Exile On Main St.

Quasi quarantuno anni fa, nel maggio del 1972, i Rolling Stones pubblicavano Exile On Main St., uno degli album più classici della loro produzione e dell’intera epopea r’n’r. La sua ristampa “deluxe”, uscita in occasione del trentottesimo compleanno, mi diede il pretesto per raccontare ancora una volta – ma io non l’avevo mai fatto – la singolare e avvincente storia del disco. Mick e Keith finirono anche sulla copertina del Mucchio, benché con una foto che, essendo di qualche anno successiva, irritò qualche purista. Mi assumo ogni responsabilità della scelta.

Rolling Stones copC’è uno splendido scatto di Dominique Tarle capace di sintetizzare meglio di qualsiasi parola il mood che ha generato Exile On Main St. e l’humus vitale del quale l’album si è nutrito. È in bianco/nero, non molto contrastato e forse non perfettamente a fuoco, e ritrae quattro persone non proprio ordinarie. Sulla sinistra, discinta e provocante nella posa, siede su una poltrona Anita Pallenberg, attrice e modella a lungo compagna di Keith Richards. Qualche metro a destra, mezzo sdraiato a terra, c’è lui, Keef: piedi scalzi e sudici, sembra coccolare stancamente una Fender, forse attendendo che il Diavolo gli suggerisca l’ennesimo riff. Dietro, appollaiato su un bracciolo, l’amico americano Gram Parsons – l’inventore del country-rock, ex Byrds e Flying Burrito Brothers – lo osserva accennando un sorriso, con alle spalle la giovane, apparentemente annoiata futura moglie Gretchen Burrell. Su tutti loro, enfatizzata dall’ampio ambiente e dalla ricchezza dell’arredamento, si allunga l’ombra della decadenza, senza dubbio uno degli elementi-chiave di un quadro globale dipinto anche con i colori della sporcizia, della complicità, del sesso, degli usi e abusi di alcol e stupefacenti, della spavalderia di chi è consapevole di aver raggiunto il top e di poter guardare il mondo dall’alto in basso, magari sputacchiandoci un po’ sopra per farsi quattro risate. Di questo, i sessantasette minuti di Exile On Main St. sono l’ideale colonna sonora: il ritratto fedele di una band che dalle policrome illusioni e dall’incoscienza dei Sixties, più che benevoli nel regalarle fama planetaria con tutti gli annessi e connessi, si trovava catapultata nelle incognite del decennio successivo.
La fotografia in questione è stata scattata attorno alla metà del 1971 a Nellcôte, la villa di sedici stanze con spiaggia privata, costruita nel Diciannovesimo Secolo, che Keith Richards aveva da poco affittato in Costa Azzurra e che durante l’occupazione tedesca era stata un quartier generale nazista. All’epoca gli Stones si erano tutti trasferiti nel Sud della Francia – in esilio, appunto – per evitare di trovarsi spolpati dall’esoso fisco britannico, e la loro situazione non era esattamente “stabile”. D’accordo che il trauma della misteriosa morte di Brian Jones era stato metabolizzato e superato con l’ingaggio dell’ex Bluesbreakers Mick Taylor, da ormai quasi due anni membro effettivo, e d’accordo che Sticky Fingers – il loro primo album da poco pubblicato dalla Rolling Stones Records – era balzato in cima alle classifiche di vendita tanto Oltremanica quanto negli USA, ma il contenzioso con l’ex manager Allen Klein creava preoccupazioni, così come le incertezze e le difficoltà pratiche legate alla nuova residenza in Costa Azzurra. Il problema più serio era però lo stretto rapporto che Richards aveva sviluppato con l’eroina: fu essenzialmente per essere “sicuri” della partecipazione del chitarrista alle session, che il gruppo decise di incidere il suo secondo album dei Seventies proprio a Nellcôte, attrezzando alla bisogna il seminterrato… benché Keith, in un’intervista concessa a “Mojo” in occasione del trentennale del disco, ricordi gli avvenimenti in modo più “poetico”. “Cominciammo a provare in quella enorme cantina. Le stanze sono posti strani, alcune sono solo giuste. Quando entri in certe stanze, in certi studi, capisci che sono contro di te, ma altri luoghi ti abbracciano e lo spazio nel quale ti trovi diventa il tuo personale strumento e inizi a suonare in maniera differente. Sul serio, è stata una benedizione“. Comunque sia, tra il 7 giugno e un giorno imprecisato di ottobre del ‘71 i Rolling Stones si trovarono a fissare su nastro una serie di canzoni con il camion dello studio mobile parcheggiato in giardino, scariche elettriche trasmesse attraverso i cavi, migliaia di dollari alla settimana bruciati in droga, andirivieni di ospiti illustri (e non) e musicisti praticamente mai tutti assieme, con Mick Jagger – distolto dal recente matrimonio con Bianca e in procinto di diventare padre e Bill Wyman – a brillare per latitanza. È in queste registrazioni, il cuore di Exile On Main St.: registrazioni notturne, perché con il sole Keef non usciva dalla sua camera, e registrazioni che sarebbero state integrate con altre effettuate a Londra e Newbury fra il giugno e il novembre del 1970 e, nel dicembre 1971, nella Los Angeles perduta – la Main St. del titolo vuole essere un omaggio alla metropoli californiana – dove il disco fu alla fine ritoccato e mixato nel febbraio/marzo 1972. Non del tutto un album “francese”, come in molti ritengono a causa delle arcinote vicende bohémien di Nellcôte, ma inconfondibilmente l’album di Richards: lo attestano la sua dirompente energia, la sua ruvida spontaneità, le sue atmosfere malsane e lascive, la determinazione con la quale azzanna alla gola il r’n’r e lo getta nella più torbida e infida delle paludi blues, con qualche apertura country – figlia, si dice, dei suggerimenti di Gram Parsons – e tanta altra blackness a garantire sprazzi di (pur malata) luce. L’album delle radici e del recupero delle origini, come sottolineato dall’inserimento – voluto da Jagger – delle cover della storica Stop Breaking Down (Robert Johnson) e Shake Your Hips, un brano del 1966 di Slim Harpo: non che le riletture fossero una novità, nient’affatto, ma l’ultimo lp in cui il gruppo ne aveva proposta più d’una era stato December’s Children, A.D. 1965. E, come in qualche modo vuole evidenziare il collage di foto – Robert Frank ne era rimasto colpito quando se l’era trovato davanti sul muro di un laboratorio di tatuaggi newyorkese – che fa bella mostra di sé in copertina, l’album della freakerie. Ci sarà pure una ragione se i Pussy Galore del Jon Spencer pre-Blues Explosion, dovendo confezionare un eloquente biglietto da visita, pubblicarono su cassetta – era il 1986 – un loro rifacimento integrale di Exile.
Articolo un po’ inusuale all’interno del ricco catalogo Stones, Exile On Main St. potrebbe essere interpretato come il tentativo di riappropriarsi – non prescindendo, chissà quanto consapevolmente, dalle esperienze di musica e di vissuto raccolte in un decennio di rotolamenti – del proprio passato, un viaggio nel come eravamo senza la naïveté dei giorni degli esordi ma con una diversa e più pericolosa sfacciataggine. Dopo, un non più distratto Jagger avrebbe (ri)preso in mano le redini dell’ensemble e ci sarebbero stati altri Rolling Stones più propensi a esplorare strade poco o per nulla battute in precedenza, più “fra le righe” e se vogliamo più furbetti, ma mai più così grandi, così appassionati, così convinti di essere esattamente quello che rappresentavano invece di recitarlo (spesso magnificamente, lo si affermi a scanso di equivoci). Autentici bad boys… e ragazzi i Nostri lo erano eccome, se si pensa che, quando fecero il loro ingresso a Nellcôte, Mick Jagger e Keith Richards dovevano ancora compiere ventotto anni e Charlie Watts trenta, Mick Taylor ne aveva solo ventidue e Bill Wyman, il veterano della degenerata compagnia, trentaquattro. Che poi l’idea di “innocenza” sia ardua da associare alla nube di polveri e zolfo che avvolse la realizzazione di Exile, beh, è un’altra faccenda, ma al di là di qualsiasi retorica sensazionalista ed enfasi da esaltazione – perché tutto ciò che è compreso fra Rocks Off e Soul Survivor, inutile raccontarsi vaccate, è la quintessenza del rock inteso come sinonimo di vita spericolata oltre che di stile – è innegabile che i diciotto pezzi vantino una loro cristallina purezza. A dispetto delle condizioni nelle quali sono stati per buona parte immortalati. “Il seminterrato era come un labirinto di cubicoli di cemento e mattoni“, rievocò Keef sempre per “Mojo”; “costituito non da camere separate, piuttosto come una stalla. Charlie era dietro l’angolo nel secondo cubicolo a sinistra, Bill in quello più giù, qualcun altro stava sotto la scala“. Il tutto sotto gli occhi vigili del produttore Jimmy Miller e del sound engineer Andy Johns, pronti a farsi trascinare da una creatività che poteva eruttare in ogni istante, in barba al caldo impossibile (durante le sedute, e le sudate, per il disco era stato in origine coniato il titolo Tropical Disease), alla precarietà dell’apparato tecnico, alle saturazioni e ai rumori.
In situazioni così estreme vengono di solito concepiti obbrobri oppure capolavori, e nel caso di Exile sappiamo tutti com’è andata: capolavoro fu e, nonostante le sue caratteristiche relativamente atipiche, compreso dalla critica e dal pubblico: n. 1 su entrambe le sponde dell’Atlantico, benché i due singoli estratti – il caracollante, efficace Tumbling Dice e il frizzante Happy, quest’ultimo con Richards anche alla voce – fossero stati meno irresistibili della norma nel fungere da “traino”. Da tempo immemore Exile viene sistematicamente inserito in ogni elenco di album rock irrinunciabili, con lieve disappunto di un Mick Jagger che non lo rinnega ma che ha sempre ammesso di non annoverarlo tra i suoi “figli” prediletti. “È stato un progetto dispersivo”, si legge nella solita intervista di “Mojo”, “e gli stessi brani non sono… cioè, non sto dicendo che non siano validi, ma quando prendi a suonarli ti rendi conto che parecchie canzoni non sono veramente canzoni, come ad esempio Casino Boogie. Sono eseguite molto bene, ma mancano buoni ritornelli e i testi non sono proprio memorabili. In Francia si respirava un clima da party, ed ero convinto che le registrazioni non sarebbero mai state terminate“. Malignamente, si potrebbe osservare che il giudizio tiepido del front-man sia dovuto non tanto allo spessore compositivo (che lui, con le cover di cui sopra, ritenne anche giustamente di avere innalzato) quanto piuttosto al fatto che la sua voce risulti un po’ dentro la musica, così come è legittimo pensare che il distacco di Wyman – uno dei tre della congrega, gli altri due Jagger e Watts, a non assecondare la deboscia narcotica di Nellcôte – sia dovuto alla sua scarsa presenza (otto tracce appena; nelle altre, in sua vece, Richards, Taylor o Bill Plummer). Fra gli entusiasti c’è invece Taylor, che ebbe addirittura la soddisfazione di vedere la sua firma, accanto a quelle dei Glimmer Twins, per la prima e sola volta in cinque anni e mezzo di militanza nel gruppo: l’episodio in questione è l’ottimo Ventilator Blues, il cui titolo fa riferimento ai dispositivi utilizzati per portare aria nell’umida cantina.
Ci si perde appassionatamente, in Exile On Main St., fra pezzi splendidi (scusaci, Mick) che declinano in chiave rock più o meno tutto ciò che al rock ha sempre fornito ispirazione: blues e R&B, gospel e soul, con il country e i Caraibi ad aggiungere colori, alternati e fusi assieme in gemme travolgenti (Rocks Off, Rip This Joint, Turd On The Run, All Down The Line, la conclusiva Soul Survivor), inquietanti (il voodoo I Just Want See His Face), evocative (Sweet Virginia, Torn And Frayed, Sweet Black Angel), con ogni tassello – Let It Loose e Shine A Light due tra i più fascinosi – a incastrarsi in un unicum al quale non si saprebbe cosa aggiungere o cosa sottrarre. Una monumentale, irresistibile, dissoluta festa resa ancor più pirotecnica dalle tastiere di Nicky Hopkins (ma pure, occasionalmente, di Ian Stewart o Billy Preston), dal sax di Bobby Keys, dalla tromba e dal trombone di Jim Price. Per sempre gloria, ma nel basso degli Inferi.

Il “nuovo” Esilio
Tra il 17 e il 18 maggio nei negozi di tutto il mondo Exile On Main St. è apparso addirittura in tre nuove edizioni: un normale cd con i diciotto brani rimasterizzati, una “deluxe” in confezione digipak con un secondo compact di materiale inedito e un libretto di dodici pagine, una “super deluxe” – venduta in Italia al prezzo folle di 109 euro – che contiene in aggiunta l’album in doppio vinile, un dvd con un documentario sul “making of” (più un paio di clip), un libro di 52 pagine (nulla a che vedere con il volumetto di Bill Janowitz pubblicato da Il Saggiatore, del quale vi abbiamo riferito il mese scorso) e alcune cartoline. Logico che per fan, cultori ed esegeti l’articolo più pregiato sia il cd di bonus track, in totale dieci, al di là dei dubbi su cosa sia originale e cosa frutto degli interventi di recente compiuti in studio con Don Was in console. Colpiscono soprattutto Plundered My Soul, purissimo distillato di Stones ‘70 che con il suo cocktail di roots e negritudine avrebbe fatto la sua porca figura pure ai tempi (è il pezzo prodotto con maggior cura, non a caso utilizzato come singolo apripista), il bluesaccio “telefonato” ma vibrante I’m Not Signifying, la ritmata e dinamica Dancing In The Light (il momento più… Exile) e la sensuale Pass The Wine (Sophia Loren), ma le qualità non mancano nemmeno a Following The River (“ballatona” che suona però un po’ fuori contesto) e So Divine (Aladdin Story), non epocale ma resa sfiziosa da una quasi-citazione di Paint It Black. Da classificare alla voce “interessanti curiosità o poco più” sono poi le quattro tracce conclusive: le “alternate take” di Loving Cup e Soul Survivor, Good Time Women – un’outtake di Sticky Fingers che via via si sarebbe trasformata in Tumbling Dice – e Title 5, breve e sporco divertissement strumentale. Nessuna rivelazione o rivoluzione, ok, ma indiscutibilmente un saporito contorno all’Exile a tutti ben noto… che nel remastering, va detto, pare aver guadagnato in resa sonora senza che le sue peculiarità siano state snaturate. Quei soliti paraculi degli Stones…
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.671 del giugno 2010

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