Inger Lorre

Capita di scommettere su un artista, e nella primavera del ’99 volli puntare qualche spicciolo su Inger Lorre proponendola per una copertina del Mucchio: del resto, il suo primo album da solista era davvero notevole e il suo “personaggio” aveva tutte le carte in regola per funzionare.  Per “vincere facile” suggerii di legare la mia intervista a una sorta di mini-rassegna su varie “bad girls” (affidata a un altro collaboratore), immaginando che il direttore non si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione di sbattere in prima pagina un po’ di tette. Inutile dire che andò proprio così. Purtroppo, Inger Lorre non ottenne il successo che avrebbe meritato e non realizzò altri dischi, sparendo in pratica di circolazione (unica testimonianza, una cover  incisa con Henry Rollins per il tributo ai Black Flag pubblicato nel 2002 dalla Triple X). Quel suo sfortunato album rimane comunque una gemma. 

Lorre copINGER LORRE – Transcendental Medication (Triple X)
Qualcuno la ricorderà front-woman dei californiani Nymphs, artefici di un crudo e travolgente rock’n’roll documentato nel 1991 da un ottimo album marchiato Geffen, mentre (pochi) altri ne conosceranno solo il singolo Burn edito dall’etichetta di culto Sympathy For The Record Industry; per gli amanti dell’aneddotica, invece, Inger è la bad girl che pisciò sulla scrivania del dirigente Geffen Tom Zutaut, così come per i fan di Jeff Buckley il suo nome è legato alla Angel Mine – nella quale era appunto accompagnata dall’indimenticabile autore di Grace – inclusa nel tributo a Jack Kerouac Kicks Joy Darkness (Rykodisc 1997).
Senza nulla togliere alla bravura e al carisma di Laurie Wenning in arte Inger Lorre, e senza voler sporcare l’affermazione di macabra ironia, è proprio a Buckley che va attributo il ruolo di angelo custode di Transcendental Medication: anche se, per ragioni poco chiare (veto da parte della Columbia e/o della madre), Jeff è accreditato solo come seconda voce nella splendida ballata Thief Without A Take, la sua presenza – fisica e ispirativa – è infatti avvertibile in tutta l’opera, come è normale che sia considerando il sodalizio stretto tra i due artisti in fase di pre-produzione. In ogni caso, è il carattere dell’eclettica cantante e performer a emergere prepotente in ogni episodio, come dimostrano l’iniziale, abrasiva She’s Not Your Friend (caustica nei confronti di Courtney Love, con la quale la Nostra è da tempo in polemica), la trascinante Beautiful Dead, la stralunata Dusted, le cupe Gibby Haynes Is Next (un’altra dedica, questa volta al leader dei Butthole Surfers), Haunted Hill e Devils Priest, la solenne 7B e le quasi leggiadre It Could Happen To You, Yard Of Blonde Girls e Sweet Release; insomma, l’intera scaletta di un lavoro di straordinaria intensità, all’insegna di una tensione a tratti sconfinante nel dramma, che rivendica con autorevolezza il proprio diritto a un posto di primo piano all’interno del rock “che conta”.
Torbido, inquietante e splendidamente evocativo, Transcendental Medication è l’album che Courtney Love non sarà mai in grado di realizzare. Non è un caso che la naturale collocazione della “L” di Lorre sia tra la “H” di Harvey e la “S” di Smith.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.345 del 30 marzo 1999

Lorre fotoLa luce alla fine del tunnel
Lo squillo del telefono arriva puntualissimo, come di rado accade quando l’intervistato ha un’agenda fitta di impegni e tra i due apparecchi ci sono migliaia di chilometri e svariati fusi orari. Più del doppio del tempo previsto, invece, durerà la chiacchierata con Inger Lorre, la cui voce giunge briosa e squillante da Los Angeles; assumendo la forma di un racconto, più biografico che “concettuale”, che fa emergere con prepotenza non solo il background ma anche il carattere e gli intenti della ventinovenne cantante e polistrumentista. Inger parla senza pause e con grande trasporto, com’è forse normale che sia per chi è stato troppo a lungo zitto pur avendo parecchio da dire. E la conversazione si rivela piacevole e ricca di spunti illuminanti, anche se non nella misura di quel Transcendental Medication le cui canzoni rimangono comunque più eloquenti di qualsiasi discorso.
Che ne dici di partire dall’inizio?
La musica è sempre stata una presenza importante nella mia vita, pensa che ho cominciato a suonare violino e piano a sei anni. Poi, quando a scuola mi hanno invitata a dedicarmi a un altro strumento, ho scelto il basso: l’ho fatto perché, a causa delle sue dimensioni, mia madre era costretta ad accompagnarmi con la macchina, e così evitavo i continui litigi sul pulmino con gli altri studenti.
A cosa erano dovuti questi litigi?
Non c’erano vere ragioni: diciamo solo che da ragazzina ero molto ribelle, forse perché avrei desiderato iscrivermi alla scuola d’arte e diventare pittrice, mentre mia madre voleva che frequentassi corsi normali. Ero convintissima di avere del talento, ma purtroppo nessuno prende sul serio l’opinione di una bambina di cinque anni…
Però, anche se molti anni dopo, ha centrato il tuo obiettivo. A proposito, è vero che stai per pubblicare una graphic-novel realizzata interamente da te?
Si, è un progetto al quale tengo molto. Sarà una via di mezzo tra Sandman e Love And Rockets (due celebri fumetti di culto, NdI) e racconterà le mie esperienze nel mondo della musica. A volte un disegno spiega qualcosa molto meglio di mille parole, ed è anche per questo che ho riempito di mie opere l’artwork dell’album.
Da cosa è nato questo tuo amore per il disegno?
Ha sempre fatto parte di me: fin da piccolissima la mia mente era piena di immagini e di informazioni, al punto che sono arrivata a pensare che fossero ricordi di una vita precedente. Forse erano solo sogni, ma l’impressione di déjà vu era fortissima.
Il tuo primo gruppo, invece?
Al liceo, avevo più o meno tredici anni: ci chiamavamo Halloween e facevamo cover di Cure, Siouxsie & The Banshees, Sex Pistols…
Vivevi già in California?
No, ero ancora nel New Jersey, dove sono nata. Non puoi immaginare quante donne del rock sono originarie di lì: Patti Smith, Deborah Harry, Kate Pierson dei B-52’s… C’è persino un sito web molto divertente, si chiama “Cool Women From New Jersey”, nel quale sono stato inserita anch’io.
Comunque non avevi smesso di essere ribelle.
Negli anni ‘80 sono stata espulsa da quattro diversi licei, e quindi rinchiusa in un collegio della Pennsylvania: lo stesso nel quale, ho scoperto dai vecchi annuari, era stata Nancy Spungen, la compagna di Sid Vicious. Era un posto terribile, con professori severi al limite del sadismo, ma sono riuscita a conseguire il diploma. Poi mi sono trasferita a New York, dove sono rimasta sei mesi: avrei dovuto continuare gli studi, ma non mi impegnavo granché e passavo tutte le notti fuori a suonare. Alla fine mia madre mi ha posto un ultimatum con la minaccia di tagliarmi i viveri, così ho mollato tutto e ho preso il primo aereo per Los Angeles.
E dove sei andata?
Da mio nonno, che viveva in una casa di riposo dove nessuno aveva meno di sessantacinque anni. Si potrebbe pensare a una situazione allucinante, ma ti assicuro che quegli anziani erano molto più aperti e “fighi” della maggior parte dei miei compagni di liceo. Stavano tutti a sentirmi cantare e suonare, e mi facevano i complimenti.
Il repertorio?
I miei pezzi, quelli che presto sarebbero diventati dei Nymphs. In veste “chitarra acustica e voce” erano più digeribili delle versioni con la band.
Dei Nymphs cosa mi dici?
Aprivamo spessissimo i concerti dei Jane’s Addiction, ero molto amica di Perry Farrell e Dave Navarro. Ci eravamo praticamente messi d’accordo con la Triple X per pubblicare un disco, ma quando Tom Zutaut ci offrì una cifra astronomica per legarci alla Geffen non me la sentii di rifiutarla. Ero sicura di poter controllare la situazione, anche se avevo visto come la Chrysalis era riuscita a rovinare i Sea Hags, il gruppo del mio ragazzo di allora, Chris Schlosshardt: erano straordinari, un trio alla Nirvana tre anni prima di Nevermind, ma siccome tutti avevano problemi di droga l’etichetta non ebbe difficoltà a manipolarli anche inserendo in organico un chitarrista alla Joe Perry. L’unico album che hanno realizzato non li rappresenta affatto.
E a te, invece, cosa è successo?
Tanto per cominciare, ci hanno tenuti fermi per due anni. Ogni volta che domandavo “quando entreremo in studio?” mi veniva risposto “quanto ti sarai liberata del gruppo”. Secondo loro io ero una potenziale star e avrei avuto molte più opportunità proponendomi come solista.
Naturalmente, non volevi cedere.
Cedere? Arrivata al massimo dell’esasperazione, ho lasciato un messaggio nella segreteria telefonica personale di David Geffen, dicendo che avrei voluto parlargli. Non credevo mi avrebbe mai richiamato, ma lo ha fatto… e io l’ho pure mandato affanculo perchè credevo si trattasse di uno scherzo del mio chitarrista! Comunque, dopo aver sentito la mia storia, ha fissato un meeting dove ha contestato a Zutaut l’anomalia che i Nymphs fossero nel libro-paga Geffen da due anni senza aver inciso nulla; Tom, che godeva di enorme fiducia per aver ingaggiato campioni di vendite come Guns n’Roses e Edie Brickell, si è difeso dicendo che la cosa era stata fatta per il mio bene, ma che se tenevo proprio così tanto al gruppo si potevano fissare le registrazioni. E, a quel punto, è saltata fuori la faccenda della droga…
Che, però, non era affatto un’invenzione.
Credimi, quando sono arrivata a Los Angeles non bevevo né fumavo, ma con tutte le frustrazioni accumulate in quei due anni avevo iniziato a bere, fumare e farmi di eroina. Con il miraggio del disco, Zutaut mi ha pure chiesto di ricoverarmi per un mese in un ospedale psichiatrico, ma solo una volta uscita ho capito che si era trattato di un piano: da un lato per costruirmi un’immagine “maledetta” e dall’altro per screditarmi in modo che Geffen – del quale, invece, conservo un ottimo ricordo – non credesse alle mie accuse di comportamento poco professionale (a buon intenditor…, NdI) di Tom nei miei confronti. Più ci ripenso e più mi sembra una storia assurda, alla Frances Farmer.
Almeno l’album uscì.
Sì, ma non lo sento del tutto mio, è troppo “prodotto”; io lo avrei preferito più intimo e meno pomposo, ma visto che è stato mixato senza che io ne sapessi nulla non c’è neppure tanto da lamentarsi. Zutaut mi vedeva come un personaggio sexy, alla Marylin Monroe, mentre a me interessava solo suonare la mia musica: il mio modello di artista era e rimane Patti Smith, l’anti-diva per eccellenza, ed era ovvio che il rapporto con la Geffen sarebbe finito per sempre.
Questi eventi ti hanno segnato nel profondo.
È una delle note più dolenti della mia vita, davvero. Ero talmente disgustata che, dopo lo scioglimento dei Nymphs, ho mollato per un bel pezzo la musica e sono tornata alla scuola d’Arte. Trovandomici, oltretutto, benissimo: una cosa strana, considerati i miei precedenti rapporti traumatici con lo studio.
Quattro anni fa hai pubblicato per la Sympathy il singolo Burn, con sul retro una cover di I Need Somebody di Iggy Pop.
È stato il mio rientro. Un’operazione a basso costo, che mi è servita a riprendere confidenza. Il lato A parla di un amico musicista purtroppo scomparso, Rob Ritter (figura molto importante dell’underground di Los Angeles degli anni ‘70 e ‘80, NdI).
E poi c’è stata la partecipazione al tributo a Jack Kerouac, Kicks Joy Darkness.
Ho ricevuto una chiamata dal curatore, Jim Sampas, che mi ha spiegato il progetto. Anche se l’idea mi piaceva non ero del tutto convinta, ma il mio scetticismo si è dissolto nell’apprendere che tra i partecipanti ci sarebbero stati William Burroughs, Patti Smith e Allen Ginsberg. La Angel Mine di quel CD è stata la prima incisione che ho realizzato con Jeff Buckley: in pratica è stato in quell’occasione che abbiamo scoperto le nostre affinità e deciso di avviare il nostro sodalizio artistico.
Pensi che, se non fosse morto, Jeff sarebbe stato il produttore di Transcendental Medication?
Non c’è dubbio. Abbiamo curato assieme l’intera pre-produzione, e assieme avremmo terminato il lavoro. Sono anche convinta, però, che ci saremmo ugualmente avvalsi della collaborazione di Jay Wasco, che mi ha poi seguita in studio: è un musicista incredibilmente creativo, che piaceva moltissimo anche a Jeff.
È vero che, nelle registrazioni, Jeff ha fatto molto di più di quanto non dicano i credits?
In quelle originali. Ho cercato di utilizzarle, ma mi è stato concesso solo un brano (Theft Without The Take) e di inserire nel libretto una mia foto con Jeff. Sua madre, Mary Guibert, sapeva bene dell’attaccamento del figlio alle mie canzoni e ha cercato di aiutarmi, ma la Columbia non ha voluto sentir ragioni e farle causa sarebbe stato un suicidio. Se mai un giorno avrò abbastanza soldi, però, cercherò con tutti i mezzi di mettere in circolazione gli altri nastri incisi con Jeff.
Qualche anno fa ho avuto occasione di intervistarlo di persona e sono rimasto colpito dalla sua timidezza e dal suo legame quasi mistico con la musica. Tu che lo hai conosciuto bene, come lo definiresti?
Era un ragazzo con il cuore colmo di emozioni, profondamente sincero, e la sua Arte rispecchiava questa sua purezza. Per me, a livello personale, è stata un’incredibile perdita.
Cosa ti aspetti da Transcendental Medication?
Certo non che venda milioni di copie. Ci tengo a fare un ottimo tour, dando a chi vorrà venirmi a sentire la musica che merita. Non è giusto che la gente paghi dieci dollari per vedere una qualche vedova del rock che strilla (un palese riferimento a Courtney Love, NdI). Ti ho detto che il chitarrista della mia band è Kid Congo Powers? Da ragazzina avevo le foto dei Cramps appese al muro, e vederlo oggi al mio fianco è come un sogno divenuto realtà.
She’s Not Your Friend fa capire che ce l’hai ancora con Courtney Love, con la quale sei stata a lungo in polemica.
Non è la mia risposta a Sassy (un pezzo di Pretty On The Inside delle Hole, dove affiora un messaggio di Inger lasciato nella segreteria telefonica della Love, NdI): She’s Not Your Friend parla della tossicodipendenza di Kurt Cobain. Ho ritenuto di avere il diritto di occuparmi dell’argomento, essendo stata a mia volta eroinomane. Quello della droga è un problema che sento molto, non è casuale che abbia deciso di destinare il 20% delle royalties di Transcendental Medication alla Road Recovery, un’organizzazione della quale faccio parte da tempo: finanziamo cure disintossicanti gratuite e cerchiamo di favorire il reinserimento nella società.
A che proposito, in Gibby Haynes Is Next, citi il cantante dei Butthole Surfers?
In realtà il brano è dedicato a Chris, il mio ex ragazzo di cui ti dicevo prima, che è morto. Non volevo nominarlo in modo esplicito, e Gibby Haynes suonava bene. Tutto qui, nessuna dietrologia.
Si dice che tu abbia già un contratto con la Warner Bros.
È totalmente falso: sono legatissima alla Triple X e sarebbe stato molto meglio se, all’epoca dei Nymphs, avessi firmato con loro e non con la Geffen. Non vorrei mai più lavorare con una multinazionale, c’è troppo poco rispetto per i musicisti che credono davvero in ciò che fanno. In questo senso il mio modello è Ani Di Franco, che vende tonnellate di dischi ed è proprietaria dell’etichetta che li pubblica.
Cos’è, per te, la musica?
È la cosa più vicina che esista all’amore, ha la rara capacità di unire la gente. In Eternal Life, Jeff cantava “all I want to do is love everyone”, “tutto ciò che voglio è amare tutti”, e io ho imparato molto da lui: prima ero una persona piena di rabbia, mentre oggi sono totalmente diversa.
Qual è il tema dominante, nei tuoi testi?
Essenzialmente, la speranza: non solo per me o per gli artisti in genere, ma per qualsiasi persona sensibile che soffra. La vita è dura, io lo so bene, e per andare avanti non si può fare a meno della speranza.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.349 del 27 aprile 1999

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