Syd Barrett

Sono molto affezionato a questo articolo, scritto sull’onda emotiva della morte di Syd Barrett. Assieme ai tributi più succinti di alcuni colleghi fu l’articolo di copertina di quello che è tuttora il numero del Mucchio più venduto dal tempo del ritorno alla periodicità mensile, ma non è per questo – ci mancherebbe! – che ci trovo qualcosa di speciale: è perché, rileggendolo, lo trovo stilisticamente diverso dai miei standard, e ogni volta me ne stupisco. Chissà come mai è venuto fuori così.

Barrett copQuello che non c’era
E così te ne sei andato, Syd, ma per davvero. Nessun guardone potrà più raccontare di averti “avvistato” da qualche parte, durante una delle tue rare uscite dalla casa dove avevi deciso di seppellire te stesso e il tuo splendido passato (remoto). E nessuno azzarderà più ipotesi di un tuo (improbabile) ritorno: un ritorno che chi ti amava fino alla venerazione in realtà non desiderava, perché sarebbe stato triste ritrovarti vecchio, malato e soprattutto incapace di soddisfare le aspettative di quanti avrebbero preteso da te nuove, insane magie. Ci saranno, ed è anche giusto così, i pellegrinaggi di rito su una tomba nel Cambridgshire, con lacrime e fiori… e chitarre scordate, e canti stonati: perché non eri da Père Lachaise, tu, non eri il Re Lucertola, ma uno spaventapasseri; non sei morto ventisettenne, e in modo misterioso ed eclatante, a Parigi, ma sessantenne e debilitato – nel fisico e nella mente – nella campagna britannica, nel letto dove da oltre tre decenni dormivi da solo in una stanza alla quale, dicono i soliti bene informati, avevi fatto murare le finestre. Eppure, nonostante la mancanza di rispetto dei paparazzi che periodicamente attentavano alla tua privacy e davano in pasto ai tuoi feticisti fotografie ordinarie, noi ti ricorderemo giovane e bello, come sono tutti gli eroi: il putto adulto, con gli occhi appena spiritati, dei vecchi scatti dei Pink Floyd, o l’uomo più selvatico di quei giorni di fine 1969, quando LSD e psicofarmaci si erano divorati un bel po’ di gangli e tu, cacciato dalla tua band per intemperanze e sopraggiunta inaffidabilità, stavi per farti (ri)conoscere come il folle che ride. Bello e impossibile, con la testa piena di creature bizzarre che volano e strisciano e scavano e nuotano e saltano e le loro immagini (astrali?) che appaiono e svaniscono come il gatto del Cheshire caro a Lewis Carroll, lasciando visibile solo un (sinistro) sorriso.
Quando ti ho conosciuto, troppo tempo fa perché abbia voglia di ricordare esattamente quanto, eri già lontano, già nel mito. Eri quello che non c’è, icona di un mondo durato poche stagioni “in technicolor” tra i fumi acidi di una Swinging London alla cui esistenza è oggi quasi difficile credere, tanto è divenuta leggenda. Eri il Cappellaio Matto e non ancora il Diamante Pazzo: così ti avrebbero chiamato, anni dopo il benservito, i tuoi ex compagni logorati dai sensi di colpa, dedicandoti un comunque commosso “vorrei che fossi qui”. Ed eri, senza alcun dubbio, il Pifferaio ai cancelli dell’aurora, poiché di quel fantastico The Piper At The Gates Of Dawn del 1967 avevi firmato dieci brani su undici, otto dei quali in perfetta solitudine. E che brani! Astronomy Domine, Lucifer Sam, Matilda Mother, Flaming, The Gnome, Chapter 24, Scarecrow e Bike, per non dire delle altre quattro gemme – Arnold Layne, Candy And A Currant Bun, See Emily Play, Apples And Oranges – centellinate nello stesso anno fra tre 45 giri e della Jugband Blues che fu il tuo unico ma preziosissimo contributo compositivo a A Saucerful Of Secrets. E delle ulteriori due finora mai arrivate ufficialmente alla gloria del vinile o del CD: Scream Thy Last Scream, che devi aver scritto avendo in corpo troppi (o troppo pochi) acidi, e la ben più convincente Vegetable Man, nella quale facevi forse della profetica autoironia sul te stesso ancora da venire. Ora il tuo amico Roger afferma di avere ancora qualcosa nei cassetti, qualcosa che sottrarrà presto all’oblio in tuo onore e per ricordarti. E anche se è noto che lui e gli altri ti hanno spesso aiutato economicamente, poteva farlo prima: almeno avresti avuto in tasca qualche sterlina in più per “goderti” – il termine è improprio, ma suppongo che ti sarebbe piaciuto ugualmente – la tua vita di desaparecido per necessità. Oppure, e sarebbe stata una spendida beffa, per libera scelta, perché significherebbe che non eri matto da legare bensì saggio da scappare e da trentacinque anni e più ci stavi prendendo per il culo. Peccato che il diabete non possegga grande senso dell’umorismo, e alla fine si sia vendicato dell’eventuale bluff.
Sappiamo che eri nato a Cambridge, come Roger Keith Barrett, il 6 gennaio del 1946: dunque un Capricorno, seppure – quantomeno, vista dall’esterno – piuttosto atipico. Sappiamo che da bambino suonavi il pianoforte e che da adolescente sei passato alla chitarra. Sappiamo che sei entrato nella tua prima band a sedici anni e che nel 1965, quando studiavi pittura alla celebre Camberwell Art School di Londra, hai inventato i Pink Floyd “costringendoli” ad evolversi dalla matrice di un normalissimo gruppo blues. Sappiamo che l’altro Roger, Waters, frequentava la tua stessa scuola elementare, e David Gilmour era pure un amico d’infanzia. Sappiamo pure che hai disegnato le copertine, dai tratti squisitamente infantili, di due vostri 45 giri. Sappiamo che te ne sei andato per la tua tortuosa strada nella primavera del ‘68, optando per il ritiro dalle scene poco più di due anni dopo… e scusaci se sorvoliamo sull’effimera esperienza del 1972 assieme a quell’altro fuori di testa di Twink, gli Stars, sigla che rimarcava le tue ossessioni siderali. Sappiamo che all’epoca di quell’addio avevi ventiquattro anni e vantavi una piccola discografia in proprio, messa in piedi tra un delirio e l’altro: due album, più demo e outtake perfetti per alimentare omaggi e speculazioni, all’insegna di una naïvete allucinata e scomposta… ben poco a che spartire con le ardite e articolate microsinfonie allestite fino a pochi mesi prima, quando tu spiccavi il volo e Roger, Nick e Rick facevano giudiziosamente del loro meglio per riportarti, almeno a momenti, con i piedi per terra. Sappiamo che loro tre, oltre ad alcuni colleghi dei Soft Machine, ti sono stati vicini in molte delle tue session personali, tentando di rendere i tuoi viaggi più sicuri… ma sappiamo anche che quando partivi per la tangente c’era ben poco da fare, ed è per questo che The Madcap Laughs e Barrett assomigliano comunque più a quaderni di (geniali) appunti sparsi che non a opere con un capo e una coda. Sappiamo che prima della fuga, da bravo apprendista (?) sciamano, cercavi nella tua borsa delle medicine la sostanza-chiave che potesse aprirti le porte della percezione e che ti ha fatto invece risucchiare in quelle dell’incubo; e dipingevi, con le note, policromie intriganti-inquietanti, paesaggi distorti che precipitavano di colpo in abissi dei quali non si scorgeva il fondo, architetture ardite come un paradosso di Escher, visioni degne di un Bosch. Eri un Navigatore delle stelle, ma viaggiavi a testa in giù… o era il resto dell’universo a muoversi al contrario e tu uno dei pochi a rendersene conto. E il tuo bofonchiare filastrocche deviate, tormentando delicatamente la chitarra, era per te come l’eppur si muove per Galileo: un “ho ragione io e siete voi a non capire”, ma detto a mezza bocca. Per timidezza?
Non hai figli, pare. Almeno, non biologici: nessuna delle ragazze che di sicuro hai amato, e che magari hai raccontato – trasfigurandole – nelle tue canzoni, ha fatto in tempo a dartene. Però della prole artistica non puoi davvero lamentarti, a cominciare da quei due stravaganti ragazzacci di nome Robyn e Julian; chissà se tua sorella Rosemary o tuo fratello Alan, tra i pochissimi a farti visita, si sono mai presentati con un loro disco da farti ascoltare sul tuo impianto stereo – ma ce l’avevi, lo stereo? Non ci giurereremmo – riuscendo a strapparti per un attimo un sorriso compiaciuto, da papà orgoglioso. Giureremmo invece che i tuoi due discendenti ideali, apprendendo del tuo definitivo saluto al mondo, si saranno rabbuiati, versando pure qualche lacrima e alzando il pugno al cielo contro Dio. E si sarà rabbuiato anche Daniel Treacy, che scrisse e incise per te nel 1980, con i Television Personalities, I Know Where Syd Barrett Lives; e i membri delle tre più famose band italiane che ti hanno eletto a nume tutelare, battezzandosi Effervescent Elephants, Vegetable Men e Jennifer Gentle; e il giornalista Luca Ferrari, probabilmente il tuo più serio e appassionato biografo/esegeta; e i ragazzi (sempre italiani) della microetichetta Oggetti Volanti Non Identificati, che con il marchio The Vegetable Man Project realizzano cd con venti versioni ciascuno, firmate da artisti internazionali più o meno (ig)noti, della tua Vegetable Man (per ora i dischi sono solo quattro, ma l’obiettivo è arrivare entro il 2030 a cinquanta uscite, per un totale di mille cover: forse persino tu, se lo avessi saputo, avresti pensato “ma sono matti?”). E la tristezza si sarà certo impadronita delle centinaia e centinaia di cantautori storti che a te si sono ispirati, scolpendo così il tuo nome nel pantheon dei menestrelli più influenti di sempre, accanto a quelli di Bob Dylan, di Neil Young, di Johnny Cash, di Tim Buckley e di quel Nick Drake con cui – nonostante le scarse affinità stilistiche e di percorso – viene a tanti spontaneo paragonarti… magari perché quasi coetanei, per i pochi brani lasciati in eredità, per il vostro costante esserci stati pur essendovene andati – in modi differenti – davvero troppo presto.
Non avremmo voluto vederti tornare, Syd, nei panni della caricatura di te stesso: preferivamo illuderci che la permanenza nel mondo alieno dove ti eri rinchiuso ti rendesse felice, anche se ammettiamo di avere avuto un tuffo al cuore alla notizia – autentica? falsa? – della tua apparizione negli studi dove i Pink Floyd mk II stavano incidendo Wish You Were Here. Adesso che da “quello che non c’era” sei diventato – comunque, solo sul piano fisico – “quello che non c’è più”, ci piacerebbe solo sapere che, dovunque ti trovi, sei finalmente sereno: con le tue creature bizzarre che, invece invece di volare e strisciare e scavare e nuotare e saltare, dormono in pace, mentre a noi – dall’altra parte – rimangono le tue canzoni. E, nell’aria, un (sinistro) sorriso.
Tratto dal Mucchio n.626 del settembre 2006.

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Categorie: articoli | Tag: | 9 commenti

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9 pensieri su “Syd Barrett

  1. il Vile

    bello come la prima volta che lo lessi.

  2. giannig77

    senza retorica: questo è il mio MIGLIOR MUCCHIO in assoluto. Commovente il ricordo dell’idolo Syd

  3. no dai Federico di pezzi “belli” te ne ho letti parecchi, ma in effetti questo, a memoria, è il più bello di tutti.

  4. Pingback: Sid Vicious | L'ultima Thule

  5. Franky

    “il numero più venduto” . Sì, e anche il più rubato . L’ho cercato per rileggerlo in 3 biblioteche.

  6. Andrea

    Mi spiace, non trovo ben fatto questo articolo. So di non avere alcuna autorità tale da essere preso in considerazione, sono un semplice fan o insomma ammiratore di Roger K. Barrett ma secondo me hai scritto alcune cose non vere o distorte.

    • I dati biografici che ho inserito nel pezzo sono quelli ufficiali, quelli che circolano (o almeno, circolavano all‘epoca). Il resto sono, come dire?, interpretazioni, visioni, immagini, impressioni. L’idea era quella di scrivere qualcosa che potesse suscitare sensazioni analoghe – non di pari intensità, ovvio – a quelle evocate dalle canzoni di Syd, che ciascuno interpreta giustamente alla sua maniera. Quindi, che si possa non essere d‘accordo ci sta tutto, figuriamoci se posso pensare di avere inquadrato al 100% un personaggio così difficile da decifrare come Syd. Del quale sono fan anch’io, eh: ho vissuto la stesura di quell‘articolo come un atto d‘amore, non come un dovere professionale o, peggio, una speculazione. Grazie. 🙂

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