The Gang

Ho sempre scritto molto di rock (e non solo) italiano, prendendo la cosa come una specie di missione ed esponendomi di conseguenza alle critiche di tutti coloro – ce ne sono tanti anche oggi – che rifiutano la musica autoctona a prescindere, tanto più se cantata nella nostra lingua. Nel 1984, sul Mucchio, la situazione era in tal senso parecchio complicata, perché l’opposizione non era solo esterna (i lettori) ma anche interna (il resto dello staff): del nuovo rock nazionale – per quello “vecchio” occasionalmente si facevano eccezioni – si scriveva dunque solo nella rubrica “Targato Italia”, che avevo varato nel 1980.
Fu pertanto significativo che alla fine del 1984, dopo essere rimasto più o meno folgorato dallo splendido debutto dei Gang, decisi di occuparmene tra le recensioni “normali” (ribadendo dopo tre mesi il concetto con due pagine di intervista). Ne derivò un certo scalpore, tanto che nell’arco di poche settimane i Gang – autarchici al 100% – vendettero alcune centinaia di copie per corrispondenza e tutte le altre al distributore che li aveva subito contattati, oltre a trovare un manager che gli fissò parecchi concerti in tutta la Penisola. Per provocare tutto ciò furono sufficienti la mia recensione qui riproposta e quella, orientata più sul politico che sul musicale, di “Rockerilla”: una mobilitazione globale della (piccola) “scena” che oggi sarebbe semplicemente impensabile. E il bello è che lo stramaledetto hype non c’entrava nulla: certo rock era una questione di Fede e noi ci credevamo. Me ne rendo conto forse ancor meglio ora, quasi trent’anni dopo, riscontrando le emozioni e la naïvete che trasparivano da queste righe.

Gang copTribes’ Union (Tam-Tam)
Non ci definiamo anarchici, nichilisti o, che so io, figli di puttana, la nostra esperienza musicale si intreccia con quella politica ed è la nostra cultura, la nostra vita, la nostra storia. Siamo ‘solo’ un gruppo di rock’n’roll ed è dentro questo linguaggio musicale che cerchiamo un posto: ribelli, rivoluzionari che vivono nelle colonie dell’imperialismo yankee, che in quanto tali ammettono di essere colonizzati culturalmente ma che accettano comunque la sfida e vivono in prima linea all’ultima frontiera. Attenti alla strada, fratelli, è li che nasce e si sviluppa la nuova, vera opposizione”. Ai piu superficiali, questa potrebbe sembrare la solita dichiarazione di circostanza di qualche idealista punk, ma noi che facciamo parte del popolo del rock sappiamo che non è così: sentiamo che in queste semplici parole, al di là di una giustificabile enfasi, c’è una reale volontà di creare un’alternativa, di dare un significato concreto a quella “cultura rock” della quale da anni andiamo predicando (e, secondo qualche automa che è stato talmente condizionato dall’attuale società “di plastica” da aver perso le facoltà cerebrali, “vaneggiando”).
Molti di coloro che vivono o cercano di vivere in prima linea hanno eletto come propri rappresentanti i Clash, un tempo bandiera ideale e monumento incrollabile cui riferirsi; visti i recenti sviluppi, però, il mito ha di certo subito qualche incrinatura, sopravvivendo più sul passato che sul presente e perdendo buona parte della sua credibilità. The Gang, invece, si riallaccia alle tradizioni di The Clash e London Calling, estrapolandone i contenuti piu sinceri e coinvolgenti e riproponendoli con uno stile sostanzialmente analogo a quello dei maestri, tanto da far pensare a un tentativo perfettamente riuscito di plagio. D’accordo: il timbro di voce, l’utilizzo dei cori, la struttura secca e cadenzata di alcuni brani e quella di derivazione reggae di altri, il linguaggio dei testi (peraltro splendidi) e la potenza anthemica di parecchie composizioni sembrano in tutto e per tutto quelli di Strummer e soci (di qualche anno fa) con appena qualche piccola raffinatezza tecnica in più, ma in questo caso bisogna evitare di qualificare come imitazione cio che invece e attaccamento alle proprie ispirazioni e influenze. E, poi, diciamolo francamente: centinaia di gruppi hanno cercato di assomigliare ai Clash, ma nessuno è riuscito a eguagliarne il fascino in modo convincente; nessuno tranne The Gang, superbi interpreti di una scuola espressiva che è già leggenda.
A questo punto, e lo si afferma senza vergogna, il fatto che il gruppo copi i suoi idoli è del tutto irrilevante: conta, invece, che questo Tribes’ Union è un disco eccezionale, con brani compatti e grintosi di rara forza trascinante e un giusto numero di divagazioni nel “reggae bianco” con una The Challenge illuminata da atmosfere morriconiane, una Libre El Salvador che è poco detinire un inno alla libertà, una eccitantissima Killed In Action, una Action ln Play che rivisita allucinate esperienze di dubbing e altri quattro brani che non sfigurano al confronto con quelli appena citati, con tanto di traduzioni in italiano dei testi. Ah, già, dimenticavo: loro sono marchigiani, esistono da circa quattro anni e sono al debutto su vinile. Tribes’ Union dura circa ventidue minuti e costa appena 8.000 lire presso Marino Severini, (…). Se, arrivati a questo punto della recensione, vi sono venuti dei dubbi solo perché avete appreso che i Gang sono italiani, l‘unica terapia che posso consigliarvi è quella psichiatrica: comprate questo mini-LP, suonatelo fino a consumarlo, propagandatelo e amatelo senza riserve.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.82 del novembre 1984

Gang 1985Da un piccolo paese un grande rock
Bando ai pregiudizi, e accettiamo la realtà: in Italia, qualche mese fa, è uscito uno dei piu bei dischi rock degli ultimi tempi: un disco carico di energia e potenza, di impegno politico e di lirismo, ben suonato e ben prodotto nonostante la scarsezza dei mezzi economici destinati alla sua realizzazione. Si tratta di Tribes’ Union, mini-LP comprendente otto canzoni con il quale The Gang ha voluto lanciare il suo accorato grido di rivolta e la sua volontà di riunire assieme le tribù dei desperados alla maniera dei mitici Clash. ll marchio del gruppo di Joe Strummer grava su The Gang in maniera più che evidente, e non sono stati pochi coloro che. con idiota superficialità hanno qualificato il quartetto marchigiano quale “scopiazzatore”, seppure abbastanza ispirato. Come già nella recensione di Tribes’ Union, è il caso di ricordare che The Gang è molto, molto più di un ensemble di imitatori: il loro “cuore” non è di quelli artificiali, il calore e il sentimento che emanano dalla loro musica non sono di quelli che si possono ricreare in vitro. Il sottoscritto, e non lo dico per sterile vanteria. ha avvertito nel solchi dl Tribes’ Union la forza inimitabile di ciò che è vero e “sentito”, scaturito da una situazione insostenibile di emarginazione e di tensione. Immaginate perciò il mio stupore nell’apprendere dai diretti interessati, un mese dopo aver steso la recenslone, quali fossero il background socioculturale e le intenzioni del gruppo capitanato da Red e Johnny Guitar, al secolo Marino e Sandro Severini.
Abbiamo vissuto la nostra infanzia in una piccola borgata di circa trecento abltanti, quasi tutti rientrati da precedenti emigrazioni in Sudamerica, quasi tutti parenti, quasi tutti memori delle galere dei paesi stranieri. Una realtà molto povera. almeno fino all’industrializzazione dei primi anni ’70, in cui la musica ha molta importanza; il nostro maestro è stato Lucio Mazzoni, che suonava rhythm’n’blues ed era nostro vicino di casa. Tornato dalla Turchia, dove suonava anche per la radio nazionale, ha trovato la solita storia: si è sposato e qualche anno dopo, facendo il muratore, è morto in un incidente sul lavoro. È a lui che abbiamo dedicato il nostro disco, rispettando così una tradizione comune a molti rocker, quella di dedicare ll primo lavoro al proprio insegnante”.
Comincia a spiegarsi, dunque, il perché i due fratelli abbiamo assunto come punto di riferimento i Clash, dopo alcuni anni di militanza in oscure formazioni R&B, la breve esperienza nel Ranxerox (parteciparono anche al “1° Festival Rock Italiano”) e infine, nel 1980, la nascita dei Papers’ Gang (divenuti, nel 1983, The Gang).
Dopo queste esperienze, vissute in prima persona, con quale altro gruppo potevamo ‘spartire’ le nostre radici culturali, politiche, storiche, se non con i Clash? Joe Strummer è stato l’unico a incitare, a chiamare a raccolta la mia gente, l’unico sulla Torre del Rock che mi ha aiutato a trovare in me stesso la forza e il coraggio necessari per continuare, per non credere che tutto sia finito”.
Idealisti punk? Parolai? Né l’uno né l’altro. Solo musicisti convinti di poter creare qualcosa di concretamente alternativo con la forza delle chitarre e dei testi. Illusi? Forse. Ma è proprio di queste illusioni, accompagnate dal desiderio incoercibile di ribellione, che è costellata la storia del mondo, dagli ebrei di Mosè ai plebei romani, dalla Rivoluzione Francese al Vietnam, dall’Afghanistan a El Salvador.
Noi siamo fieri, orgogliosi di essere figli di una classe operaia distrutta dalla deflazione, di essere il nuovo proletariato sorto dalla fine della fabbrica quale luogo deputato del conflitto, che trova nella strada la nuova sede culturale di lotta, di opposizione e di resistenza. Io credo che occorra avere coscienza di questo. propagandarlo, perché solo così è possibile trasmettere fierezza e dignità ai nuovi combattenti, ai guerrieri della nuova età”.
Marino interpreta perfettamente il ruolo di leader carismatico; cita Linton Kwesi Johnson, definendolo “il più grande poeta vivente”, dichiara il suo perfetto accordo con molte teorie di Jack Abbott e sintetizza il Credo di The Gang con una frase di Che Guevara. “Ogni nostra azione è un grido di guerra contre l’imperialismo… purché il nostro grido di guerra giunga a un orecchio che lo raccolga e purché un’altra mano si tenda a impugnare le nostre armi”. Il mezzo scelto per la comunicazione alle masse è, ancora, il rock’n’roll; rock trascinante, incisivo, che urla una volta in più la sua esigenza di essere una manifestazione di Fede oltre che un modo di comporre canzoni.
Questo nostro primo disco vuole essere un approccio, un tipo di lavoro dove a prevalere è senz’altro una fusione di stili (uno stile di frontiera) e dove a “guidare” resta comunque, almeno nelle intenzioni, il ‘Nero’, inteso come musica nera, che non ha nulla a che vedere con il nero luttuoso e decadente di quelli che sono i figli di una borghesia in crisi. Tornando al rock, per me non esistono degli inventori ma solo degli interpreti di una musica che non nasce assolutamente in uno studio di registrazione e che non ha lo scopo di essere ‘consumata’. Riprendiamoci il Rock. perché ci appartiene. Il nostro disco e ciò che suoniamo non sono semplicemente il frutto di un’adesione ‘romantica’ allo stile Clash, ma deriva da convinzioni razionali… anche se sono cosciente, e non me ne vergogno, di essere ancora un grande ignorante”.
Di ignoranza, in Tribes’ Union, non ce n’è davvero traccia: raramente mi è capitato di ascoltare un esordio tanto ben arrangiato registrato e mixato, e per di più così ricco di episodi assolutamente travolgenti.
Con The Challenge abbiamo ripreso il Morricone-western e giocato anche nel testo con il rischio tanto caro alla cultura americana, dai primi pionieri a Jack Kerouac: ‘rischiare ancora’, è questo che ti permette di sentirti vivo e libero. War In The City… qui è l’azione di cui ti ho già parlato fra le righe. Ti ricordi, in Rumble Fish, quando Motorcycle Boy dice a Rusty che per guidare gli altri devi sapere dove andare? Molte volte uno non sa dove andare, ma ci prova lo stesso: riot e non ancora revolution. Questa, però, arriva in Libre El Salvador, dove è Thomas Borge, ministro degli interni del Nicaragua, a introdurre. Night In Chains è dedicata a chi conosce la galera di stato, dal vivo è suonata molto meglio, con tanta più carica e durezza. Di Killed In Action abbiamo fatto anche un video, ma non la solita pappa promozionale. The Last Border è il pezzo che più amo fra quelli del disco. Non vuole essere un attacco all’Unione Sovietica, al pari di Libre El Salvador per gli USA, non viviamo in una posizione di mezzo, né siamo filosovietici. In Badland la base e queila tratta dal film Apocalypse Now e la voce che si sente alla fine è quella di Marlon Brando quando ricorda l’episodio dei bambini ai quali i Vietcong avevano tagliato le braccia perché gli americani li avevano vaccinati. Action In Play è la versione remixata di Killed In Action: una versione allucinata, ma volevamo chiudere con questa enorme tristezza e dei silenzi”.
The Gang apre i suoi concerti con la registrazione di un coro dell’Armata Rossa, seguita da Vamos a matar compañeros del maestro Ennio Morricone; il repertorio comprende una quindicina dl brani originali e le cover di I Fought The Law (Clash) e The Harder They Come (Jimmy Cliff). L’apparato scenografico, semplice ma efficace, è costituito da sedici lamiere ondulate di colore rosso e una enorme veneziana sulla quale vengono proiettati diapositive e filmati. Dal vivo, ci assicura Marino, The Gang rende il doppio che non su disco, per cui, se capitassero dalle vostre parti, non perdete l’occasione di andarli ad applaudire; non si sa mai, magari potreste scoprire un gruppo in grado di elettrizzarvi più dei Clash, dei Fleshtones o degli X. In mancanza di date live, comunque, avete l’opportunita di consolarvi (si fa per dire) con Tribes’ Union, il mini-LP autoprodotto dalla band e immesso sul mercato, con mille difficoltà, sul finire dell’estate 1984; vi troverete spettacolari performance di “high-energy rock’n’roll”, a volte ottimamente fuso con soluzioni ritmiche di stretta derivazione giamaicana; il lavoro, ci terrei a ripeterlo, e assolutamente privo di sbavature, e, anche se l’inglese dei testi non è fra i più comprensibili, all’interno della copertina sono contenute le traduzioni in italiano. Un fulmine a ciel sereno, dunque, e un disco che tutti noi auspichiamo sia solo il primo di una lunga serie.
Forse potrai pensare che lo sia un invasato o un gran cazzone, o potrai meravigliarti che queste cose escano fuori dalla provincia della provincia dell’impero, ma non e così: io penso di essere lucidissimo nell’affermare che chiunque oggi salga sopra un palco lo deve fare per trasmettere fierezza e orgoglio alla propria gente… ma sono sicuro che questo lo hai capito benissimo”.
Non preoccuparti, Marino, io ho capito bene. Vedrai che molto prima di quanto tu creda lo comprenderanno anche gli altri.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.85 del febbraio 1985

Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 19 commenti

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19 pensieri su “The Gang

  1. Grazie Fede!
    (ma lo sai che conservo ancora la tua recensione di non è cambiato niente come una reliquia????)….un abbraccio forte!
    Grillo

  2. per quel che conta..(poco lo ammetto..) ma se non avessi comprato quel disco i Tupamaros non sarebbero mai esistiti..e io avrei perso 10 anni bellissimi

  3. paolo stradi

    Ciao Federico. E’ la prima volta che ti contatto sul blog ma ci “conosciamo” in pratica da trent’anni, più o meno da quando esistono i Nostri Gang. Butto là una domanda alla quale forse non potrai rispondere, ma la faccio lo stesso. Uscirà prima o poi un disco di inediti? Conoscendo artisticamente Marino e compagnia credo non manchino spunti per qualcosa di forte… Auguri ad ogni modo per la tua nuova avventura, credo ci sentiremo spesso…

    • Li sto tartassando da anni, su questo argomento, invitandoli anche a smetterla di far pubblicare gli inutili dischi “per fan” con i quali ci sommergono. Credo che, oltre ai problemi pratici, patiscano un po’ di ansia da prestazione, ma secondo me ce la faranno.
      A risentirci!

      • Gian Luigi Bona

        Mi unisco all’appello “Tornate Gang” !!!
        O. K. per i dischi “For Fans Only” ma qui serve un pò di ciccia !!!!

  4. giannig77

    magari ci fossero ancora band che assomiglino per qualità e genuina passione ai Gang

    • Parliamo sempre di Italia, giusto? Io credo ce ne siano (penso ad esempio ai Cheap Wine), il problema è che non sono tantissime e restano pure, loro malgrado, nell’ombra.

      • Gian Luigi Bona

        Sono d’accordo, i Cheap Wine sono dei grandi artisti

  5. Ce l’ho Tribe’s Union. E anche Barricada e gli altri, tutti in vinile. I Gang sono proprio una di quelle band che conosco e ho apprezzato grazie al Mucchio e a questo articolo qui sopra. Ho trovato proprio l’altro giorno una videocassetta in cui avevo ragistrato un’edizione di Rock targato Italia (la notte su Italia 1). Ci sono i Gang che cantano una Libre el Salvador pazzesca, energica, con Marino che scende dal palco e si butta in mezzo al pubblico a far cantare i ragazzi col microfono. Una grande band.

  6. Amo quel disco, per me fu una vera e propria folgorazione, li ricordo ancora live nella loro esibizione a Napoli che facevano da spalla ai mitici Blasters.
    Federico complimenti per il blog
    ci voleva un lavoro del genere.

  7. Prendo spunto da questi storici pezzi sui Gang per rilanciare il dibattito nato sul blog di Eddy sulla linea del Mucchio, in particolare sui nuovi nomi tipo Blue Willa o FBYC.
    Io penso che oltre alla questione se le copertine servono a vendere (Stefani prima e Daniela ora dicono di no, ma il numero record con Syd Barrett aveva una bella copertina; e se 9 copertine su 11 sono brutte e/o “difficili” non basta la 10^ piu’ bellina a cambiare il trend…), il confronto con l’era dei Gang rende evidente la debolezza attuale del Mucchio e della stampa in genere. Ai tempi bastarono un paio di recensioni per consentire ai Gang di svoltare. Oggi continuare a pensare che una vostra copertina possa aiutare i Blue Willa e’ uno dei segnali più evidenti di come si sia perso un orientamento strategico. Quella copertina serve poco a loro (tanto piu’ se i tempi sono sbagliati e il disco non e’ ancora disponibile…) ed e’ dannosa per voi perché allontana i lettori vecchi, non ne avvicina di nuovi e mette impietosamente in evidenza la vostra irrilevanza. Non ha senso sostenere che avete il dovere di valorizzare i Blue Willa perché sono bravi e fanno no Wave di livello internazionale. Semplicemente voi non avete forza, la no Wave non ha forza ed il tempo non e’ piu’ dalla vostra parte… Mentre la forza che avevate nell’85 + la forza dei Gang veri nuovi Clash autoctoni + la crescita fisiologica del rock italiano portarono quelle poche righe ad essere la miccia di una storia che ha quasi 30 anni… Secondo me dovete proprio cambiare lo schema mentale per poter continuare ad esistere.

    • Non so se questa è la sede adatta per discutere della linea del Mucchio… insomma, boh, non è che questo blog sia ancora frequentatissimo.
      Comunque, in generale, il punto è che trent’anni fa il mondo era un tantino diverso. Un appassionato di rock “sotterraneo”, per informarsi, aveva Il Mucchio, Rockerilla e più o meno basta: per forza certe cose si notavano. Oggi, invece, abbiamo decine di riviste oltre a centinaia di siti e di blog, e anche se il pubblico è numericamente più ampio, si disperde fra mille fonti di informazione diverse. Il pubblico più giovane, poi, si affida quasi esclusivamente alla Rete e a spendere soldi per una rivista non pensa affatto, ma nemmeno alla lontana.

  8. Bello questo tuffo nella cultura rock degli anno ’80.
    Clash, Rumble Fish, i rimandi ad Apocalypse now, all’Unione Sovietica, agli USA e poi Nicaragua, El Salvador, Che Guevara, Vietnam…fino ad Ennio Morricone.
    Vidi per la prima volta i Gang, di supporto ai Jesus and Mary Chain, al Tenax di Firenze.
    Ricordo ancora l’emozione quando partì “Vamos a matar compañeros e poi il loro set, di un’energia ed una forza impressionanti.

    E’ vero, era una questione di Fede.

  9. Gian Luigi Bona

    Purtroppo non sono riuscito a metterci le mani sopra.

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