The Oblivians

Gli anni attorno alla metà dei ‘90 sono stati un vero paradiso per gli amanti del cosiddetto lo-fi, con tutta una splendida scena (soprattutto americana) a base di band dedite a musica abrasiva e lancinante nella quale convivevano “radici” e punk, il tutto impresso su dischi – in vinile, preferibilmente – pubblicati da piccole etichette. Fra i gruppi più apprezzate di quel “movimento” c’erano gli Oblivians, che incontrai nel 1997 per “Bassa Fedeltà”: finirono sulla copertina del n.2 e questa lunga intervista è un’eloquente testimonianza dello spirito che guidava un po’ tutti gli esponenti di quella indomita schiera di rockers. Unica nota dolente, che le ultime parole non si siano rivelate profetiche: il trio si sciolse di lì a non molto, senza realizzare altri album.

Oblivians fotoT(h)rashin’ the blues
Per ogni cultore del suono e dell’attitudine lo-fi, gli Oblivians sono ormai una specie di simbolo: grazie alla sua capacità di interpretare in chiave scarna, ruvida e aggressiva – punk, insomma – le radici del blues e del rock’n’roll, il terzetto composto da Jack Yarber, Greg Cartwright e Eric Friedl è infatti divenuto una delle più celebrate cult-band del settore, come testimoniato da una discografia che in poco più di quattro anni è arrivata a comprendere quasi una ventina di titoli frazionati tra nove diverse etichette. Impossibile, almeno per “Bassa Fedeltà”, non sfruttare l’occasione dell’intervista-fiume, offerta dal recente tour italiano del gruppo di Memphis al fianco degli esordienti Revelators.

* * * * *

Dei tre Oblivians, Greg è di sicuro il meno appariscente, visto anche il contrasto tra il suo “non-look” da tipico all american boy di provincia e i giubbotti di pelle nera indossati da Eric e Jack. Ben più loquace dei compagni, non sembra affatto scontento di dedicarmi un’oretta rubata al riposo; e per il sottoscritto, che attendeva questo incontro dai tempi di Soul Food, è un piacere ascoltare dalla viva voce del sig.Cartwright considerazioni sparse sul presente, il passato e il futuro della sua band.
Cominciamo dalla vera storia degli Oblivians: quando, come e soprattutto perché?
È accaduto tutto a Memphis, a cavallo tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio dei ‘90. Dopo varie esperienze in diversi gruppi minori, io e Jack ci siamo trovati assieme nei Compulsive Gamblers, con i quali abbiamo realizzato tre 45 giri (poi raccolti, assieme a una decina di brani inediti, nel CD Gambling Days Are Over della Sympathy, NdI): la nostra era musica strana, un rock’n’roll con elementi folk nel quale entravano anche organo, piano, viola e sax.
E così, stanchi di tutti questi strumenti, avete optato per uno stile decisamente più essenziale.
Sì, diciamo di sì. Comunque i Compulsive Gamblers si sono sciolti proprio mentre Jeff Evans aveva appena finito di allestire il primo organico dei ‘68 Comeback insieme a Jack Taylor, Darin Lin Wood, Peggy O’Neil e Dan Brown (tutti nomi piuttosto noti nel giro: cercateli nei lavori di Gibson Bros, Monster Truck Five, Blacktop, Fireworks, Gories, Royal Trux, NdI). Il gruppo si apprestava a partire per un tour di due mesi attraverso gli Stati Uniti, e quando Peggy fu costretta a rinunciare a parteciparvi io dissi a Jeff che poteva contare su di me nel caso gli occorresse un batterista; in realtà si trattava di una specie di scherzo, visto che non avevo mai davvero suonato la batteria, ma poiché il posto dietro ai tamburi era rimasto vacante ho dovuto imparare. Una volta ritornato a Memphis, Jack mi ha presentato Eric, che aveva conosciuto in un negozio di dischi e con il quale provava già da qualche settimana; così abbiamo ripreso la nostra avventura in tre, con una manciata di canzoni scritte da ognuno di noi e senza un vero frontman: anzi, con tre potenziali leader e nessun sostegno ritmico alle spalle. Lo scambiarci i ruoli, come facciamo ancora oggi, è stata una necessità piuttosto che una decisione.
Perché non usate il basso?
È andata così. Siamo tre chitarristi.
Non è difficile passare dalle sei alle quattro corde…
No, affatto, ma all’epoca nessuno di noi aveva abbastanza soldi per acquistare un basso. Adesso non ci va di cambiare, anche perché abbiamo verificato che una chitarra può sostituire il basso in qualunque circostanza, e può fare anche molto di più. Prendi il primo album, Soul Food: nonostante l’assenza del basso le canzoni sono solide e potenti, grazie alle loro strutture molto ritmiche.
Mi sembra di capire che, dal punto di vista concettuale, la filosofia degli Oblivians si basa più sull’istinto che sulla programmazione.
Senza dubbio. Sia dal vivo che in studio tendiamo molto ad improvvisare, ad andare avanti senza troppi problemi e vedere dove si va a finire. Solo nell’ultimo mini-LP, Play 9 Songs With Mr. Quintron, abbiamo meditato un po’ di più.
Infatti il disco sembra più studiato, anche sotto il profilo degli arrangiamenti.
Sì, ma questo non significa che sia indicativo di una nuova direzione meno lo-fi intrapresa dal gruppo. È un progetto a parte che prevede l’utilizzo dell’organo e che rientra nel discorso generale dell’assecondare i nostri impulsi: d’altronde, mi pare che nemmeno Popular Favorites fosse identico a Soul Food, o al dieci pollici della Sympathy, o ai singoli. Non vogliamo realizzare dischi sempre più curati sotto il profilo della produzione, e non a caso in parallelo a Popular Favorites sono usciti due 45 giri piuttosto grezzi come Kick Your Ass e Strong Come On: ci interessa solo che quello che registriamo rispecchi il nostro particolare momento creativo.
In Play 9 Songs…, quindi, desideravate una maggior raffinatezza.
Non esattamente: Play 9 Songs è meno prodotto del suo predecessore, è inciso quasi totalmente dal vivo. È un album al 95% improvvisato, pensa che il tastierista ha ascoltato per la prima volta i brani che ne fanno parte poche ore prima delle session, e che tutto il lavoro è durato appena un giorno.
Cosa vedi nel futuro degli Oblivians?
Non so. Spero solo che continueremo a produrre musica che meriterà di essere ascoltata, indipendentemente dalla band in cui suoneremo, e credo che questa sia anche l’idea di Jack e Eric: insomma, proseguire a fare quello che ci va finché non finisce, per un motivo o per l’altro.
Il gruppo è il vostro unico impiego?
No, purtroppo no. Io lavoro in un ristorante, Jack fa il fattorino… possiamo avere solo occupazioni precarie, perché in caso contrario non saremmo liberi di abbandonarle per esigenze di tour.
Per voi, muovervi nell’ambito delle etichette indipendenti è una scelta o un obbligo imposto dalle circostanze?
È una nostra decisione, nel senso che non crediamo che budget più ricchi o la collaborazione di chissà quale produttore di grido potrebbe aiutarci a migliorare la nostra formula musicale.
Quindi se la Capitol o la Warner Bros vi proponessero un contratto declinereste l’offerta.
Non credo che una major avrebbe mai interesse negli Oblivians, o che riuscirebbe a vendere i nostri dischi in quantità molto superiori a quelle della Crypt. Comunque, firmare con una major non significa necessariamente vendersi, a contare sono le motivazioni dell’artista ed il modo in cui esse si traducono in canzoni. Il mondo del rock è pieno di gente che dopo un paio di dischi ha tirato i remi in barca, ma anche di personaggi la cui carriera è un vero e proprio inno all’espressione più libera e incontaminata, senza rilassamenti né cadute nell’artificioso. A scrivere la storia del rock’n’roll non sono le etichette, ma i musicisti.
Gli Oblivians, allora, sono una specie di missione?
No, non la vedo in questo modo. Sono un qualcosa che ci diverte e soprattutto un mezzo attraverso il quale sviluppare in modo costruttivo la nostra passione per la musica: suonare ciò che ci piace per noi stessi, e stimolare chi ci ascolta a scoprire quello che ci ha ispirati. E magari, ci auguriamo, ad approfondire la sua conoscenza delle radici, del blues delle origini e di tutto ciò che è alla base del puro rock’n’roll.
Dunque scegliete anche le cover da interpretare basandovi solo sul vostro gusto.
Proprio così. Quando ci capita di sentire un brano che ci piace, ci viene spontaneo volerlo interpretare alla nostra maniera. Prima lo facciamo durante i concerti, e se vediamo che funziona, che diverte sia noi che il pubblico, lo inseriamo in qualche disco. Non ci importa chi ha scritto il pezzo, a contare è che si tratti di una bella canzone… infatti, a differenza di talti altri, noi non ci limitiamo a un solo genere ma preferiamo spaziare, partendo dai più oscuri blues per arrivare ai Trio. Non puoi immaginare quanti nostri fan ci chiedono spiegazioni sul perché abbiamo in repertorio ben due cover di quello strano gruppo “pop” tedesco.
Nel vostro approccio ai brani altrui, quanto è importante  personalizzarli?
Molto. Il nostro intento è quello di riprendere un pezzo valido e fare in modo che si continui a ritenerlo tale, ma per ragioni differenti rispetto all’originale.
E cosa pesa di più, nel suono degli Oblivians: il feeling blues o l’attitudine punk?
Difficile rispondere, anche perché nella nostra musica confluiscono così tante influenze che capire quali siano quelle dominanti non è semplice neppure per noi. Ritengo che il filo conduttore di tutta l’esperienza Oblivians sia nel nostro atteggiamento nei confronti del live: ci capita spesso che, dopo la stessa esibizione, alcuni vengano a dirci che si è trattato del miglior concerto blues al quale abbiano mai assistito, ed altri ci facciano i complimenti per la forza dirompente del nostro punk rock. Punk e blues sono solo parole, mentre l’energia e l’eccitazione sono i fatti.
Credi che gli Oblivians sarebbero stati gli stessi, se aveste vissuto in un altro posto invece che a Memphis?
Sì e no. È vero che, vivendo a Memphis, abbiamo avuto modo di confrontarci più da vicino con determinate tradizioni, ma è altrettanto vero che è ciò che si ascolta, più che l’ambiente dove si cresce, a determinare le proprie inclinazioni in fatto di rock’n’roll. Prendi i Revelators: sono originari di una cittadina sperduta del Missouri, priva di storia musicale, ma questo non gli ha impedito di conoscere ed assimilare i suoni giusti.
Che dischi sentivi, da ragazzino?
Molto pop-rock anni ‘60: Beatles, Rolling Stones, Beach Boys… Erano i dischi che piacevano a mio padre e ai miei due zii. In casa c’era anche del british blues, John Mayall e cose del genere.
E quando hai scoperto il vero blues?
Più in lù, grazie a un giro di amici che mi ha spinto ad avvicinarmi a musiche alternative come il punk e, tutto sommato, il vecchio blues. Compravo parecchi album e mi facevo registrare cassette, principalmente per cercare di capire cosa preferivo ascoltare.
Il termine punk ha attinenza con gli Oblivians?
Sì, ma credo che in fondo si tratti di rock’n’roll. Il punk non è altro che questo, e uno dei più grossi equivoci nella storia della musica moderna è l’averlo considerato una sorta di ribellione al vero rock’n’roll. Il punk, quello degli anni ‘70, rappresentava al contrario un vero recupero delle radici, un riallacciarsi all’epoca di quando rock significava potenza, crudezza, divertimento e trasgressione.
Come molte altre band della stessa area, anche gli Oblivians vantano una discografia molto disordinata. A cosa è dovuta questa generale tendenza a pubblicare dischi un po’ come capita?
Dipende dal livello, piuttosto basso sotto il profilo commerciale, sul quale si muovono i gruppi come gli Oblivians. Le etichette sono piccole e spesso gestite per hobby da un’unica persona, come la Goner del mio compagno Eric, con il risultato che quasi nessuna desidera o può permettersi un investimento continuativo. Riguardo ai formati, l’affermazione sul vastissima scala dei CD ha paradossalmente favorito la (ri)nascita di oggetti di culto come i 7 e i 10 pollici, che hanno il fascino del passato e che danno ai loro consumatori l’idea di far parte di una specie di setta esclusiva. Non c’è nulla di male, è una cosa abbastanza divertente.
So che hai anche inciso qualcosa da solo.
Un pezzo più o meno acustico, sempre molto lo-fi, nella colonna sonora del film The Sore Losers. È una specie di b-movie a metà tra azione, horror e fantascienza, nel quale recitano anche Jack, Mike dei Makers e D’Lana, la modella che appare sulle copertine di parecchi dischi degli Oblivians. Il regista è J. Michael McCarthy, un nostro amico di Memphis.
Saresti in grado di tracciare una mappa della tua musica preferita dagli anni ‘50 agli ‘80?
È una domanda terribile… più o meno tutto il rhythm’n’blues e rockabilly più ruvido per quanto riguarda i ‘50; i Beatles, i Rolling Stones e un milione di altri, compresi gli sconosciuti delle varie raccolte alla Back From The Grave per i ‘60; e poi, dai ‘70 ad oggi, gli Stooges, gli MC5, i New York Dolls, il primo punk americano, i DMZ, i Devo e i Pere Ubu, i Misfits, gli Hüsker Dü, Tav Falco… potremmo continuare così per ore!
Vedi gli Oblivians come parte integrante di una scena ben definita, o ritieni che siano una realtà a sé stante?
In un certo senso siamo legati a una scena, anche se non amiamo granché essere inquadrati in un fenomeno o, peggio, classificati all’interno di una tendenza. Però riconosciamo di appartenere ad una specie di movimento di recupero della cultura garage che ha ramificazioni un po’ in tutto il mondo, alla pari di altre band alle quali ci capita spesso di essere accostati: i Chrome Cranks, la Jon Spencer Blues Explosion, i ‘68 Comeback… tutti nostri amici, con i quali ci sentiamo in sintonia.
Con l’esclusione dei nomi già citati, ci sono emergenti che a tuo parere meritano attenzione?
Mi piacciono molto i Subsonics, le Donnas di San Francisco… anche i Reatards di Memphis, che in realtà sono un’unica persona: il loro singolo, pubblicato dalla Goner, è stato registrato in camera da letto. Comunque ascolto maggiormente musica vecchia.
Che tu sappia, gli Oblivians sono fonte di ispirazione per qualche nuovo gruppo?
Sì, direi di sì, ed è piuttosto lusinghiero. Mi è capitato fra le mani il CD degli Zin-derella (o qualcosa del genere, NdI), le cui canzoni somigliano davvero molto alle nostre, specie a quelle di Popular Favorites. C’è anche una band francese che ha registrato una cover di Jim Cole.
Insomma, anche voi siete entrati nella leggenda…
Se la tua vuole essere una battuta, sono d’accordo. Parlando sul serio, preferisco dire che la nostra musica è piaciuta molto a qualcun altro, tutto qui.
Cosa pensi che staresti facendo se non fossi negli Oblivians?
Sono certo che sarei comunque impegnato in campo musicale, con un altro gruppo.
Che dici, gli Oblivians hanno le carte in regola per durare a lungo?
Mi piace credere di sì, almeno per un altro po’. Siamo in circolazione solo da quattro anni, e crediamo che il nostro discorso espressivo abbia ancora buoni margini di sviluppo.
Tratto da Bassa Fedeltà n.2, luglio/agosto 1997

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Categorie: interviste | Tag: , | 5 commenti

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5 pensieri su “The Oblivians

  1. Delirio di ricordi

  2. Lo ricordo questo numero di Bassa Fedeltà (ah come mi manca una pubblicazione di quel tipo)
    concordo con te sull’importanza degli Oblivians, credo che con Chrome Cranks, Gorie, Jon Spencer, Trashwomen, Mummies, Ripoffs etc. siano stati la spina dorsale della musica selvaggia dei 90.

  3. Gian Luigi Bona

    Complimenti Federico, il tuo blog sta andando alla grande ! Leggere tutti ii giorni il tuo blog e quello di Eddy è diventato un bel momento all’interno della giornata. Piccole oasi di intelligenza sparsi. Il giornale cartaceo resisterà ancora ma di certo questi blog ad opera di persone competenti permettono un dialogo fra tutti noi continuo e non ingessato sulle pagine di un giornale.

    • Troppo buono, ti ringrazio. Sulla resistenza a oltranza dei giornali cartacei, però, ho qualche dubbio. Così come ne ho sul fatto che il mio possa rimanere un lavoro (quasi) vero e non diventare un pur piacevolissimo hobby come questo blog.

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