth e degli ancor piu sperimentali Bewitched, iniziò a raccogliere i primi consensi. Il rifacimento integrale “pussygalorizzato” di Exile On Main St. dei Rolling Stones (pubblicato solo in cassetta a tiratura limitata di appena 550 copie), un altro EP (Pussy Gold 5.000) e una serie di concerti all’insegna del più sfrenato terrorismo sonico servirono poi a rendere la band oggetto di un piccolo culto, via via consolidato e allargato su scala mondiale con una serie non particolarmente nutrita ma assai significativa di lavori (tutti, meno l’ultimo, realizzati con l’ancora non famosissimo Steve Albini alla consolle): Right Now!, il celeberrimo mini-LP Sugarshit Sharp (con la cover di Yu Gung degli Einsturzende Neubauten e Kurt Wolf in line-up), Dial “M” For Motherfucker (il più ostico e coraggioso), il singolo per la Sub Pop (a meta con i Tad e prodotto da Kramer) in cui è contenuto il remake di Damaged dei Black Flag. Quindi, il diluvio.

Esodo
Cristina Martinez se n’era andata nel 1988 e aveva inciso un album (Turn Me On, su Buy Our Records) con gli Honeymoon Killers. Julia Cafritz, colpevole di aver tentato di seminar zizzania tra Jon e la fidanzata (in seguito legittima consorte), era stata allontanata in malo modo nel 1989 (si unirà prima agli Action Swingers e quindi alle Free Kitten di Kim Gordon). Bob Bert aveva resuscitato i Bewitched per poi entrare negli Action Swingers e quindi nei Chrome Cranks. Neil Hagerty aveva dato vita ai Royal Trux con la compagna Jennifer Herrema. Jon, Cristina e Kurt Wolf avevano fondato i Boss Hog (nel primo album, Cold Hands, suonano anche il futuro Chrome Cranks Jerry Teel e i due Unsane Charlie Ondras e Pete Shore), ma l’infaticabile mr. Spencer – non pago delle sue brevi ma rilevanti esperienze con Gibson Bros (metà dell’album The Man Who Loved Couch Dancing, con Cristina alla batteria), Honeymoon Killers (il 33 giri Hung Far Low più vari singoli), Live Skull e Born To Lose – aveva già in mente il progetto Blues Explosion. Sembra assurdo, ma in questo bailamme di collaborazioni incrociate il vulcanico chitarrista/cantante trovò anche il tempo e la concentrazione per realizzare il canto del cigno dei Pussy Galore: Historia De La Musica Rock, registrato con line-up a tre (Spencer/Hagerty/Bert) e confezionato come una compilation della collana “La grande storia del rock”, che altro non è se non un acuto, ruvido e superbo omaggio alle infinite radici dell’ensemble. Difficile immaginare un epilogo migliore.

Levitico
I Pussy Galore e la loro immonda genia sono alcuni tra i più luridi, miserabili bastardi (si tratta, sia chiaro, di complimenti) generati dal ventre della Grande Mela. Hanno il merito di avere (re)inventato il cosiddetto lo-fi, di aver dato il “la” alla riscoperta in chiave garage-punk-noise del blues dei primordi e di aver restituito al rock newyorkese certa peccaminosa, brutale immediatezza per molto tempo sottrattagli dagli eccessi di sperimentalismi e avanguardismi. Diversamente dal punk convenzionale, teso verso il fun o la denuncia socio-politica, hanno sublimato in puro, fragoroso, esageratissimo (eppure minimale) casino rock le loro incazzature quotidiane, il loro amore per il sesso, la loro voglia di apprendere dalla storia – con Rolling Stones e Stooges come numi tutelari – e contemporaneamente di burlarsi di essa e dei suoi dogmi (una delle loro trovate piu geniali consisteva nel chiudere i concerti con un bis di quindici secondi). Di tutto ciò, se appartenete al novero dei “rumoristi” convinti, non potrete che ringraziarli. In caso contrario, sareste autorizzati a mandarli affanculo. Attenti, però: temiamo fortemente che in qualche modo riuscirebbero a rispondervi a tono.

Numeri
L’eredità dei Pussy Galore e oggi ben amministrata dai Boss Hog di Cristina (il marito, per una volta, recita la parte del comprimario, al fianco del bassista tedesco Jens Jurgensen e della batterista Hollis Queens) e dalla Jon Spencer Blues Explosion (con il leader, il secondo chitarrista Judah Bauer e l’ex Honeymoon Killers Russell Simins ai tamburi): e se i primi giocano a dipingere di nero un rock’n’roll tutt’altro che privo di accenti pop (come anche fanno, con risultati ora finalmente all’altezza delle loro capacità, i Royal Trux), i secondi battono territori assai piu vicini alle tradizioni blues, naturalmente viste alla luce di un approccio che non è (né potrebbe in nessun caso essere) convenzionale. Non altrettanta benevolenza si può invece mostrare nei confronti delle Free Kitten di Julia Cafritz, davvero troppo insipide nei loro prevedibili pseudo-divertissement alternativi, mentre per quel che concerne i bravi Action Swingers è doveroso rilevare che il loro secondo e miglior album – Decimation Blvd., uscito per la Caroline nel 1993 – non vede già più in formazione né Julia Cafritz né Bob Bert. A titolo di curiosità, si segnala intine un interessante “tributo” rivolto ai Pussy Galore dai californiani Jackknife, che nel doppio singolo San Francisco Beauty Queen (Sympathy For The Record lndustry, 1992) hanno proposto interpretazioni di White Noise, Fuck You, Man! e Alright.

Deuteronomio
Non sono mai stati campioni di loquacità, Jon Spencer e compagni, preferendo che a parlare fossero soprattutto i loro brani sporchi e nervosi. Quando decidono di esprimersi verbalmente, però, lo fanno con una schiettezza persino troppo bella per esser vera; e certe loro dichiarazioni, dove il termine fuck è quasi un intercalare, rispecchiano in modo perfetto la loro essenza di musicisti di strada attratti dalla spazzatura (sempre intesa, è ovvio, in senso positivo) e dal desiderio di arrecare disturbo alla quiete pubblica. Qualche esempio, attinto dal campionario del chitarrista? “Dal vivo non cerchiamo di sedare le risse: le fomentiamo, a patto di non esservi coinvolti. Ci capita di odiare la nostra audience”. Oppure, a proposito delle influenze rollingstonesiane: “Più che avere un’ossessione per gli Stones, giochiamo sulla presunta ossessione di Pussy Galore per gli Stones”. E ancora, “I Pussy Galore sono una sorta di versione a fumetti delle band che hanno iniziato il post-punk americano, tipo Sonic Youth e Swans”, fino a giungere a statement lapidari tipo “Il mio interesse principale è mia moglie”, ”Il buon rock’n’roll è rumore”, “L’innocenza è morta”. Non fosse stato già detto, un sano “Gesù è morto per i peccati di qualcun altro, non per i miei” avrebbe fatto la sua porca figura.
Tratto da Rumore n.48 del gennaio 1996

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Categorie: articoli | Tag: , | 3 commenti

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3 pensieri su “Pussy Galore

  1. Gian Luigi Bona

    Grande Federico, mi faceva impazzire la Pussy Galore Family. Avanti così recupera gli articoli migliori sono molto belli e li salvi dall’oblio

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