Motörhead

Passando al vaglio i miei archivi rimango sempre più stupito di come contengano articoli che avevo completamente rimosso dalla memoria. Per esempio, questo “focus” sulla prima parte di carriera dei Motörhead, quella che va dal 1976 al 1982 e che è unanimente considerata la più significativa della band britannica. È un piacere strapparla all’oblio cogliendo anche l’occasione per consigliare l’acquisto dell’autobiografia di Lemmy, “La sottile linea bianca”, tradotta in Italia nel 2004 da Baldini Castoldi Dalai e da non molto ristampata in edizione economica: è uno dei libri più r’n’r che abbia mai letto, stupefacente in ogni senso, e  chiunque si ritenga un cultore del fenomeno non può davvero esimersi dal conoscerlo.

Motorhead fotoOltre vent’anni di carriera, una quindicina di veri album e almeno lo stesso numero di raccolte di studio e dal vivo confezionate con materiale d’archivio, parecchi cambi di organico attorno all’indiscusso leader Lemmy, contratti con una mezza dozzina di etichette, successi nelle classifiche di vendita inglesi: questo, in estrema sintesi, il palmarès dei Motörhead, nei quali sono in tanti a vedere – e non a torto – il primo, basilare anello di congiunzione tra il punk del ‘77 e l’hard-rock; un esempio ante litteram, insomma, di quel crossover “metallico” che otterrà vasti riscontri nei decenni seguenti ma che, all’epoca, molti puristi consideravano una sorta di eresia.

* * * * *

“Sono il tipaccio che è sempre stato protagonista dei vostri incubi. Volete accusarmi? ‘Sti cazzi. Qualsiasi cosa abbia fatto, io sono quel che sono!”. Bastano queste due righe di spontanea esternazione a far comprendere che razza di persona sia il bassista e cantante dei Motörhead Ian “Lemmy” Kilmister; a fornire eloquenti conferme provvedono poi il suo look da Hell’s Angel, a base di pelle nera, chiome ben oltre le spalle e accoppiata baffoni/basettoni (l’abito non fa il monaco, però…), e un decennio di attività underground che, tra il ‘65 e il ‘75, lo vede lavorare come roadie di Jimi Hendrix e suonare nei Rockin’ Vickers, nel gruppo di Sam Gopal, negli Opal Butterfly e nei ben più noti Hawkwind, dai quali viene cacciato in seguito all’arresto per detenzione di stupefacenti (lo so, fa sorridere…) avvenuto durante un tour in Canada. Proprio il forzato distacco da questi ultimi spinge Lemmy a intraprendere una nuova avventura, battezzata dapprima Bastard e subito dopo Motörhead (come l’ultima canzone da lui scritta per gli Hawkwind; il termine indica uno schiavo delle anfetamine): un power-trio, comprendente anche l’ex Pink Fairies Larry Wallis alla chitarra e Lucas Fox alla batteria, il cui intento è quello di dar vita a una cruda e rumorosa miscela tra r’n’r e R&B. Nonostante la scarsa personalità della formula e alcuni discutibili concerti di spalla ai Blue Öyster Cult, la band riesce a raggiungere un accordo con la United Artists, ma l’album registrato all’inizio del ‘76, anche a causa dei problemi sopraggiunti durante le session – le dimissioni di Fox e del produttore Dave Edmunds, sostituiti rispettivamente da Phil “Philty Animal” Taylor e Fritz Fryer – delude la casa discografica: il risultato è il congelamento dei nastri, in verità ben poco esaltanti, che verranno posti in commercio come On Parole solo nel 1979.

Con l’ingresso di “Fast” Eddie Clarke al posto del dimissionario Wallis i Motörhead completano il loro organico più famoso, che durerà fino al 1982 raccogliendo rilevanti consensi di mercato e critica grazie a un sound post-MC5 veloce, compatto e aggressivo, capace di unire l’impatto ruvido e lancinante del punk con le strutture articolate e la precisione tecnica del metal senza privilegiare la grezzezza del primo né l’esibizionismo spesso vuoto del secondo. Per raccogliere i meritati frutti della loro semina, resa particolarmente coraggiosa dal contesto nel quale essa avveniva (la Londra punk del ‘77, in teoria non molto bendisposta nei confronti di tre lungocriniti con trascorsi da fricchettoni), Lemmy e compagni dovranno però ingoiare parecchi altri bocconi amari: ad esempio, l’iniziale, mancata uscita in Inghilterra del primo 45 giri Leaving Here, la difficile intesa con la Chiswick (che comunque pubblicherà il singolo Motörhead e il più che valido, brutale 33 giri con lo stesso titolo), le accuse prive di fondamento di simpatie naziste e quelle fondate di rapporti un po’ troppo stretti con gli stupefacenti, fino alla lunga pausa dovuta al grave incidente occorso a Taylor nel corso di una delle tante risse nelle quali l’ensemble si trova suo malgrado (?) coinvolto. Vicissitudini che avranno in ogni caso il loro contraltare in un ciclo di grande vitalità artistica e di notevoli successi, sul quale sarà costruita la leggenda Motörhead: una leggenda che, nonostante le cinquanta primavere del leader e vari lavori non propriamente irresistibili, ha resistito pressoché inalterata fino ai giorni nostri grazie soprattutto alla straordinaria verve dei concerti.

A documento del periodo d’oro del terzetto restano quattro album di studio e uno dal vivo più circa una dozzina di 45 giri (i cui brani altrimenti inediti sono stati inclusi nelle ristampe in CD realizzate nel 1996 dalla Castle), tutti marchiati Bronze; dischi che oggi, pur non potendo nascondere gli anni, mettono in luce una sempre invidiabile energia e un estro solo in parte inficiato dalle performance canore un po’ monocordi di un Lemmy comunque a suo agio nei panni del celebrante di cupi riti hard. La serie, dopo il singolo del 1978 contenente un remake della classica Louie Louie, è inaugurata da Overkill e dal più debole Bomber (quasi interamente dedicato al tema della guerra, autentica osessione culturale del leader), entrambi prodotti da quello stesso Jimmy Miller che già aveva apposto la sua firma su Exile On Main St. dei Rolling Stones: prove convincenti dove la vena hard di derivazione rhythm’n’blues prevale nettamente su quella punk a dispetto della rapidità di esecuzione di molti pezzi. “La gente” – ebbe a dire il cantante – “afferma che siamo i padrini dell’heavy metal, ma sono tutte coglionate. Siamo emersi con il punk, ma subito dietro, sebbene non abbiano cominciato a causa nostra, c’era gente come gli Iron Maiden e i Saxon”. Tutto verissimo, come implicitamente confermato da testi piuttosto barricaderi – seppur di rado dirette, nichiliste e/o politiche – e dall’avvio di una breve e purtroppo sterile collaborazione con i Damned… ma all’epoca, almeno nel circuito punk, dichiarare amore per i Motörhead serviva solo a farsi guardare con sospetto: ci vorranno le ibridazioni metal-core di metà ‘80 per convincere gli scettici di come il gruppo fosse l’avanguardia del domani e non l’ultimo baluardo dell’ieri. Intanto, nell’autunno 1980, Ace Of Spades scolpisce i nomi di Lemmy, Clarke e Taylor nel gotha del rock britannico: quarto posto in classifica, fortunatissima tournée promozionale (non a caso ne verrà tratto il live No Sleep ‘Til Hammersmith, giunto addirittura alla vetta delle charts) e affermazione plebiscitaria presso i kids di tutta Europa. Gli Stati Uniti rimangono però quasi indifferenti, non ripagando l’amore dimostrato dalla band con la foto di copertina (i tre vi compaiono abbigliati da desperados; l’anno dopo, su quella di un EP diviso con le Girlschool, sarannno invece vestiti da gangster) e con il più ampio utilizzo degli argomenti western già accennati in Bomber. Il simbolo dell’asso di picche non assolve però appieno, come gli era stato richiesto, il compito di esorcizzare la sfortuna, visto che durante il tour Taylor si frattura alcune vertebre cadendo per le scale in stato di ubriachezza… ma questo non impedisce a Live To Win, concepita come risposta alla Born To Lose del primo LP, di rivelarsi profetica.

Prodotto da Vic Maile, Ace Of Spades è senza dubbio il miglior album dell’ensemble, una spanna al di sopra di Overkill e del successivo, pur ottimo Iron Fist. Il momento magico sarà però interrotto per sempre dal volontario abbandono di Eddie Clarke, che nel 1982 poserà una lapide sui Motörhead “storici” aprendo alla formazione le porte di una (relativa) decadenza peraltro illuminata da lavori apprezzabili quali Orgasmatron (1986), il live No Sleep At All (1988) e 1916 (1991). La loro cospicua eredità musicale è comunque più viva che mai, come ad esempio non manca di sottolineare l’influenza determinante da essi esercitata sull’ultima schiera di agguerriti rocker scandinavi capitanata da Hellacopters e Gluecifer. Chissà se Lemmy, nella sua incessante e frenetica corsa tra palchi, studi di registrazione, alcool e sostanze chimiche (“il rock’n’roll non è un lavoro, è uno stile di vita”, affermò una volta), ha mai davvero realizzato quanti figli – legittimi e, purtroppo, anche illegittimi – ha sparso per il mondo…

Tratto da Rumore n.86 del marzo 1999

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Categorie: articoli | Tag: , | 4 commenti

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4 pensieri su “Motörhead

  1. Non sono mai stato un grande fan dei Motörhead, ma è vero, “La sottile linea bianca”, di Lemmy, è strepitoso.
    (A proposito c’è qualche rapporto con l’omonimo brano degli Afterhours?)
    Menzione speciale per “lungocriniti con trascorsi da fricchettoni” 🙂

    • Libro FANTASTICO, r’n’r al 10000%.

      Rapporti con gli Afterhours proprio non saprei. Il libro è 2003 (Italia 2004), “Ballate per piccole iene” 2005. Chissà. È comunque un titolo figo.

  2. Gian Luigi Bona

    Quando si dice il caso… avevo giusto bisogno di un articolo come questo per colmare un buco nei miei scaffali (ebbene si, non ho un solo disco dei Mötorhead !) lo so… mi vergogno.

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