Social Distortion

Chi segue il mio lavoro sa bene che i Social Distortion sono una delle mie band preferite. Così, il 22 ottobre del 1996, non esitai un istante a prendere un treno alla volta di Milano per assistere all’unica data italiana del tour promozionale di White Light White Heat White Trash, uno dei capitoli più riusciti della discografia di Mike Ness e compagni. Il giorno dopo rientrai a Roma con splendidi ricordi di un concerto da brividi e di una lunga passeggiata più cena assieme a Mike e a Dennis Danell (il chitarrista del gruppo dall’inizio dell’avventura, poi purtroppo scomparso nel 2000), oltre a un’intervista che avrei utilizzato per Il Mucchio e, in versione diversa e più breve, per Rumore. In questa pagina ho radunato l’articolo per il Mucchio, la recensione di White Light… scritta un mesetto prima sempre per il Mucchio e la recensione del concerto poi uscita su Rumore.

Social Distortion fotoDa qualche parte tra Paradiso e Inferno
Mike Ness è cantante, chitarrista ritmico e compositore dei Social Distortion, e assieme all’altro chitarrista Dennis Danell è l’unico superstite dell’organico costituitosi più di tre lustri orsono nei dintorni di Los Angeles. Dalla sua penna, alimentata con il sangue di mille esperienze di vita, hanno dilagato alcune delle più belle ballate punk di sempre, ruvide e disperate – ma anche intense e cariche di sentimento – come le storie che raccontano. Storie di ragazzi allo sbando e orgogliosi fuorilegge, di rabbia e tossicodipendenza, di amore e morte, di cadute e riscatti. E di luci che, anche se non sempre si vedono, sono sicuramente da qualche parte alla fine del tunnel. “Non mi interessano più di tanto le situazioni stereotipate o identiche a quelle in cui altri possono essersi trovati, ma mi piace molto l’idea di trasmettere emozioni che l’ascoltatore possa sentire sue. I miei testi sono abbastanza complessi, e scriverli non è un processo istintivo: quando sono convinto del concetto ma non del modo in cui è espresso mi capita di modificare una frase decine di volte in cerca delle parole giuste”.
Sono le quattro del pomeriggio del 22 ottobre, e Mike Ness e il sottoscritto sono seduti sul tetto del Rainbow Club a godersi uno splendido sole autunnale. Si parla ancora dei testi, così diversi dagli standard abituali del punk. “Per qualche strano scherzo del destino, scrittori come Bukowski sono diventati popolari e alla moda nonostante il loro approccio ribelle e anticonformista, e loro malgrado sono stati collocati sullo stesso piano di ciò che hanno sempre combattuto. Nel mio piccolo, a me è accaduto lo stesso: il punk è la musica che mi ha permesso di cantare di alienazione, frustrazione, rabbia e paura, di tutti i problemi e i sentimenti anche contrastanti che crescevano dentro di me. I Social Distortion non si sono mai curati di cosa fosse o non fosse popolare, nei primi anni ‘80 l’obiettivo era quello di riportare nel rock’n’roll il pericolo, l’oscurità, l’anima. Il cosiddetto punk di oggi, invece, mi sembra carino e piacevole e noi, pur non essendo nulla di tutto ciò, abbiamo beneficiato del successo di Offspring, Rancid e Green Day: tutti gruppi che frequentavano i nostri concerti, ai quali abbiamo indicato una strada, ed è buffo pensare che, con l’accesso del punk alle radio e la sua promozione a fenomeno trendy, i nostri discepoli ci abbiano spalancato molte porte”.
Si anima, il buon Mike, quando l’argomento di conversazione è il punk rock. E prosegue, inarrestabile, nel suo appassionato monologo. “Quando abbiamo cominciato, diciassette anni fa, il punk era una reazione: al pop del periodo, Phil Collins e cose del genere, come a buona parte del rock, consacrato a temi come la cocaina, le limousine e le ragazze nel backstage. Punk era individualismo e, almeno in teoria, libertà di agire secondo la propria indole e le proprie idee: Johnny Thunders poteva scrivere una canzone d’amore e i Clash suonare reggae… a Los Angeles c’erano serate in cui i Fear suonavano assieme a X e Blasters e i Germs con le Go Go’s”.
Però, non è possibile evitare di ricordarlo, i Social Distortion sono stati spesso tacciati di opportunismo e presunzione, e non pochi li hanno accusati di aspirare al ruolo di rockstar. “Credo di essere stato spesso frainteso. Non sono un tipo sociale, all’inizio sto molto sulle mie e studio le persone per decidere se mi piacciono o no, ma questo non ha nulla a che vedere con la musica. Credo che la nostra colpa, rispetto ad altri gruppi del nostro giro, sia quella di avere avuto il coraggio di combattere la falsità di certi cliché: certo che volevo il successo della mia band, certo che volevo guadagnare del denaro… hai mai conosciuto qualcuno che desideri restare povero per tutta la vita? Io lo sono stato, e non è bello. Non che adesso sia ricco, ma il mondo del rock è stato generoso nei miei confronti: faccio moltissimi concerti, incido dischi che entrano in classifica e sono orgoglioso di aver fatto tutto ciò senza scendere a compromessi”.
Nessuna concessione al business, dunque. E nessun calcolo di convenienza, come sottolineato dal fatto che il nuovo White Light White Heat White Trash ha visto la luce ben quattro anni dopo il suo predecessore. “Non potrei mai accettare la regola album-tour ogni anno, ma riconosco che questa volta abbiamo un po‘ esagerato. Però White Light… è un disco speciale, è un po’ come se fossimo tornati alle origini: penso che l’ultimo lavoro abbia molto in comune con Mommy’s Little Monster e Prison Bound, anch’esso è venuto fuori in un periodo particolare. Quando ho iniziato a comporre ho sentito riaffiorare vecchie sensazioni. I casi della vita cambiano le persone, ma la vera natura della gente rimane sempre da qualche parte, in attesa del momento giusto per ritornare fuori”.
Dopo due album un po’ interlocutori, Mike Ness è dunque tornato a picchiare duro come quando aveva vent’anni invece di trentaquattro. E la sera, sul palco del Rainbow, il suo momento di ottima forma è apparso come la più solida delle certezze. “La vita on the road ha senza dubbio un suo fascino, ma non vedo l’ora di fermarmi per scrivere nuovi brani, di aprire un nuovo barattolo di vermi. Mi sento molto ispirato, White Light… non ha esaurito tutto ciò che ho da dire. C’è entusiasmo, e in tutta sincerità non credo che ci siano in giro tante formazioni che, dopo più di quindici anni di carriera, trovano tutto sempre così nuovo ed eccitante”.
Sarà così per sempre? Per il prossimo futuro, Mike non nutre alcun dubbio. “Tra dieci anni sarò ancora con la chitarra in mano. Mi piacerebbe anche fare il regista o il produttore di nuovi gruppi, ma è prematuro parlarne”.  Alcuni colleghi attendono il loro turno, e l’educazione ci impone ci accelerare i tempi. L’ultima domanda riguarda gli artisti che più hanno lasciato il segno sul leader dei Social Distortion. “Tanti, dai Rolling Stones a Johnny Cash, ma ti faccio solo due nomi: Hank Williams e i Ramones. Magari non è facile vedere il nesso, ma ti assicuro che esiste”  Sante parole, Mike. E pazienza per chi non capisce qual è.

DISCOGRAFIA 1981-1996
Social Distortion (Posh Boy 1981, mini-LP). Originariamente mai pubblicato, è successivamente apparso in edizione limitata (2.500 copie) all’interno del cofanetto The Posh EP’s Vol.1 del 1991. I suoi sei splendidi brani, oltre che su 45 giri e compilation d’epoca, sono contenuti nell’antologia Mainliner.
Mommy’s Little Monster (13th Floor 1982). Un imperdibile capolavoro. Crudo, violento e nello stesso tempo caldo e melodico come solo il miglior punk californiano sa essere.
Prison Bound (Sticky Fingers/Restless 1988) Più raffinato del suo predecessore, ma sempre perfetto nel dosare durezza e armonia in splendide ballate punk.
Social Distortion (Epic 1990). Il contratto major comporta qualche problema di ambientamento, e il disco ne risente. Nonostante una manciata di grandi canzoni, il lavoro meno riuscito della band.
Somewhere Between Heaven And Hell (Epic 1992). Anche se Cold Feelings e Bad Luck basterebbero a giustificare l’acquisto, c’è qualche battuta d’arresto. Come in qualche modo specificato dal titolo, sul confine tra MTV e la cantina.
Mainliner (Time Bomb 1995). Straordinaria antologia delle prime incisioni del gruppo, tratte da 45 giri e raccolte del periodo 1981/1982. Fondamentale.
White Light White Heat White Trash (Epic 1996). Dopo Mommy’s Little Monster, il vertice della carriera del quartetto: l’irruenza giovanile e l’equilibrio dato della maturità si sposano in un album fresco, brillante e omogeneo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.231 del 12 novembre 1996

White Light White Heat White Trash (Epic/Sony)
Dev’essere dura, per alcuni protagonisti della generazione punk californiana dei primi anni ‘80, vedere tanti loro figli (illegittimi?) conquistare fama e denaro grazie al semplice riciclaggio di idee da essi sviluppate una quindicina di primavere orsono. E dev’essere dura specie se, come per i Social Distortion, il desiderio di vivere comunque di musica li aveva costretti a qualche compromesso finalizzato alla conquista di spazi radiofonici e promozionali. Adesso che il grande mercato ha spalancato le sue porte a suoni ruvidi e liriche ribelli, per questi misconosciuti eroi è però arrivato il giorno della rivincita: una rivincita che, per Mike Ness e compagni, significa la possibilità di tornare a picchiar duro dimenticando giornalisti ottusi o disc-jockey bigotti, e di partorire un album che – senza nulla voler togliere ai più che dignitosi (e venduti in centinaia di migliaia di copie) Social Distortion del 1990 e Somewhere Between Heaven And Hell  del 1992 – si riallaccia direttamente a quel mitico Mommy’s Little Monster che nel 1982 aveva inaugurato la carriera a 33 giri del quartetto.
Crudo, sofferto e intriso di torbida passione, ma anche irresistibile per carisma melodico, White Light White Heat White Trash è una raccolta di vibranti ballate punk’n’roll senza tempo, capaci di suscitare l’entusiasmo di ultratrentenni nostalgici e giovanissimi adepti del Verbo. Lasciate che vi aprano il cuore e vi sporchino le orecchie.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.224 del 24 settembre 1996

Milano – Rainbow Club, 22/10/96
Pochi spettatori, per l’unica data concessa dai Social Distortion al pubblico italiano a mo’ di anticipazione del vero tour previsto per la prossima primavera. Pochi ma buoni, a giudicare dall’entusiasmo che ha accompagnato la performance dei quattro californiani dalle note iniziali di Under My Thumb dei Rolling Stones a quelle conclusive dell’unica altra cover proposta, Ring Of Fire di Johnny Cash: una scaletta da brividi, che pur riservando (come logico) un ruolo di primo piano all’ultimo White Light White Heat White Trash non ha mancato di esaltare il vecchio e vecchissimo repertorio in un tripudio di chitarre ruvido-melodiche, ritmi incalzanti ma non mozzafiato ed una voce – quella del “poeta dei vicoli” Mike Ness – tra le più personali e affascinanti del punk di tutti i tempi.
Tatuato in buona parte del corpo, e avvinto alla sua chitarra come se da essa dipendesse la propria sopravvivenza, Mike ha dimostrato una volta in più come in ambito rock l’energia e la passione non vadano necessariamente a scemare con l’accrescersi dell’anzianità di servizio degli esecutori: con l’appoggio del fido Dennis Danell alla chitarra solista e di altri due veterani come John Maurer al basso e Chuck Biscuits alla batteria, e con il sostegno di un’amplificazione a dir poco eccellente, i Social Distortion hanno infatti trascinato i presenti con un’ora e un quarto di straordinario punk’n’roll, rendendo credibile l’illusione che il palco del Rainbow fosse in realtà quello di qualche storico club losangelino. Certo, della sequenza sono state escluse Playpen, Justice For All, Anti-Fashion e Telling Them, ma la Another State Of Mind dedicatami a sorpresa da Mike ha – come dire? – compensato a dovere. Grande serata, insomma, anche per la totale assenza degli esponenti del “giornalismo musicale” più evanescente e modaiolo: gli stessi, per capirci, che tre giorni prima avevano assistito compatti all’esibizione dei pur simpatici NOFX.
Tratto da Rumore n.59 del dicembre 1996

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Categorie: interviste, recensioni, recensioni live | Tag: , , | 17 commenti

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17 pensieri su “Social Distortion

  1. Social Distortion e Bad Religion due facce della stessa medaglia. Non mi stanco mai di ascoltarli e se poi vedo come siano fra i gruppi che più amano i miei figli, beh non posso essere che stracontento e credo che se lo sapesse Mike, gli farebbe piacere pure a lui.

  2. White Light White Heat White Trash è uno di quei dischi che ha l’incredibile capacità di ritrovarsi costantemente nello stereo di casa, nel lettore CD dell’auto, sul lettore MP3 del PC… quasi inconsapevolmente, come se fosse una necessità.

  3. Che dire è il mio gruppo preferito californiano in senso assoluto, ricordo ancora quel bellissimo articolo di un giornalista di cui non ricordo bene il nome (ahahaha) uscito sul mucchio per celebrare l’uscita di un grande piccolo capolavoro “Mommy Little Monster2, e se non sbaglio a completare l’articolo c’era anche la traduzione dei testi.

  4. posilliposonica

    Ciao Federico, sono un tuo lettore fin dai profondissimi anni Ottanta.Non ti ho mai incontrato
    ne’ scritto,ma questo blog e’ un occasione troppo ghiotta per non farti i complimenti per la
    passione e la competenza con cui hai sempre lavorato.Ho letto delle traversie del Mucchio
    e spero che possiate trovare una soluzione.Tieni duro.

    p.s.1- il blog e’ ottimo.

    p.s. 2- spero d’incontrarti in giorno per farmi autografare il libro “Hardcore California”
    di Belsito/Davis che comprai venticinque anni fa spinto da una tua recensione.

  5. Cosimo

    Se devo scegliere tra 10 dischi della mia vita Mommy’s Little Monster c’è.

  6. Giuliano

    Caro Federico, come ho già avuto modo di dirti personalmente prima o poi su Extra ci/ti devi intervista fiume a Mike Ness e retrospettiva.
    Per il resto, che dire? Gruppo della vita, e tu sei il diretto responsabile dell’infatuazione, ricordo nitidamente i momenti nei quali acquistai (convinto dalle tue recensioni) Mommy’s Little Monster e Mainliner nel fu Disfunzioni, così come l’emozione travolgente nell’ascoltare per la prima volta pezzi immortali come Don’t Drag Me Down o Ball And Chain.

    Mike Ness, tra le altre cose, è grande anche per quel rifiuto della “regola album-tour ogni anno” che egli stesso cita nell’intervista ivi riportata. Una parsimonia discografica che gli fa onore ed in pochi possono vantare.
    Pensare che ci vorranno otto anni per dare un seguito (e che seguito) a quel capolavoro che è White Light.Una domanda: come fu accolto il disco all’epoca, in piena fase di revival punk? Nonostante fosse uscito su major ho l’impressione che passò un po’ in sordina, o si tratta di un’impressione sbagliata?

    • Felice di averti fatto conoscere il tuo gruppo della vita, davvero!
      Per quanto riguarda “White Light…”, in Italia credo sia stato filato più o meno come gli altri. Negli Stati Uniti ha venduto poco meno dei due precedenti, ma è andato meglio in classifica (entrò nei Top30). Pensa che l’ultimo, album che dovrebbe aver venduto più o meno le stesse copie, è salito fino al quarto posto, di sicuro solo grazie ai fan che l’hanno acquistato subito. Ora è annunciato un nuovo disco per il 2013, chissà se davvero arriverà.

      • backstreet70

        Non far finta di niente e rispondi riguardo l’intervista fiume.

      • Ci ho già provato un paio di volte, ma è difficile inchiodare al telefono o – meglio – di persona per un paio d’ore uno come Mike Ness. Non demordo, comunque.

  7. backstreet70

    Guidare sotto il sole d’estate con il finestrino abbassato e Dear lover alla radio non ha prezzo.

  8. start x

    complimenti per il blog che seguo con interesse.Mi sono inoltrata nell’ascolto del gruppo di cui avevo già sentito diversi pezzi quando ho cercato del punk californiano e poi ho imparato a conoscere meglio ora devo dire che dischi come Mommy’s little Monster e dal titolo omonimo Social Distortion non mancano mai nel mio lettore.

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