David Peel

Non so davvero a quanti potrà interessare un recupero su un artista così di culto. Pochi, suppongo, ma proprio non mi importa: qualcuno ci sarà, e per quanto riguarda gli altri… pazienza. Per quel che può valere, David Peel è di sicuro una delle mie “icone rock”, anche se devo ammettere che è tale più concettualmente che per meriti strettamente musicali. Questa retrospettiva risale al 2000 e da allora, per quanto riguarda la situazione discografica, non è cambiato molto: qualche ristampa è sparita dalla circolazione, altre ne sono arrivate (e sono magari nel frattempo scomparse anch’esse), sono persino saltati fuori alcuni nuovi dischi che naturalmente non aggiungono nulla di sostanziale alla storia di questo personaggio. Un personaggio non canonico e a suo modo, almeno per come la vedo io, affascinante.

David Peel fotoIl verme (velenoso) nella Grande Mela
Ho cominciato a conoscere la musica di David Peel quasi un quarto di secolo fa, complici un intrigante articolo edito da “Gong” e la fornitissima raccolta vinilica di un vecchio, caro amico che ai barocchismi dell’allora imperante progressive preferiva i graffi di gente più oltraggiosa, ruspante ed eccentrica. Gente fuori di testa come il mr.Peel qui trattato: un personaggio decisamente atipico, di quelli che è senz’altro più facile non capire o detestare piuttosto che apprezzare. Per quanto mi riguarda non farò nulla per addolcire la pillola, e se arrivati al termine vi troverete a fare i conti con un insopprimibile desiderio di ascoltarne qualche brano vorrà dire che non potrete non amarlo. E quindi che, come il sottoscritto, non siete del tutto normali.

* * * * *

Washington Square, situata nella parte sud di Manhattan a pochi passi dall’Università, è una delle piazze più famose di New York, che nelle belle giornate è sempre affollata di persone in cerca di sole e riposo nonchè di ogni genere di artisti di strada; tra costoro, verso la metà dei ‘60, c’è David Peel, giovane cantante e chitarrista in possesso di un repertorio di canzoni caustiche nei confronti del sistema ma anche dotate dell’ironia necessaria per catturare l’attenzione dei passanti. Ben presto, stretto un sodalizio con altri due busker dalle improbabili generalità (Billy Joe White e Harold White), Peel dà vita agli Yellow Banana, che in breve si ribattezzano Lower East Side (dal nome di una delle zone cittadine “storicamente” più malfamate) e inanellano una lunga serie di concerti più o meno improvvisati in vari festival: si spingono fino in Germania per il “Protest International Rock Folk Festival” di Essen del 1968 e poi si esibiscono anche, ma non sul palco, per il vasto pubblico di Woodstock. Tutta questa insolita attività, confusa ma tutt’altro che sterile, non sfugge a Danny Fields (che, in seguito, “scoprirà” anche i Ramones), all’epoca talent-scout di quell’Elektra che ha già in scuderia alcuni tra gli esponenti più in vista del rock anti-establishment quali MC5, Stooges e Doors. Incredibile a dirsi, vista la sgangheratezza della congrega (non dimentichiamo però che, un anno prima, la Reprise aveva ingaggiato i Fugs), David Peel And The Lower East Side ottengono un contratto major.
Have A Marijuana, del 1969, mantiene esattamente quanto promesso dal titolo, dall’incisione “live” a Washington Square – l’etichetta vi inviò per quattro domeniche consecutive uno studio mobile – e dalla foto della pianta di Cannabis Sativa che fa bella mostra di sè in copertina: folk metropolitano ruvido e stranito, sviluppato in caustiche filastrocche dove l’apologia delle droghe leggere (riuscite a immaginare qualcosa di più esplicito di I Like Marujuana o Show Me The Way To Get Stoned?) si fonde con invettive antimilitariste e contro la polizia in un esilarante happening con tanto di partecipazione verbale degli spettatori. La voce di Peel è tanto sgraziata quanto abrasiva e l’impasto strumentale si avvale solo di chitarre (ben tre, di cui due a dodici corde), armonica, basso e tamburello, ma non importa: rabbia, sense of humour e forza espressiva non mancano, e l’insieme funziona. Non funziona abbastanza, però, a parere della Elektra, che per il lavoro successivo chiede un’impostazione meno svaccata e più “convenzionalmente” rock: con l’aiuto di alcuni turnisti che si affiancano al terzetto – la girandola di collaboratori interni ed esterni sarà comunque una costante della carriera di Peel – viene così approntato The American Revolution, che esce nel marzo del 1971. I temi sono grossomodo gli stessi del debutto, con altri inni stupefacenti (I Want To Get High e la potente Legalize Marijuana), sbeffeggiamenti alle cosiddette forze dell’ordine (Oink, Oink), prese di posizione pacifiste giocate sul filo del sarcasmo (I Want To Kill You, splendido sabba infernale dai toni quasi psichedelici), un omaggio al gentil sesso (Girls Girls Girls) e una sofferta ballata intesa come “preghiera” (God). Nello stesso anno a Detroit, in occasione di un concerto-benefit per la scarcerazione di John Sinclair (leader del White Panther Party, del quale facevano parte anche gli MC5), Peel ha modo di conoscere John Lennon e Yoko Ono, con i quali stringe amicizia (Lennon gli dedicherà addirittura alcune righe di New York City) e dai quali è portato alla Apple: il trittico iniziale della sua discografia si completa così nel 1972 con l’ancor più ingiurioso The Pope Smokes Dope (“Il papa fuma la droga”), prodotto – o, meglio, supervisionato – dall’ex Beatle e signora e messo al bando ovunque tranne che negli Stati Uniti e in Canada. Da un lato conferma dell’acquisita maturità musicale (con il rock vissuto però in senso più attitudinale che stilistico), e dall’altro ritorno alle registrazioni per la strada dell’esordio, con conseguente approccio istintivo e sguaiato, l’album allinea dodici brani efficaci tanto nelle strutture strumentali quanto soprattutto nelle liriche; non mancano i divertissement (l’esilarante talking di F Is Not A Dirty Word, Birth Control Blues, la versione adattata alle circostanze di McDonald’s Farm – sì, proprio Nella vecchia fattoria), ma per il resto si tratta di canzoni. Lucidamente dissennate sia quando omaggiano famosi colleghi (The Ballad Of New York City – John Lennon Yoko Ono e The Ballad Of Bob Dylan), sia quando toccano con la consueta ferocia argomenti politici (The Chicago Conspiracy, I’m Gonna Start Another Riot), sia quando puntano all’effetto-shock (la title track, con il suo indimenticabile incipit “Il papa fuma la droga/Dio gli ha dato l’erba”), sia quando l’intento di Peel è celebrare se stesso e i reduci del sogno hippie/anarchico ribadendo nel contempo il saldo legame affettivo con i narcotici (I’m A Runaway, The Hippies From New York City e The Hip Generation, fino all’ossessiva Everybody’s Smoking Marujana).
Nonostante The Pope Smokes Dope gli abbia regalato una discreta notorietà, David Peel decide di chiudere i rapporti con il mondo major e di fondare una sua etichetta autogestita. La battezza Orange, in onore della Apple, e nel 1973 inaugura con il 45 giri Bring Back The Beatles un catalogo di dischi volutamente underground sia nella realizzazione che nella diffusione. Ben pochi, così, si accorgono di An Evening With David Peel (1975, dal vivo) e Bring Back The Beatles (1977, in studio), che non aggiungono nulla di rilevante a quanto già detto con maggiore incisività del triennio 1969-1972. Assai più significativo è invece il seguente King Of Punk, del 1978, in cui l’eccentrico busker si attribuisce la paternità del punk newyorkese al grido di “I’m the king of punk from the streets of the Lower East Side” (o “Suicide”), togliendosi la soddisfazione di immortalare il suo vaffanculo – “fuck you”, papale papale – a più o meno tutti gli “usurpatori”: da Patti Smith ai Ramones, dai Blondie ai New York Dolls, da Wayne County ai Talking Heads, dagli Heartbreakers ai Television. Il tutto con il supporto di un rock caotico, sudicio e iperdistorto, particolarmente riuscito anche in episodi quali Punk Rock e Who Killed Brian Jones. Il 1979/1980 è anche l’ultimo periodo di intensa attività per Peel, con l’uscita ravvicinata di Santa Klaus Rooftop Junkie (session del 1973/1974: è d’obbligo menzionare, non fosse altro per il titolo, Who Stole John F. Kennedy’s Brain?), John Lennon For President e Death To Disco: è sua la palma di migliore del lotto, grazie all’inclusione delle due ottime tracce – Junk Rock e I Hate You – che l’anno prima erano state chissà perchè relegate in un oscuro singolo ma anche per l’ex chitarrista degli MC5 Wayne Kramer e del depravato G.G. Allin che vi appaiono come ospiti. Poi, a seguire il valido ma abbastanza prevedibile 1984 (edito sul finire del 1983; Kramer e Allin sono ancora tra i collaboratori), il Nostro smette per ben dieci anni di confezionare album, limitandosi a commercializzare un paio di 45 giri e oltre trenta cassette fatte in casa contenenti stralci più o meno ampi di performance live. Sette pezzi estratti da una di esse, registrata nel 1980 allo storico Rat Club di Boston, finiranno nel 1993 nella ristampa in CD di King Of Punk, firmata dalla Helter Skelter di Roma.
Dal 1994 ad oggi, David Peel non è scomparso nel nulla: persevera nella sua guerra personale, continuando a suonare ovunque se ne presenti l’occasione (è stato anche, fuori programma, a Woodstock 2000) e a non smentire la sua nomea di agitatore sociale. Minore, invece, l’attività sul fronte discografico, con il contributo – una I Like Marujana riletta accompagnato ai 360’s – alla raccolta-tributo all’erba per eccellenza assemblata dalla Capricorn e i CD War & Anarchy (Noiseville 1994), The Battle For New York (Alycon 1994) e Up Against The Wall (Auravox 1995; le canzoni sono per lo più colte dal vivo nel 1974), ma potrebbe esistere anche un Live In France sul quale circolano però notizie frammentarie. I tre titoli di cui sopra sono gli unici dell’artista americano ad essere apparentemente reperibili con relativa facilità nei negozi specializzati (o in Internet), assieme a una riedizione con copertina differente (arricchita di cinque pezzi già sul primo e secondo lp) di The Pope Smokes Dope e ad una canonica di Bring Back The Beatles; esauritissima, al contrario, la vecchia ristampa digitale di Have A Marijuana, mentre con un pizzico di fortuna ci si potrebbe ancora imbattere in una copia del King Of Punk di Helter Skelter. Troppo poco? Forse sì. Perchè, se anche è innegabile che un qualsiasi album tra quelli elencati è sufficiente alla comprensione dell’universo artistico dell’artista, è altrettanto vero che il divario qualitativo tra disco e disco non è una questione di sfumature. I primi titoli ai quali conviene accostarsi sono comunque The Pope Smokes Dope e King Of Punk, i più solidi sostegni del mito David Peel; restando comunque in attesa di prossimi, eventuali recuperi, dai quali un vero studio del personaggio – che, credetemi regalerebbe più d’una sorpresa – non può certo permettersi di prescindere.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.423 del 19 dicembre 2000.

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Categorie: articoli | Tag: , | 5 commenti

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5 pensieri su “David Peel

  1. Chango

    Bellissimo. Grazie.
    Conoscevo già il personaggio ma leggere quest’articolo è stato uno spasso, come la sua musica, oltre a farmi fare un giro e trovare che il primo album è stato ristampato da pochi mesi….grazie anche per questo.

  2. ops forse era su Helter Skelter
    cmq la sostanza non cambia
    era periodo di passaggio di consegne

    • Non ricordo neanch’io dove, non mi pare su Hate, ma ricordo che Gigi era addirittura andato a pescarlo a New York per fare la ristampa di “King Of Punk”.

  3. The Pope Smokes Dope
    Mitico David Peel, ricordo che Pierluigi Bella con la sua Hate! dedico un del bel materiale di questo gran “Freakketone punk”

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