Sympathy For The Record Industry

Mai stato un collezionista estremo, per fortuna, anche se nella mia lunga carriera di appassionato non manca – non potrebbe essere altrimenti – qualche scivolone nel feticismo discografico. Uno di essi è legato alla Sympathy For The Record Industry, label californiana che, soprattutto negli anni ‘90, è stata un’autentica croce e delizia per i cultori di oscurità rock’n’roll di tutto il mondo (ad essa, per fare un esempio, si deve la scoperta dei White Stripes). Così, per unire l’utile al dilettevole, nel 1998 mi misi in contatto con l’allora quarantasettenne boss John Edward Mermis – alias Long Gone John – e lo intervistai per quella magnifica avventura che fu il bimestrale Bassa Fedeltà, una costola di Rumore.
Oggi la SFTRI non pubblica più le quantità “industriali” di titoli di un tempo (anzi: dal 2000 in poi ha pubblicato davvero pochino, e con alcuni momenti di pausa), ma la sua parabola nei primi dieci/dodici anni di attività merita di essere riportata all’attenzione. Lo faccio con piacere, nonostante il mio amore sia stato tradito: subito dopo l’uscita dell’intervista concordai con John una cifra – cento dollari, se la memoria non mi inganna – per l’acquisto di una decina di vinili fuori catalogo che mi avrebbero reso felice possessore di tutti i primi trecento dischi marchiati dall’etichetta. Gli spedii i soldi, lui disse di avermeli inviati… ma non giunsero mai a destinazione, e un paio di e-mail di sollecito non ebbero mai risposta. Voi che ne dite, la colpa è delle poste o si è trattato di una (piccola) truffa del r’n’r?

Sympathy fotoDancing With Mr. Long Gone John
Ricordo benissimo che il primo prodotto della Sympathy For The Record Industry entrato a far parte della mia discoteca fu l’album Radio Cowgirl dei Lazy Cowgirls, numero 001 del catalogo. A spingermi all’acquisto fu naturalmente la conoscenza della band, impegnata già da un buon lustro nel confezionare un ruvido ed energico punk’n’roll, ma la sigla decisamente singolare prescelta dalla neonata etichetta – un omaggio ai Rolling Stones, ma anche l’implicita identificazione dell’industria discografica con il diavolo – non poteva proprio passare inosservato. Con il trascorrere del tempo, le proposte e soprattutto l’attitudine della label californiana mi hanno conquistato al punto di indurmi a collezionarne le fin troppo numerose uscite… e con questo articolo, che offre come ciliegina sulla torta una gustosa intervista al boss Long Gone John, proverò a spiegare perché.
1.(Breve) cronologia di un amore
Non mi sono innamorato subito della Sympathy, no davvero: nonostante il nome più che accattivante e una seconda proposta all’altezza di quella inaugurale (l’ottimo LP Vomit Wet Kiss del mai troppo lodato Jeff Dahl), il fatto che le uscite numero 003 e 004 fossero le ristampe per il mercato USA di due album di Twenty-Second Sect e Philisteins che già possedevo in edizione originale australiana era bastato a frenare almeno in parte l’istintiva attrazione verso quella nuova indie con sede in Long Beach, California. Però, sebbene la mente si rifiutasse chissà perché di accettare l’idea, il sentimento era già scoccato, alimentato da una manciata di singoli di non comune fascino firmati da Jeff Dahl & Lazy Cowgirls (n.006), Powertrip (n.10) e Jeff Dahl & Cheetah Chrome (n.16). Smisi di opporre resistenza quando le mie avide mani si strinsero su Love, Honor & Obey dei Creamers (n.19). Ancor prima di ascoltare l’album (eccellente, in ogni caso), venni infatti intrigato dal buffo disegnino che sovrastava il logo, raffigurante un ometto con scarpe a punta, sdrucito giubbotto senza maniche, elmetto in testa, occhi fuori dalle orbite, lingua lunghissima a penzolare da una bocca con denti aguzzi, mannaia affilata uso macellaio – o film horror – ben stretta nella mano destra: non lo sapevo, ma avevo conosciuto Long Gone John. Un amico ormai di vecchia data, anche se finora non è mai capitato di incontrarci o parlarci.
Nove anni dopo, cioé oggi, i nostri rapporti sono più saldi che mai. Hanno resistito, nell’ordine: 1) al rifiuto – peraltro non espressamente dichiarato – di apporre il prestigioso marchio Sympathy su un 45 giri dei Fasten Belt da me prodotto; 2) all’immissione sul mercato del primo CD dell’etichetta, del primo CD con bonus-track rispetto al corrispondente vinile e del primo CD privo di corrispondente vinile (se non lo avete capito, a differenza di John io detesto il supporto digitale); 3) a un numero non proprio irrilevante (ma nemmeno molto elevato, a dire il vero) di (inevitabili) delusioni; 4) all’accentuarsi delle difficoltà di reperimento dei nuovi lavori, dovuto al moltiplicarsi a livello mondiale delle realizzazioni underground, all’ampliarsi dello “zoccolo duro” dei fan e all’aumento dei prezzi di vendita; 5) alla naturale “stanchezza da accumulo” che prima o poi colpisce ogni collezionista con un minimo di sale in zucca. Un bel risultato, insomma, che mi qualifica senza dubbio come “Sympathy-addicted”: non fosse così, non avrei certo sborsato una cifra pari a circa 60.000 lire per aggiungere alla mia raccolta il famigerato numero 007, un 7 pollici disponibile in appena cento esemplari numerati che non contiene musica ma solo disegni incisi sul vinile da Edwin “Savage Pencil/Sav X” Pouncy.
2. Sympathy for the… Sympathy
Ci sono un mucchio di ottime ragioni, che qui proverò sinteticamente e confusamente a riassumere, per amare la Sympathy. In primis, pur nella generale adesione a canoni sonori e/o attitudinali di chiaro stampo r’n’r, è un’etichetta imprevedibile, dalla quale è lecito attendersi di tutto: una strategia che naturalmente disorienta i khomeinisti di questo o quel genere specifico ma garantisce stimoli e scoperte a quanti vivono di ascolti vari e diversificati. A sorprendere maggiormente è però la constatazione che i dischi, indipendentemente dal loro indirizzo punk, pop, elettronico, psichedelico e quant’altro, sono tutti accomunati da sostanziali analogie di approccio: un approccio sempre ruvido, istintivo e concettualmente “di rottura”, spesso sottolineato da grafiche aggressive e oltraggiose se non addirittura repellenti. Proprio la particolarità delle confezioni costituisce uno degli elementi distintivi dell’etichetta, da sempre (o quasi) votata all’artwork più creativo e d’effetto; e se è vero che alcune uscite (specie tra le più vecchie) non brillano né per l’ingegno e né per il gusto, è giusto ricordare che anche sotto il profilo estetico il catalogo Sympathy racchiude numerosissime gemme: oltre all’originalissimo parto di Savage Pencil e Long Gone John sotto la sigla Flies Among The Maggots (The Little Record That Wished It Could, n.45), doppio 7 pollici disegnato (non registrato) e racchiuso in una stupenda copertina dalla pesante rilegatura, certe caustiche illustrazioni di Coop (un esempio illuminante: quella che decora il n.232, American Jesus dei Bad Religion), certe parodie tanto affettuose quanto gustose (Young Girls di White Flag & Tony Adolescent, n.87, o Calling di El Vez, n.160) o certi coloratissimi picture-disc tra i quali è doveroso citare almeno Red Aunts (n.207), Junkyard Dogs (n.247) e New Bomb Turks (n.319). E ancora: come non esaltarsi davanti agli straordinari singoli in vinile formato 5 pollici (lo stesso, cioè, dei compact) che vedono protagonisti, tra gli altri, Man Or Astro-Man? (n.250) e Rocket From The Crypt (n.373), o come dimenticare il cruciale contributo della label nel restituire all’attualità – per la cronaca, la lunga serie è stata inaugurata da “Safari To Mumboooba!” dei Garage Monsters (n.134) – lo splendido formato 10”? Piace, la Sympathy, al punto che persino la sua gestione in apparenza caotica – dalla scelta degli artisti al criterio di assegnazione dei numeri progressivi, in base al quale un articolo può vedere la luce mesi o addittura anni dopo quelli che lo precedono e lo seguono in catalogo – viene recepita come un pregio e non come un difetto. Legittimo, quindi, chiedersi quanto sulle sue fortune abbiano pesato tali singolarissime attrattive, al di là dell’effettiva qualità musicale dei prodotti.
3. It’s a nugget (if you dig it!)
Riguardo allo spessore artistico del materiale Sympathy, in ogni caso, c’è ben poco da eccepire, poiché almeno un buon terzo dei circa cinquecento (!!!) dischi immessi sul mercato dalla label in dieci anni di dedizione alla causa del “rock” sotterraneo e alternativo viaggia su standard decisamente elevati. Ben sapendo che lo spazio tiranno non concede l’opportunità di analisi anche superficiali, mi limiterò pertanto alla segnalazione di qualche titolo irrinunciabile, non prima di aver accennato a un altro paio di aspetti di carattere generale che ritengo assai importanti: in estrema sintesi, la totale mancanza di pregiudizi di Long Gone John nei confronti delle scene cosiddette decentrate, che si è tradotta nella pubblicazione di numerosissimi di lavori di provenienza non statunitense (oltre a Inghilterra e Australia, sono di sicuro rappresentati Canada, Giappone, Svezia, Norvegia, Finlandia, Spagna, Austria, Belgio e Germania), e la speciale attenzione riservata alle cover più o meno oscure, delle quali è costellato l’intero repertorio dell’etichetta.
Entrando più nello specifico, vale dunque la pena di rimarcare il ruolo della Sympathy nella scoperta e nell’affermazione di gruppi poi saliti agli onori delle cronache di mezzo mondo quali Hole (il debutto a 45 giri Retard Girl, n.53), Chrome Cranks e New Bomb Turks (due singoli per i primi, n.135 e 504, e tre per i secondi, n.228, 319 e 533), Oblivians (due 10” e un 7” – n.308, 383 e 412 –  e un CD che li raccoglie tutti, n.406), Humpers (i 45 giri n.84, 351 e 490, il 10 pollici n.344 e i CD n.216 e 282), Mono Men (7” n.164), Bassholes (due singoli: n.175 e 514), Rocket From The Crypt (il 7” n.179, il 10” n.320 e il 5” n.373), Teengenerate (il 10 pollici Savage!, n.257), Redd Kross (ancora un 10”, n.260), Muffs (n.121, 238 e 464, tre singoli), ‘68 Comeback (ben cinque singoli di cui uno doppio – n.215, 292, 390, 450, 451 – oltre al 10” n.258 e ai due CD n.277 e 321) e Jack O’ Fire (la collana “Soul Music 101”: tre 7”e un 10”, rispettivamente n.253 e n.334, poi raccolta nel CD Forever, n.405). Inoltre, il suo costante impegno nel recupero di personaggi “storici” non apprezzati quanto meriterebbero, sia attraverso nuove incisioni (ad esempio i CD Love Cannot Die di Chris D., n.343, On Parade dei riformati art-punk californiani Deadbeats, n.433, e Silver Wedding Anniversary dei Destroy All Monsters, n.444) e sia attraverso testimonianze d’epoca: si pensi alla ristampa in digitale con brani aggiunti dell’incredibile Pass The Dust I Think I’m Bowie di Black Randy (n.291), ai due singoli (n.20 e 296) e al The Legendary Brown Album (n. 242) dei Child Molesters, al CD Live At The Whiskey 1978 (n. 274) dei già citati Deadbeats, alle doppie antologie composte in tutto o in parte di inediti di Nomads (n.333), Honeymoon Killers (n.369) e Gun Club (n.478), ai due 7 pollici (n.152 e 201) e due compact (n.182 e 345) del “guru” psichedelico Roky Erickson, al CD postumo (n.372) dei pre-Oblivians Compulsive Gamblers. E che dire, in conclusione, del sostegno offerto a talenti non certo universalmente osannati quali Billy Childish (Headcoats) e Sonic Boom (Spacemen 3), titolari sotto varie sigle di una buona decina di progetti discografici ciascuno?
Nient’altro da aggiungere, se non un invito a scavare nella miniera Sympathy alla ricerca dei suoi tanti segreti. Avendo sempre chiaro il concetto che i più preziosi possono magari nascondersi dietro il più sconosciuto dei nomi o la più sgraziatamente spartana delle copertine.

Long Gone John: l’intervista
Non attendetevi il consueto profilo estetico-caratteriale dell’interlocutore o la descrizione più o meno fedele del luogo di incontro, dato che il “botta e risposta” che segue è stato effettuato mediante scambio di messaggi e-mail. Il colloquio via computer non ha comunque nuociuto alla verve di Long Gone John, persona spiritosissima (leggere per credere!) e di sicuro guidata da profonda passione per tutto ciò che è rock’n’roll, gusto per la provocazione compreso. Alle righe che seguono, il compito di illuminarvi sui più diversi aspetti della vicenda Sympathy For The Record Industry.
Prima domanda più che ovvia: come ti è venuto in mente di fondare la Sympathy, e a quali modelli ti sei ispirato?
È successo per caso, una specie di scherzo del destino… Volevo solo aiutare i Lazy Cowgirls a pubblicare un disco che qualcun altro, cambiando poi idea, aveva promesso loro di far uscire. In poco tempo tutti i miei amici di vari gruppi hanno iniziato a chiedermi di fare lo stesso, e senza quasi accorgermene mi sono trovato responsabile di un’etichetta. I miei modelli? La Stiff inglese e la Ralph Records dei Residents: non sono attratto dalle “indipendenti” fighette degli ultimi anni, delle quali in futuro nessuno si ricorderà.
Quali sono i tuoi titoli preferiti, o quelli che ritieni più importanti, del tuo ormai ricchissimo catalogo?
Sono troppi per elencarli tutti! A livello di gusto personale, i miei favoriti sono i primi singoli di Muffs, Supersuckers, Hole… Ho una certa inclinazione per i gruppi femminili e amo particolarmente le Chubbies, dal Canada: penso che Jeannette sia bravissima sia come compositrice che come produttore, e inoltre è una ragazzetta esplosiva che mi fa ribollire il sangue in modo selvaggio; anche Christine, la batterista, è molto in gamba. Mi piacciono tutte le uscite di Billy Childish, Rocket From The Crypt, Sonic Boom e del giro di Memphis, ‘68 Comeback e Oblivians in testa. I miei interessi musicali sono molto ampi, tra i lavori più recenti segnalerei April March, Los Cincos, Geraldine Fibbers, Eyeliners e i 7 pollici della collana “For The Love Of Jesus”, co-firmata assieme alla Fat Possum.
A tale proposito – la Fat Possum è in pratica una sussidiaria della Epitaph – sono sorpreso dal fatto che la Sympathy pubblichi anche singoli di gruppi come Bad Religion o New Bomb Turks, legati a un’etichetta ben più “in vista” della tua. Come fai?
Brett Gurewitz, che è un vecchio amico, mi ha proposto di stampare alcuni singoli dei Bad Religion: sarei stato uno stupido a rifiutare, visto che le loro ottime vendite mi permettono di finanziare registrazioni di nuove band. Per quanto riguarda i New Bomb Turks, invece, pubblicai un loro singolo quando ancora nessuno li conosceva, e sono contento di averne fatto un altro ora che sono parecchio più famosi. Non mi importa se questa sia o meno una cosa “figa”, e chi non è d’accordo su questo genere di operazioni può anche andarsene affanculo.
Quali sono stati, invece, i tuoi best-seller?
Non sono troppo sicuro della risposta: per esserlo dovrei frugare in mezzo a mucchi di carte, una cosa che detesto… Comunque, gli album più venduti dovrebbero essere Spacemen 3, Billy Childish, Oblivians e la colonna sonora di Kill The Moonlight, ma anche il 10 pollici dei Rocket From The Crypt è andato molto bene. Tra i 45 giri, Hole, Melvins, Supersuckers, Southern Culture On The Skids, Mummies…
Pensi che la Sympathy abbia inaugurato una “nuova scuola” di etichette indipendenti?
Sì, credo che parecchi si siano ispirati a quello che faccio: non sono né il primo né il migliore a lavorare in questa direzione, ma è indubbio che almeno a livello di attitudine la Sympathy abbia indicato una via. Mi sono impegnato per mettere in mostra una sana mancanza di rispetto verso tutto e tutti, me stesso compreso.
Ci sono artisti che vorresti a ogni costo su Sympathy?
Mi piacerebbe qualcuno che mi facesse guadagnare un mucchio di soldi… magari un album solista acustico di Gwen dei No Doubt, o I’m A Loser incisa da quei gay leccaculo dei Boyz 2 Men, o magari qualche orribile cantante di area rap/hip-hop alle prese con un tributo ai Beach Boys.
Ci sono altre etichette con le quali ti senti in sintonia?
La Mademoiselle, una label londinese curata da una ragazza francese, che pubblica solo dischi di gruppi femminili. Anche la Fierce, in Galles, e poi quelle dei miei amici: In The Red, Crypt, Drunken Fish, Rip Off. In generale, ammiro chiunque lavori sodo.
Cosa puoi dirmi dell’importanza della grafica e delle confezioni dei prodotti Sympathy?
Per quanto mi riguarda il lato estetico ha lo stesso valore di quello musicale, e cerco di curare al meglio entrambi gli aspetti anche se i budget sono quelli che sono. Non faccio per vantarmi, ma nell’ambiente rock ben pochi conoscevano Coop, The Pizz, Pablo, Bad Otis, Link o Savage Pencil prima che io commissionassi loro copertine e pagine pubblicitarie. Ho sempre voluto scoprire e incoraggiare artisti figurativi e non solo gruppi.
Come riassumeresti la “filosofia” della Sympathy, ammesso che ne esista una?
Una sola? Eccoti un campionario di massime. “Ci importa quasi per davvero”. “Quando diciamo che ci importa quasi per davvero, lo pensiamo quasi per davvero”. “Beati i simpatetici (in questo caso i fan della Sympathy, NdI) perché erediteranno il regno del rock’n’roll”. “Salvezza sonora per anime stralunate”. “Se non suoni il tuo clacson è probabilmente perché non ce l’hai”. “Le cose si scuriscono prima di diventare completamente nere, e dietro una nuvola c’è probabilmente un’altra nuvola”. “Sciocco coniglio, gli scherzi sono per i ragazzini”. Ti bastano?
Se potessi tornare indietro nel tempo, cambieresti qualcosa nella storia della Sympathy?
Sì, vorrei ottenere qualche spaventosa hit in modo da diventare schifosamente ricco invece che soltanto schifoso. E non aiuterei nessun altro ad avviare etichette, in modo da essere l’unico concorrente di me stesso.
Il tuo catalogo comprende alcuni dischi numerati progressivamente e intitolati Sympathetic Majesties Request che non hanno mai visto la luce. Che cosa sono?
La domanda mi fa piacere, visto che il primo uscirà entro la fine di quest’anno: sarà un doppio CD/doppio LP con copertina apribile e conterrà canzoni tratte dai primi duecento titoli Sympathy. Avrà un artwork fantastico, realizzato senza badare a spese.
Qual è il tuo atteggiamento nei confronti del passato?
Non ho problemi ad ammettere di essere un romantico: mi piace l’idea di una piccola città con solo piccoli problemi. Quando il mondo era meno complicato credo ci fosse più dignità e umanità, i successi anche minimi avevano un maggior valore e forse alla gente importava di più del proprio prossimo. Oggi tutto sembra alieno, anche se ci sono anche innovazioni utili come i Bar-b-que Fritos, la salsa A-1 o Jerry Springer. Personalmente, comunque, guardo al futuro, e spero di vivere abbastanza da vedere qualcosa di selvaggio.
È vero che sei un collezionista di memorabilia? Ho letto che possiedi, tra l’altro, una giacca di Iggy Pop e la sceneggiatura originale di Plan 9 From Outer Space
Sì, sono appassionato di cultura popolare e non. Spazzatura e tesori. Mi piace essere circondato da stimoli visivi: ho anche un giubbotto della “Famiglia” Manson, il disco d’oro di Sid Vicious per Never Mind The Bollocks, una felpa che apparteneva ad Arthur Kane dei New York Dolls (il mio gruppo preferito di sempre!), una delle migliori collezioni di punk inglese del mondo e moltissimi artwork originali.
Hai in catalogo band di mezzo mondo, ma nessuna italiana: c’è una ragione particolare?
Non so, non l’ho certo fatto apposta. Forse non ho mai ricevuto materiale che mi abbia davvero colpito, spargi la voce. Mi piacerebbe fare qualcosa, magari con graziose ragazze italiane… ma ritengo di poter prendere in considerazione anche i maschi.
Cosa ne pensi della “nuova” scena punk/lo-fi internazionale?
Beh, non è proprio “nuova”, vero? Comunque, si sta mettendo a fuoco. Ho pubblicato l’ultimo album dei Gibson Bros, Memphis Sol Today, circa sei anni fa, e quello ha aperto la strada alla Blues Explosion, ai Bassholes, ai ‘68 Comeback e a tutto il resto. Il nuovo è, in qualche misura, anche vecchio… e qualcosa è addirittura decrepito.
Come vedi l’attuale mercato indipendente? Non ti sembra che la produzione discografica sia un po’ eccessiva?
Sì, lo so che faccio uscire molti dischi, ma è l’unica cosa che so fare… oltre a posare per le foto di copertina dei romanzi rosa, naturalmente! È vero, ci sono troppi gruppi, etichette e fanzine, ma è sempre meglio che vivere sotto un regime dittatoriale che sceglie per te. Sono i collezionisti che si creano da soli le proprie manie, io ne so qualcosa.
Qual è la tua posizione nell’eterna diatriba vinile/CD?
Non sono devoto al vinile e ritengo che i paragoni tra i due supporti non abbiano molto senso. Il CD è più funzionale, è la gente che è testarda. È come quando la riproduzione della musica è passata dai cilindri ai dischi: non c’è un complotto da parte dei mostri dell’industria discografica, si tratta solo di avanzamento tecnologico. La teoria che il vinile abbia un suono migliore mi lascia del tutto indifferente, non penso di essere in grado di avvertire le differenze. Buon per chi ama il rumore di fondo, i crepitii e i graffi nelle canzoni, ma io la vedo diversamente. Forse, se esistesse un qualche tipo di controllo di qualità, ragionerei in altra maniera, ma dal punto di vista di un discografico il vinile è una specie di incubo.
Ultima domanda: descrivi Long Gone John nel minor numero di parole possibile.
Facile: sono un enigma avvolto in un mistero con contorno di cipolle.
Tratto da Bassa Fedeltà n.7, maggio/giugno 1998.

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Categorie: etichette, interviste | Tag: , , | 2 commenti

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2 pensieri su “Sympathy For The Record Industry

  1. Oppure una “truffa” del postino, che capendo il contenuto, ed essendo magari un appassionato di musica, ha pensato bene di dirottare il pacco verso casa.
    La sua.

  2. Gian Luigi Bona

    Interessante

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