Tin Huey e Bizarros

Da qualche parte bisogna pur cominciare e allora tanto vale farlo, giocandosi subito il bonus dell’autorefenzialità, proprio dalle mie prime due recensioni, uscite nel giurassico 1979. A rileggerle mi viene da pensare, rabbrividendo, “dio, com’ero brutto da piccolo!”, ma bisogna valutare varie questioni: avevo appena diciannove anni, ero totalmente privo di esperienza (eccetto quella di lettore) e non c’erano “maestri” disponibili, mi occupavo di artisti sconosciutissimi (e su un giornale tradizionalista, oltre che misoneista) sui quali era problematico trovare notizie. Si spiegano così la scrittura legnosa, l’approccio didascalico e nozionistico, certe precisazioni che oggi suonano un (bel) po’ ridicole, la superficialità dei giudizi, le macroscopiche ingenuità, alcuni termini desueti, l’enfasi spesso fuori luogo. Chi ai tempi c’era, capirà. Gli altri, che in quei giorni pionieristici di oltre tre decenni fa erano troppo piccoli – o magari non erano nemmeno ipotesi di spermatozoi – provino a farlo… e siano indulgenti: non serve infierire, sono già seriamente provato dall’imbarazzo.
Ah, giusto: perché le prime due recensioni e non solo la prima? Perché davvero non ricordo se, al momento di metter mano alla cara, vecchia Olivetti che tuttora conservo come un cimelio, diedi la precedenza ai Tin Huey o ai Bizarros. Trattandosi di album usciti praticamente assieme e di due band appartenenti alla stessa scena, si possono comunque considerare una cosa sola.

Tin HueyTIN HUEY
Contents Dislodged During Shipment (Warner Bros.)
Akron: una città che non finisce mai di stupire gli appassionati del nuovo rock americano. Da questo centro industriale dell’Ohio provengono infatti acuni fr i gruppi più originali e interessanti di quest’ultimo periodo, gruppi che dimostrano come la new wave goda ancora di ottima salute in barba a tutti quelli che la danno ormai per spacciata. Il rock futurista dei Devo, il soffice heavy metal (non è un controsenso) dei Bizarros, il punk psichedelico degli Human Switchboard e lo stile anomalo dei Tin Huey non sono che alcuni esempi di come i musicisti dell’Ohio sentano questa “nuova ondata” soprattutto come maniera per reagire in qualche modo all’insostenibile situazione alla quale sono sottoposti. Infatti in quello Stato, e ancora più ad Akron, il cielo è sempre grigio a causa del fumo prodotto dalle numerosissime fabbriche, e guardandosi attorno si vedono solo alienanti costruzioni in vetro, gomma e cemento. Akron, la città degli uomini-robot, la città americana dove forse maggiormente di avverte il dominio della società industriale sull’individuo.
I Tin Huey sono chiaramente influenzati dall’ambiente nel quale vivono, e infatti la loro musica ha senza dubbio qualcosa di meccanico. Dopo un singolo e un EP su Clone Records, piccola etichetta della loro città, oltre alla partecipazione all’antologia The Akron Compilation curata dalla Stiff, i Tin Huey sono approdati alla Warner Bros., confermando le loro indiscusse doti con l’album Contents Dislodged During Shipment. Penso che sia molto difficile, se non impossibile, trovare un’altra band gruppo le cui sonorità siano solo accostabili a quelle proposte da questo complesso, vista anche la strumentazione assai inconsueta per la cosiddetta new wave… che, ricordiamolo, non è un “genere” ma soltanto una definizione sotto cui raccogliere per comodità tutti i gruppi di quest’ultimo periodo che hanno qualcosa di nuovo da dire. Sax, clarinetto e contrabbasso affiancati a organo, synth, slide guitar, basso e batteria fanno ovviamente venir fuori un sound che è qualcosa di indefinibile, e le atmosfere create da questi sei ragazzi di Akron sono veramente uniche.
L’album è aperto da I’m A Beliver, un vecchio hit di Neil Diamond (!!!), interpretato in versione rock con un largo uso di slide guitar e breve inizio alla Star Wars. Segue uno dei pezzi più belli, The Revelations Of Dr. Modesto, che introduce ottimamente al microcosmo Tin Huey con le sue musicalità indiscutibilmente insolite. La prima facciata continua con I Could Rule The World, Coronation (con sottofondo di pianoforte quasi da cabaret) e Slide, altro brano assai caratteristico. Fra i sei pezzi che compongono il secondo lato, molti dei quali già precedentemente editi, meritano particolare attenzione Squirm You Warm, il gioiellino Chinese Circus (mai sentita canzone più strana) e la conclusiva New York Finest Dining Experience. Tutti i generi musicali, dal jazz al blues, dal rock al funk, confluiscono in quest’album, che è senza dubbio da conoscere se non altro per la sua originalità. Molto belle le voci e ottimo l’uso del sax di Ralph Carney, uno dei pilastri del complesso. Un cenno meritano anche la copertina, fra le pìù bizzarre che abbia mai visto, e i testi, molto spesso incomprensibili. God bless Tin Huey!

BizarrosBIZARROS
Bizarros (Mercury)
Akron, 1976. La Gorilla Records, piccola etichetta di quella città, immette sul mercato un EP con quattro brani di una delle tante garage-band della zona. Il disco passa quasi inosservato e il nome dei Bizarros viene conosciuto (e apprezzato) solo dai pochi attentissimi osservatori della scena new wave dell’Ohio. Arriviamo al 1977, anno in cui per la Clone Records esce un LP intitolato From Akron, nel quale i Bizarros dividono equamente lo spazio disponibile con i Rubber City Rebels, incidendo cinque canzoni; la facciata a loro concessa comprende fra l’altro Lady Doubonette e I Bizarro, già incluse nel precedente EP. Nonostante le indubbie capacità dei due gruppi, l’album, anche per la rete di distribuzione certo non fra le più efficienti, non raggiunge il successo sperato. Nel 1978, sempre per la Clone, esce poi un altro EP che, sebbene ignorato dal grande pubblico, dà modo al complesso di farsi conoscere anche all’estero, e la Stiff decide di inserire nell’antologia The Akron Compilation il brano Nova, tratto dal primo EP. Proprio grazie a quel pezzo la Mercury si accorge della band, che in breve tempo prepara questo stupefacente LP intitolato semplicemente Bizarros. Il genere è un rock “metallico” piuttosto soft in alcuni brani e più violento in altri, dominato dalla voce di Nick Nicholis, che ricorda a tratti quella del Lou Reed più sotterraneo.
L’album si apre con Young Girls At The Market: gli strumenti scandiscono un ritmo indubbiamente non molto originale che solo nel finale si interrompe per far sfogare le velleità solistiche di alcuni musicisti, ma la stupenda voce di Nicholis contribuisce in maniera determinante a dare al brano un fascino tutto particolare. The Waves Cry e Seeing Is Believing, i due pezzi seguenti, mostrano un altro volto dei Bizarros: armonie delicate a tratti si accendono dando una certa impressione di aggressività, più avvertibile nel successivo Quiana Girls, assai più ritmato. Proprio qui si avverte meglio che altrove la singolare pronuncia di Nicholis, che tende a prolungare il suono delle vocali in modo da far sembrare le parole quasi rallentate artificialmente. La prima facciata si chiude con After The Snow, uno degli episodi più interessanti, un lungo susseguirsi di suoni rarefatti con chitarra e tastiere in bella evidenza. Laser Boys, prima traccia del secondo lato, propone un aspetto della band che in quest’album non si era ancora manifestato: il pezzo, già nel secondo EP, è abbastanza tirato e violento, e perciò si differenzia nettamente da tutti gli altri. Artie J, il successivo, è certo assai strano, con il suo ritmo cantilenante e insolito. It Hurts, Janey, anch’esso nel secondo EP, sembra annunciarsi come un brano aggressivo, ma dopo le prime note tale impressione si rivela senz’altro infondata. Anche se personalmente preferisco la versione dell’EP, It Hurts, Janey resta sempre uno dei momenti più affascinanti di tutto l’album. Il pezzo seguente, già noto agli amanti dei Bizarros in quanto reperibile nel primo EP e nel LP From Akron, si chiama Lady Doubonette: questa versione è ancora più lenta delle precedenti e per cinque minuti immerge in un’atmosfera da sogno, simile a quella di After The Snow ma ancora più eterea. Mind’s A Magnet è invece ossessivo e tirato, come del resto il conclusivo White Screen Movies del quale ricordiamo l’interpretazione di From Akron, più grezza ma forse anche più bella.
Bizarros è dunque un documento meraviglioso e imperdibile delle capacità di questi cinque ragazzi, che dopo tre anni di gavetta hanno ora la possibilità di imporsi presso un’audience più ampia. Penso comunque che non si possa tralasciare di acquistare i precedenti dischi, nei quali il gruppo di Akron si esprimeva più liberamente non essendo condizionato da fattori di carattere commerciale, anche se la loro difficoltosa reperibilità li rende quasi pezzi da collezione. Oltre al già citato Nick Nicholis alla voce, i Bizarros sono Gerald Parkins (chitarra), Donald Parkins (chitarra e basso), Jerry Walker (tastiere, viola, chitarra e basso) e Rick Garberson (batteria). Oltre al contenuto, stupenda è anche la copertina, un allucinante disegno di Danny Opalenik che mostra le fabbriche di Akron che inquinano il cielo con il loro fumo, e una lunghissima schiera di umanoidi schiavizzati dalla società industriale. Dopo Devo e Tin Huey anche i Bizarros entrano insomma nel grande giro internazionale, portando ancora una volta alla ribalta Akron e le sue industrie di pneumatici che sovrastano con le loro alienanti strutture la zona circostante, distruggendo con il loro fumo nero ogni forma di vita vegetale per chilometri e chilometri intorno. Welcome (?) to Akron, rubber capital of the world.
Tratti da Il Mucchio Selvaggio n.21, luglio/agosto 1979.

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Categorie: recensioni | Tag: , | 20 commenti

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20 pensieri su “Tin Huey e Bizarros

  1. Gian Luigi Bona

    Mi piacevano i Bizarros, Bravo Federico !!!

    • In “Bizarros” ci sono cose molto valide. Non è il capolavoro che mi parve all’epoca, quando ero troppo giovane e troppo “gasato”, ma rimane un bel dischetto di culto, da (ri)scoprire.

  2. linobrunetti

    Non esser così severo col giovane Guglielmi, conosco un sacco di giornalisti che scrivono così anche dopo decenni di militanza… 🙂

    • In effetti hai ragione. Meno male, allora, che io mi sono saputo evolvere un po’. Purtroppo sono stato un autodidatta totale, il mestiere me lo sono dovuto inventare. Io scrivevo e gli articoli uscivano così come li avevo scritti, senza nessuno che mi desse suggerimenti di forma e/o sostanza. D’altronde, chi avrebbe potuto darmeli? Stèfani?

      • pasteur

        Ok. Però adesso sei talmente bravo che la differenza con allora (per fortuna!) si nota! In bocca al lupo per questo nuovo spazio.

      • Grazie mille. Sono contento di aver sensibilmente migliorato tanto la profondità di analisi quanto la forma, anche se in quest’ultimo ambito so bene che non potrò mai essere un Bertoncelli o un Cilìa. Loro hanno “il dono”, io no.

  3. claudio (Hoops McCann)

    Grande Federico,
    leggendo quella recensione comprai subito TIN HUEY in vinile (certo, fortunatamente, non esisteva altro supporto…) ed è uno dei miei “cult records”!!!
    Allora li consideravo molto “zappiani”, sia nei testi (The revelations of Dr. Modesto!!!) che nella musica ed ancora oggi la penso così, e poi Ralph Carney diventò un mio eroe seguendolo per la sua pazzesca carriera sino a vederlo sul palco con Tom Waits! E aggiungo che trasmettevo brani come THE REVELATIONS… dalle antenne FM di Radio Voghera, roba da far rabbrividire tutta la popolazione dell’Oltrepò, che bei ricordi…
    MALLARD, DUSTY CHAPS e TIN HUEY, una per anno (1977/78/79, dai sedici ai diciotto anni…) le mie tre cult band definitive dei primi anni del Mucchio!
    Quando si dice entusiasmo!!!

    • È vero, erano “zappiani”. Peccato che ai tempi non mi sentissi tanto competente su Zappa da rischiare un paragone così importante… in fondo ero un “pischello”.
      Capisco bene l’entusiasmo, quegli anni importanti sono non a caso indimenticabili…

  4. Gian Luigi Bona

    Non direi che non hai il “Dono” hai semmai uno stile diverso

  5. DDG

    Un pezzo di storia, davvero; bello, gli LP non li conosco ma ho qualche singolo sia dei Bizarros (Laser Boys) che dei Tin Huey (Puppet Wipes), erano compresi nel primo “pacco sorpresa 10 45 giri new wave” preso nel 1981 da… hmmm… Nannucci, forse?
    A questo punto aspetto le recensioni di qualcun altro degli altri 8 (Skafish, Teacher’s Pet… questi ultimi incidevano pure per la Clone).
    Buon lavoro!

    • Eh, sì… a un certo punto, verso il 1980, quei singoli cominciarono a girare un minimo anche qui. Può essere che tu li abbia presi da Nannucci. Nel n.26, mi pare, pubblicai un pezzo sulla new wave in Ohio… credo che i Teacher’s Pet, peraltro prescindibili, li nominai. Di Skafish non credo di avere mai scritto.

    • Lucas

      UH! cosa hai tirato fuori, i pacchi sorpresa di Nannucci, Top ten e Sweet music!!! Ma esistono ancora questi negozi?
      In bocca al lupo, Federico, per questo tuo nuovo progetto.
      …ma di gruppi rock costarricensi ne hai mai parlato? 🙂

      • Sweet Music on line c’è ancora, di Nannucci e Top Ten non sento parlare da un tot.
        Grazie mille… e, no, in Costarica non sono mai arrivato. 🙂

  6. Franz Bungaro

    Be’, il tuo blog mancava, decisamente. L’idea di cominciare ripescando le tue prime cose e’ emozionante. Come e’ emozionante sentire parlare di Akron come la citta’ dei Devo, una band di “rock futurista”. Ma Reynolds era nato nel 79? 🙂 Cercherò di non perdermi nessuno dei tuoi post! Ciao, Franz

    • Grazie mille. Andrò un po’ saltellando fra cose vecchie e cose (più) nuove, straniere e italiane… ho davvero una quantità mostruosa di roba di ogni genere. Akron era una mia fissazione, i Devo erano il mio gruppo new wave preferito. Simon ha solo tre anni meno di me, mica è un pischello!

  7. Pingback: Il post numero mille | L'ultima Thule

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